LE TRUPPE STATUNITENSI IN IRAQ: DENTRO O FUORI?

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha accolto questo lunedì il primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhemi. Tra i temi discussi: il ritiro statunitense dall’Iraq e la lotta allo Stato Islamico. 

Questo lunedì si svolgerà il primo incontro tra il presidente americano Joe Biden e il Premier iracheno Mustapha al-Kadhimi. I due discuteranno del futuro delle truppe statunitensi in Iraq e, più in generale, se Baghdad ha le carte in regola per resistere alle cellule moribonde dello Stato Islamico. 

Queste due questioni richiedono urgentemente una risposta. La scorsa settimana Daesh ha rivendicato l’attacco suicida avvenuta nel mercato di Baghdad, che ha causato la morte 30 persone e, gli attacchi delle milizie filoiraniane alle postazioni statunitensi sono diventanti all’ordine del giorno da qualche mese a questa parte. 

Allo stato attuale sono circa 2500 i soldati ancora presenti in Iraq, parte della Coalizione internazionale anti-ISIS, il cui numero si è notevolmente ridotto a seguito dell’assassinio di Qasim Suleimani a gennaio 2020 dopo il quale l’amministrazione Trump aveva deciso di salvaguardare le forze statunitensi da possibili attacchi da parte delle milizie filoeraniane riducendo il loro numero.

La situazione di crisi in cui vessa l’Iraq – violenza, povertà e corruzione – spinge Al-Kadhimi a non auspicare a un ritiro completo degli Stati Uniti, nonostante la decisione approvata dal Parlamento nel gennaio 2020 fosse proiettata in tale senso, in quanto è consapevole che la presenza di Washington è necessaria per sopperire alle mancanze dell’esercito iracheno. Allo stesso tempo questo atteggiamento gli costa l’inimicizia delle potenti fazioni filoiraniane che controllano il paese, il che è a suo svantaggio in vista delle elezioni che avverranno tra tre mesi. 

L’ondata di proteste scoppiata in Iraq ad ottobre 2019, le recenti tensioni tra le milizie filo-iraniane e le truppe statunitensi e il peggioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione sotto effetto della pandemia, sono elementi che restituiscono l’immagine di un paese che fa fatica a ristabilire il monopolio dell’uso della forza e ripristinare il contratto sociale che lega stato e cittadini.

Questa situazione complessa – l’Iraq si trova tra l’incudine e il martello, da una parte Washington dall’altra Teheran – se non ben gestita porterà a un’intensificazione degli attacchi perpetrati dalle fazioni filoiraniane alle truppe statunitense e da questo caos trarrebbero vantaggio le stesse cellule jihadiste il cui raggio d’azione, se fino a qualche mese fa si limitava alle aree montuose e deserte del nord, adesso tocca direttamente la capitale.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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