LA CONTINUA CRISI POLITICA E MILITARE IN LIBANO

Fonte: https://www.aljazeera.com/news/2021/7/15/lebanon-pm-designate-saad-hariri-resigns-as-crisis-escalates

Tra economia in declino e crisi governativa, il Libano si trova in una situazione particolarmente difficile, nella quale non si intravedono possibilità di sbocchi positivi. Dalla guerra civile degli anni ’90, il paese mediorientale non riesce a trovare una via di fuga dagli scontri interni, dall’egemonia degli Hezbollah e dalla mancanza di un governo funzionante.  Gli eventi recenti hanno dimostrato che, nonostante trattative e potenziali buone intenzioni, una riconciliazione definitiva sembra essere sempre più lontana.  

La governance fallita del Libano

Il Libano, paese con infinite possibilità di sviluppo e di commercio, vive una situazione di instabilità e di incertezza sociale e politica dalla fine della guerra civile degli anni ’90. 
L’aggregato di diversi gruppi religiosi, tra cui spiccano cristiani e musulmani sciiti e sunniti, ha causato esclusioni sociali e conflitti interni mai risolti. 

Diverse speranze erano state riposte nell’accordo di Ta’if, concluso in Arabia Saudita nel 1989, conosciuto anche come “Document of National Reconciliation”. L’obiettivo era quello di ristabilizzare il paese, garantire maggiore rappresentanza politica, provare ad eliminare la divisione settaria predominante in Libano e assicurare il ritiro delle forze straniere dal paese.

Varie riforme sono state approvate per destinare maggiore potere ed influenza ai musulmani nel processo politico e creare una formula di redistribuzione politica 50:50, divisa in maniera equa tra Cristiani e Musulmani.

L’accordo sembrava poter riportare il paese ad ottenere una nuova fase di vita più stabile, più moderata e più pacifica. 

La potenziale riconciliazione è stata solo un’illusione, in quanto l’accordo si è rivelato soltanto una pace fittiziafinendo per divorare internamente i gruppi sociali e causando il fallimento della governance libanese.

Spesso si parla dei “limiti” e delle conseguenze causate da questo accordo: in particolare, le continue frizioni tra musulmani sciiti e sunniti, la presenza perenne di potenze straniere nel paese (come Israele e Siria) e la mancanza di una punizione vera e propria per coloro che hanno compiuto crimini di guerra durante la guerra civile.

L’accordo, più che aver modificato e trasformato il Libano, ha solo determinato una riorganizzazione temporanea del sistema politico e sociale, nascondendo gli orrori e le incognite degli anni precedenti e garantendo amnistie ai colpevoli.

La situazione odierna del Libano è quindi il risultato di problemi irrisolti, di corruzione, di incapacità di garantire un’effettività governativa e di restaurare relazioni tra le comunità.

Situazione militare ed economica

Gli attori non statali che giocano un ruolo fondamentale in Libano sono gli Hezbollah, un partito politico sciita formatosi nel 1982 in seguito all’invasione israeliana. 
Il gruppo Hezbollah viene identificato con varie e confuse accezioni, tra cui partito politico, movimento sociale, organizzazione terroristica e gruppo armato non statale, con un’unica certezza: quella di aver sempre avuto il supporto dell’Iran. Le motivazioni della sua nascita sono da ricercare nella volontà di liberare il Libano dalle forze straniere occupanti. 

In seguito al caos della guerra civile, Hezbollah entra nel processo politico decidendo di prendere parte alle elezioni parlamentari nel 1992 e ancora oggi si configura come attore chiave, politico e militare.

Come è noto, in Libano, esiste però il cosiddetto “dualismo militare” rappresentato dagli Hezbollah e dalle Forze Armate Libanesi che simultaneamente godono di legittimità politica e militare, ma competono tra di loro e causano sempre più disordine e confusione tra la popolazione.

Le forze armate libanesi avrebbero ottime possibilità di diventare l’unica forza militare legittima in Libano, ma per poter assicurare la propria egemonia nella regione, dovrebbero attuare uno scontro diretto con Hezbollah per assicurarsi il potere.

La capacità militare di Hezbollah però rappresenta un ostacolo difficilmente superabile per la realizzazione di tale eventualità. Il gruppo sciita viene considerato uno degli attori non statali più pesantemente armati al mondo, e oltre ad essere legato all’Iran e alla Siria, è descritto come “una milizia addestrata come un esercito ed equipaggiata come uno stato”.  


La cooperazione tra le due forze, e non lo scontro militare, potrebbe favorire un miglioramento non solo sul piano internazionale, ma anche sul piano sociale e di sicurezza interna.  

Dal punto di visto finanziario, prima del 4 agosto 2020, il Libano, nonostante l’economia vacillante e gli svariati problemi sociali e politici, era considerato dalle Nazioni Unite uno dei paesi arabi con la valutazione più alta per quanto riguarda lo sviluppo umano. Infatti, possedeva una grande ricchezza petrolifera, un alto livello di alfabetizzazione ed era ritenuto uno dei paesi che storicamente beneficiava di un ruolo centrale nel Medio Oriente dal punto di vista culturale e commerciale.

A quasi un anno dall’esplosione nel porto di Beirut, la situazione di riconciliazione e stabilità è stata completamente messa in discussione. 

Secondo un report della Banca Mondiale del 2021, il Libano sta vivendo una delle peggiori crisi economiche globali. La mancanza di una risposta e di un’azione politica, in particolare dopo l’esplosione, ha esasperato i problemi preesistenti del paese e ha intensificato la fragilità libanese.

Nell’ultimo anno c’è stato un eccessivo indebolimento dei servizi pubblici: istruzione, educazione e approvvigionamento idrico ed elettrico. Più di metà della popolazione è al di sotto della soglia di povertà nazionale, la disoccupazione è in netto aumento e cresce sempre di più la difficoltà di accedere ai servizi sanitari.    
Il Libano, da paese ricco e vivibile, si è trasformato in un paese inabitabile, ad un passo da un collasso totale.

Tutto questo poteva essere evitato se il crollo economico non fosse stato accompagnato da un crollo governativo: il paese, infatti, è rimasto senza un governo funzionante dall’esplosione a Beirut.

L’ex primo ministro, Hassan Diab, ha rassegnato le proprie dimissioni pochi giorni dopo l’esplosione, spiegando nel suo ultimo discorso come la corruzione in Libano sia ormai dilagante e occupi ogni ambito, pubblico e privato. 

Il panorama della fine della guerra civile trova similitudini nello scenario successivo all’esplosione, in quanto l’obiettivo sembra essere quello di punire i responsabili del disastro e auspicare che ci sia un vero e proprio cambiamento basato sulla trasparenza e sul rispetto.             
Proteste contro l’inazione politica

Dalla fine del 2020, sono scoppiate diverse proteste che rivendicavano la formazione di un nuovo governo e l’adozione di riforme che avrebbero dovuto far risollevare l’economia libanese.

I partiti politici avevano scelto il successore di Diab, Saad Hariri, nominato dal presidente Michel Aoun come nuovo primo ministro, con il compito di frenare le ribellioni di massa antigovernative. 

Hariri aveva promesso di concentrarsi sulla ricostruzione del porto distrutto di Beirut e di formare un nuovo governo di esperti imparziali per implementare nuove riforme economiche e politiche. In questi ultimi mesi i progressi desiderati non sono stati raggiunti e il Libano è rimasto in un’impasse politica, nella quale continua ad imperversare la corruzione. 

Negli ultimi giorni si registrano avvenimenti allarmanti che hanno fatto aumentare il timore che il Libano non sia in grado di cambiare questa sua situazione di stallo.

Molte accuse sono state fatte al ministro dell’interno libanese, Mohamed Fehmi, per aver bloccato e ostacolato le investigazioni contro i responsabili del disastro di Beirut. Ci sono stati scontri tra la polizia e la popolazione, culminati in una processione di funerali metaforici, durante la quale i manifestanti e i parenti delle vittime trasportavano bare vuote per simboleggiare tutte le vittime dell’esplosione.

In seguito a questo evento si è verificato un ulteriore episodio caratterizzato da proteste ancora più violente. Le trattative per la creazione di un nuovo governo, in ballo da diversi mesi, lasciavano intravedere la speranza di un possibile accordo. 

Il 15 luglio 2021 il primo ministro Hariri ha deciso di rassegnare le sue dimissioni, sostenendo di non essere capace di trovare un punto di incontro politico con il presidente Aoun. 
Le parole di Hariri hanno avuto un impatto mediatico e sociale rilevante: il primo ministro ha ribadito che “il problema principale del Libano è Michel Aoun, alleato e protettore degli Hezbollah. Se il resto del mondo non riesce a capirlo né a vederlo, è cieco”. 

In conclusione, nonostante la crisi incombente e la pressione internazionale, i due personaggi più influenti in Libano non hanno fatto altro che creare un ulteriore vuoto di potere, continuando a generare incertezza, delusione e violenza. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY