LE PAROLE DELL’INTIFADA DELL’UNITÀ ARRIVANO A CANNES

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La cultura contro l’oblio: attori e attrici, palestinesi di Israele, hanno portato il nuovo capitolo della questione palestinese al Festival di Cannes. 

Alcuni membri del cast – palestinesi cittadini e cittadine di Israele – del lungometraggio Let It Be Morning, in concorso in queste settimane a Cannes e candidato nella sezione Un Certain Regard, hanno deciso di non partecipare al festival per protestare contro la categorizzazione del film come esclusiva “produzione israeliana”. Il regista Eran Kolirin ha appoggiato la decisione, specificando che la loro assenza ha significato un atto politico diverso dal semplice boicottaggio.

L’assenza di parte del cast alla kermesse francese ha infatti incarnato un ulteriore pratica di denuncia dei continui tentativi di cancellazione della cultura e dell’identità palestinese agiti da Israele, oltre che localmente, anche nei contesti internazionali, come appunto il Festival di Cannes.

Il film è l’adattazione cinematografica del libro dello scrittore palestinese Sayed Kashua e racconta la storia di Sami, palestinese di Israele, che non riesce a far ritorno nella sua casa a Gerusalemme, dopo essersi recato nel villaggio a maggioranza palestinese in cui è cresciuto, a causo di un blocco, improvviso ed inaspettato, operato dall’esercito israeliano. 

Nella dichiarazione pubblica, la parte di cast assente ha affermato come sia impossibile non riconoscere la contraddizione nel vedere nominato un film del genere sotto l’etichetta di film israeliano mentre Israele continua a portare avanti la sua storica campagna di pulizia etnica, espulsione e apartheid contro l’intera popolazione palestinese.

In effetti, specificano gli attori e le attrici, riprendendo le parole del famoso poeta palestinese Mahmoud Darwish, il film racconta lo stato d’assedio in cui vivono normalmente i e le palestinesi: una normalità fatta di muri, checkpoint, barriere fisiche e psicologiche, fondata su una continua e sistemica violazione dei diritti umani.

Pertanto, continuano: “ogni volta che l’industria cinematografica etichetta noi e il nostro lavoro come ‘israeliano’ non fa altro che rendersi complice della perpetuazione di questa realtà inaccettabile che impone a noi, artisti palestinesi con la cittadinanza israeliana, un’identità costruita dal colonialismo sionista per mantenere i palestinesi in Palestina sotto uno stato di continua oppressione”. 

In sostanza, si è trattato di un monito chiaro e diretto al mondo della cultura internazionale, all’interno del quale da sempre si esplica il duro conflitto tra il soft power israeliano dominante e le forme di resistenza e autonarrazione palestinese; un atto che supera il simbolico per aggiungersi alla lista delle forme di protesta che hanno caratterizzato il nuovo capitolo della questione palestinese, apertosi negli ultimi mesi e che ha visto protagoniste le “città miste” e e le palestinesi del 48. È con quest’ultimi e quest’ultime, infatti, che si identificano i disertori di Cannes. 

Chi sono quindi i e le palestinesi del 48, chiamati “arabi-israeliani” da chi cerca di nasconderne l’origine palestinese? Cosa si intende per “città miste”? E a cosa è dovuta la centralità che hanno assunto nelle proteste più recenti? 

In questi giorni, diversi coloni israeliani hanno annunciato una nuova marcia sulla moschea di Al Aqsa, terzo luogo sacro dell’islam, in concomitanza con l’inizio del pellegrinaggio alla Mecca e a pochi giorni dall’Eid Al Adha. Si può dire una situazione molto simile a ciò che successe a maggio con l’assalto alla moschea durante il Ramadan. Come spesso accade, dietro questi assalti di religioso c’è ben poco.

Al contrario, la radice del problema è da ricercare all’interno del reticolato politico-ideologico, sostenuto da un puntuale lavoro legislativo, attraverso cui progressivamente si è istituzionalizzata la supremazia di un gruppo – quello ebraico – su un altro – quello palestinese. A questo va aggiunto che, nella generalità del contesto appena accennato, l’era Netanyahu è stata determinante nel processo di polarizzazione della società e di radicalizzazione delle sue fasce più estreme sempre più fuori controllo. 

Per questioni di tempo e spazio qui ci concentreremo solo sul circa 1 milione e mezzo di palestinesi che vive all’interno della cosiddetta “prigione della cittadinanza”. Storicamente guardati con sospetto dagli altri governi arabi e al contempo considerati paria da Israele, si tratta dei e delle palestinesi che sono rimasti all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele sin dalla Nakba del 48 e che formalmente sono in possesso della cittadinanza israeliana.

È importante tenere a mente la distinzione tra realtà formale e quotidianità materiale vissuta da questa parte consistente di popolazione interna allo stato israeliano, per quanto poi, come detto sopra, forme discriminatorie rispetto allo status degli ebrei israeliani e delle ebree israeliane sono insite nei diversi livelli legislativi che danno conformità politico-identitaria allo stato stesso. Quindi la stessa distinzione tra realtà formale e sostanziale viene di fatto meno. 

Per avere contezza di quanto appena detto, può sicuramente essere utile consultare la lista dettagliata delle leggi israeliane che discriminano le e i cittadini arabi di Israele compilata da Adalah. 

Nell’analizzare il ruolo riservato alla parte di popolazione palestinese all’interno dell’ambiente sociale, politico e istituzionale israeliano, è doveroso partire dalla competizione per l’acquisizione e la distribuzione di proprietà sulle terre della Palestina storica, operata attraverso precise organizzazioni e istituti giuridici, quali tra tutti il Fondo Nazionale ebraico attivo da inizio 900, con cui si è progressivamente istituzionalizzata la segregazione su base etnica e razziale di intere città e villaggi ancor prima della nascita dello stato di Israele.

Già questo aiuta a guardare alla mappa sociale e urbanistica delle “città miste” con un altro sguardo; uno sguardo di contesto, storico e sistemico, che inoltre permette di smontare le narrazioni politiche e mediatiche, israeliane e non, che in questi mesi hanno descritto queste realtà come simbolo astratto di convivenza pacifica, il più delle volte quasi sorprendendosi che le sollevazioni partissero proprio da lì. 

Sequestrando la terra per gli ebrei e – allo stesso tempo – stipando i palestinesi in enclave, Israele sta perseguendo una politica di «ebraicizzazione» della regione, basata sulla convinzione che la terra sia una risorsa destinata al beneficio quasi esclusivo del popolo ebraico. La terra viene usata per sviluppare ed espandere le comunità ebraiche esistenti e costruirne di nuove, mentre i palestinesi vengono espropriati e ammassati in piccole enclave sovraffollate. Questa politica è stata praticata per le terre in territorio sovrano israeliano dal 1948, e poi applicata ai palestinesi nei territori occupati dal 1967. Nel 2018, questo principio di base è stato sancito nella Legge fondamentale: Israele – Stato-nazione del popolo ebraico.

Con la Nation-State Law del 2018, quattordicesima tra le Leggi Fondamentali che hanno valore costituzionale nel Paese, Israele è stato dichiarato ufficialmente lo stato-nazione dell’intero popolo ebraico, è stato riconosciuto unicamente ad esso il diritto all’autodeterminazione, lo sviluppo delle colonie come valore nazionale e l’ebraico come lingua ufficiale sopra l’arabo. Netanyahu, allora primo ministro, ne salutò l’approvazione come un momento cruciale all’interno del processo fondativo dell’esistenza stessa dello stato di Israele e come la prosecuzione diretta del progetto di Herzl, padre del sionismo moderno.      

Sebbene si faccia di tutto per nascondere e sradicare la variegata presenza palestinese, per di più facendo come se questa non fosse mai esistita, dando estrema priorità politica all’istituzionalizzazione progressiva di una sistemica battaglia urbano-demografica, in Israele molte sono le comunità non-ebraiche i cui esponenti rischiano di continuo di vedere il proprio status giuridico declassare e le proprie possibilità di vita venir violate.

Anche i drusi, ad esempio, presenti perlopiù nel nord del Paese, storicamente considerati come la minoranza favorita dai sionisti contro la maggioranza delle comunità musulmane e cristiane, ultimamente hanno sofferto le conseguenze della legge del 2018.  Tant’è che diverse associazioni per i diritti umani, individui e singoli partiti hanno sollevato davanti la Corte Suprema la richiesta di annullare questa legge o almeno di rimuovere alcune delle clausole esplicitamente discriminatorie. 

Tuttavia, proprio a inizio mese la Corte si è espressa a sostegno rigettando le 15 petizioni presentate, affermando che si tratta di “un capitolo della costituzione israeliana emergente che intende ancorare le componenti dell’identità statale all’essere Stato ebraico” e che sebbene l’uguaglianza non sia esplicitamente espressa all’interno del testo di legge, la sua importanza in quanto principio giuridico fondamentale non è messa in discussione. Tra i giudici, soltanto George Karra ha votato contro la convalida e probabilmente non è un caso che sia stato proprio lui: unico palestinese della Corte, nello specifico appartenente alla comunità drusa. 

La Corte Suprema ha un ruolo di indirizzo politico-istituzionale molto importante nel Paese. Essa, infatti, rappresenta l’ultimo grado di giudizio, comprende sia la giustizia militare che quella civile ed è storicamente considerata il principale contrappeso delle politiche israeliane. Questo significa che le sue sentenze hanno un valore centrale nella definizione dell’azione israeliana all’interno dei territori occupati, ad esempio. 

Ciononostante, l’ultimo pronunciamento conferma che la sua conformazione non è rimasta indenne dall’impronta ultranazionalista dell’era Netanyahu, come del resto tutti gli altri livelli statali e sociali. 

Il Primo Ministro più longevo della storia del Paese ha sicuramente agito da catalizzatore compartecipando alla definizione del contesto esplosivo in cui è partita a maggio la scintilla di una nuova Intifada; la stessa che oggi, con il suo linguaggio di unitàdignità e speranza, approda perfino a Cannes. 

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