L’ACQUA COME FATTORE DI INSTABILITÀ IN MEDIO ORIENTE

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Oltre alla pandemia Covid-19 che ha costituito un ulteriore motivo di fragilità, nell’area mediorientale il fattore idrico continua a mettere in crisi istituzioni e governi. Il caso Egitto-Etiopia.

INTRODUZIONE

I Paesi mediorientali, oltre ad affrontare problematiche politiche, economiche, sociali ed etnico-tribali, sono continuamente chiamati a gestire il dossier idrico che è sinonimo di instabilità ed ha un impatto fondamentale a livello securitario. In questo senso i Paesi maggiormente interessati sono Egitto, Sudan, Etiopia, Iran, Iraq, Israele e Giordania.

In questo momento storico la scarsità di acqua e le relative difficoltà di approvvigionamento rischiano di generare ulteriore instabilità e provocare tensioni tra Paesi limitrofi che difficilmente possono essere risolte con la mediazione di potenze internazionali o organizzazioni internazionali. 

QUESTIONE EGTTO-ETIOPIA

Recentemente si è assistito ad una disputa internazionale sulla diga del Nilo che ha riguardato Egitto ed Etiopia, rispetto alla quale Il Cairo ha chiesto aiuto alla Cina, non riuscendo a fare affidamento su nessun’altra potenza.

Questo sviluppo è la diretta conseguenza delle dichiarazioni dell’Etiopia, la quale ha annunciato che il 19 luglio scorso è stata completato il riempimento della Diga della Grande Rinascita Etiope che è giunta a tale condizione grazie alla presenza del Nilo blu, principale affluente del fiume Nilo e che permette un approvvigionamento pari al 90% per Il Cairo.

Le tensioni diplomatiche tra i due Paesi, che riguardano principalmente il dossier in questione, hanno spinto il regime di Al-Sisi a presentare un rapporto all’ONU in cui il progetto etiope portato a termine viene descritto come una minaccia per lo Stato nord-africano.

Nell’ambito dello stesso rapporto la Tunisia è intervenuta in sede ONU per appoggiare e difendere gli interessi del Cairo, proponendo una negoziazione internazionale che possa dar vita ad un accordo per la gestione del flusso delle acque del Nilo.

Forte dell’appoggio di Tunisi, il presidente egiziano Al-Sisi ha lasciato intendere che la risorsa in questione è per il suo Paese fortemente vitale e che ogni tipo di “red-line” non potrà essere oltrepassata. In aggiunta, le mosse geopolitiche del Paese per cercare di difendere i propri interessi vitali si sono consolidate nel ricevere sostegno da Pechino, in quanto Mosca ha proceduto con un atteggiamento di neutralità. Evidentemente per non inimicarsi altri Paesi africani con cui ha buone relazioni diplomatiche ed economiche.

Di conseguenza Pechino ha promesso aiuto all’Egitto in cambio dell’inserimento di alcuni progetti nell’ambizioso progetto delle “Nuove vie della Seta” che dovrebbero essere completati sul suolo egiziano.

Nell’ottica di avere quanto più sostegno possibile, Il Cairo ha bussato alla porta saudita, sfruttando l’esistenza di buoni rapporti tra Arabia Saudita ed Etiopia. Anche altri Paesi, come Israele, hanno tutto l’interesse a risolvere la questione della diga per preservare la sicurezza dell’area e dei Paesi limitrofi.

POSSIBILI SCENARI

La controversia questione tra Egitto ed Etiopia difficilmente potrà essere regolata tramite l’intervento delle organizzazioni internazionali che negli ultimi anni hanno dimostrato di essere poco capaci di intervenire rapidamente in tali circostanze al fine di evitare dispute regionali. Molto probabilmente, solo grazie alla regia della Russia o dei Paesi Arabi-entrambi godono di buoni rapporti con i Paesi del Nord Africa e africani in generale- sarà possibile formulare una mediazione in grado di non accendere nessun tipo di conflitto diplomatico tra le parti in causa.

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