LA LIBIA VISTA DALL’ITALIA

″È un momento unico per la Libia, c’è un governo di unità nazionale legittimato dal Parlamento che sta procedendo alla riconciliazione nazionale. Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia” .

Quando si parla di Libia quasi inevitabilmente si parla anche d’Italia. È il Paese la cui storia  si intreccia con la nostra ormai da tempo immemore, è un luogo importantissimo, sia esso visto come un territorio da colonizzare o come un’opportunità per le imprese nostrane; è quel territorio che fino alla colonizzazione italiana ha messo in comunicazione l’Africa subsahariana e il Mediteraneo, quindi l’Europa.  

Precedente alla prima guerra mondiale, nel 1911, era stato il tentativo di colonizzazione che viene poi interrotto dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il progetto conosce il suo apice con l’avvento del fascismo e l’esodo di una cospicua comunità italiana in Libia, dove resterà per 30 anni.

La longeva presenza italiana si interrompe il 7 Ottobre 1970 quando il colonnello Gheddafi espelle la nostra numerosa e ricca comunità. Nonostante ciò questa decisione non determina la fine della relazione tra i due Paesi perchè l’interesse economico dell’Italia in Libia è troppo forte. Già negli anni ’80 infatti, accanto al colosso Eni, altre piccole e medie imprese tornano ad insediarsi in territorio libico.

Nel 2011 parte però l’onda delle Primavere Arabe che non risparmia neanche la Libia determinando, a lungo andare, la sconfitta e la morte di Gheddafi. Il paese purtroppo non trova così maggiore stabilizzazione, al contrario viene da questo momento in poi governato da milizie armate ognuno nell’area locale di appartenenza. Non esiste più un governo centrale ma prevalgono interessi locali e tribali. Sino all’arrivo del generale Haftar e al suo tentativo di conquista del Paese.

Accanto alle due fazioni createsi tra Haftar e Al-Serraj sono inevitabilmente coinvolti attori internazionali. L’Italia non fa la voce grossa e sostiene, cautamente, il secondo, giocando quindi certamente un ruolo secondario rispetto alla sua storia con la Libia. Senza avere la pretesa, né gli spazi, di poter ripercorrere compiutamente il lungo e a volte difficile rapporto tra Italia e Libia, arriviamo alla analisi della relazione che intercorre tra i due oggi e da quali punti di vista esso continua a rappresentare un rapporto fondamentale per il nostro Paese.

La svolta nella governabilità del Paese arriva forse con l’insediamento, a metà marzo 2021, del Governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dabaiba, reso possibile grazie al blocco dell’offensiva di Haftar da parte della Turchia, che infrange il suo sogno di conquista della capitale; al raggiungimento e, parrebbe, mantenimento del cessate il fuoco e alla ripresa dei negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite nel quadro del Libyan Political Dialogue Forum (Lpdf).

Si tratta della formazione di un governo che anche il generale Haftar ha dovuto accettare, ed un cessate il fuoco che ormai parrebbe durare da 9 mesi. La Libia inizia a guardare al proprio futuro. Certo far ripartire un Paese dilaniato dalle guerre da ormai 10 anni non è facile, ma sembra aleggiare un cauto ottimismo.

Resta per noi, come accennato, un paese fondamentale sia per una questione economica sia per quella riguardante il fenomeno migratorio.

Dal primo punto di vista, basti ricordare uno su tutti la storia dell’ENI in Libia. Oggi le opportunità economiche restano comunque interessanti, se si pensa alla costruzione dell’autostrada costiera e dell’aeroporto di Tripoli. Non a caso, infatti, la prima visita ufficiale del presidente del consiglio Draghi in Libia (peraltro il primo paese che il presidente del Consiglio ha deciso di visitare) è stata preceduta da quella del consorzio AENEAS (per aiutare la Libia, su tutti, a rilanciare i voli diretti verso l’Europa) e dall’agenzia italiana per il servizio aereo (ENAV).

Certamente l’approccio economico dell’Italia in Libia è importante ma non sarà mai sufficiente se non accompagnato da una visione, per forza di cose, anche politica che porti ad una solida e duratura stabilizzazione del Paese.

Per quanto concerne il secondo punto che inevitabilmente ci lega alla Libia, cioè il fenomeno migratorio, bisogna da ultimo riportare l’approvazione del rifinanziamento delle  missioni internazionali, rifinanziamento che include l’assistenza e l’addestramento della Guardia costiera libica. Tutto questo mentre il mediterraneo continua ad essere il cimitero del mare con un aumento dei morti rispetto al 2020.

Se ante 2011 molti migranti africani e non restavano in Libia perchè luogo che offriva possibilità di lavoro, la fortissima instabilità politica venutasi a creare con la caduta del colonnello lo ha reso un luogo non più sicuro né tanto meno attraente a livello lavorativo e che conosce dunque ad oggi solo una migrazione di passaggio, punto questo che ha determinato in conseguenza un aumento degli sbarchi in Italia.

Tutto tace per quanto riguarda la riforma del regolamento di Dublino (il quale prevede, principalmente, che si sbarchi nel porto sicuro più vicino, cioè quasi sempre le coste siciliane, dove sarà anche possibile inoltrare domanda di protezione internazionale) e l’Italia continua a dover affrontare il problema sostanzialmente da sola.

Per questa ragione la volonta del governo italiano parrebbe quella di affidare la gestione del fenomeno migratorio alla “missione irini”: si tratta di una missione navale essenzialmente militare che servirà a far rispettare l’embargo delle armi in Libia, su decisione dei ministri degli esteri europei. La missione è pensata in sostituzione della missione “Sophia” del 2015 (dal nome di una neonata nata durante una traversata). 

L’obiettivo della missione Sophia era quello di fermare il traffico libico di esseri umani cosi da frenare nel contempo le migrazioni. La missione irini si concentra invece, come detto, sul rispetto dell’embargo delle armi verso la Libia. Continua l’eterna lotta tra il voler quanto meno diminuire gli arrivi dei migranti in europa ma allo stesso tempo, sembra, l’impossibilità di farlo senza “sporcarsi” le mani con gli stessi trafficanti libici (non dimentichiamo l’arresto, nell’Ottobre del 2020, del capo della guardia costiera libica Abd al-Rahman Milad, noto come Bija, accusato di essere un trafficante di essere umani).

Per ora però l’Italia continua a finanziare ed addestrare la guardia costiera libica perchè resta l’unico modo per arginare l’ingresso di migranti, a costo di scendere a compromessi sul rispetto dei diritti umani e su una a dir poco interpretazione estensiva del concetto di “porto sicuro”. Nulla o poco è (per ora) davvero cambiato.

FONTI

S. Colombo, I limiti dell’approccio italiano in Libia, IAI, giugno 2021

M.Villa, Non è sophia, ISPI, febbraio 2020.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ITALIA