IL LIBANO TOCCA IL FONDO

Fonte:https://www.ndtv.com/world-news/prime-minister-saad-hariri-announces-return-to-lebanon-as-crisis-simmers-1777297

Dopo la rinuncia del Premier designato, Saad Hariri, alla fondazione di un nuovo governo, il Libano sembra aver davvero toccato il fondo. Cosa significa per l’intera regione? 

Una crisi senza fine

Quella del Libano è davvero una crisi senza fine, in termini politici, economici e sociali, soprattutto dopo la rinuncia del Premier incaricato, Saad Hariri, alla formazione di un nuovo governo – e più di nove mesi per raggiungere una decisione

Il sistema politico confessionale, una volta blasonato come segno di rispetto e dialogo fra le diverse culture e religioni che compongono il tessuto sociale libanese, mostra ora i limiti in una società divisa ed una politica, talvolta, corrotta e inadeguata. Secondo la classifica Transparency, il Libano è posizionato al 149º posto, su 180 Stati, in termini di corruzione governativa percepita – la percezione pubblica della corruzione è molto alta. Negli anni, l’andamento dell’indice di corruzione percepita è stato sempre crescente

Ad accompagnare la crisi politica, v’è quella economica. Il Libano è ufficialmente un Paese in bancarotta, con una inflazione all’84%, il PIL costantemente in picchiata (-20,3% al 2020) e una svalutazione monetaria ai massimi storici. Le famiglie sulla soglia di povertà continuano a crescere di numero, alimentando quello che sembra essere il collasso stesso di una possibile bomba sociale.

La recente pandemia da COVID-19 non ha fatto altro che aggravare la già insostenibile tenuta dell’economia libanese. Senza dimenticare che il Libano è, ufficialmente, in guerra con la maggiore potenza della regione, Israele, e conta un numero altissimo, quasi due milioni, di rifugiati.

Ma, a detta della Banca Mondiale e di molti esponenti politici della comunità internazionale – fra i quali Josep Borrel e Joe Biden -, ad impedire il recupero economico e sociale del Paese sono le indecisioni politiche, che durano ormai da circa due anni. In effetti, l’instabilità politica sembra avere il peso maggiore in tale situazione e non v’è dubbio che vi siano interessi terzi – e di secondi Stati – in tale stallo politico. 

Proposte senza supporto

Dopo essere stato incaricato dal Parlamento per la formazione di un nuovo governo, Saad Hariri, esponente sunnita di Movimento il Futuro e politico di lungo corso – già diverse volte Premier e dimissionario nel 2019 -, aveva ottenuto subito l’appoggio del blocco sunnita per la rapida formazione di un governo tecnico, composto dunque da professionisti capaci di mettere in atto le riforme necessarie all’economia del Paese. 

Le maggiori difficoltà si sono avute con i partiti a maggioranza maronita, che più volte hanno rigettato le proposte del Premier incaricato, accusato di poca diplomazia ed equilibrio nella scelta di determinate nomine governative. 

Mercoledì scorso, Hariri aveva presentato una lista di 24 nomine di ministri tecnici al Presidente maronita, Michel Aoun, di Movimento Patriottico Libero, alleato di Hezbollah, puntualmente rigettata dopo una rapida riunione il giovedì successivo, giorno delle “dimissioni” stesse del Premier incaricato. 

L’accusa pubblica di Hariri al Presidente Aoun è pesante per un Paese in crisi non solo economica, ma anche politica e confessionale: i “sostanziali cambiamenti” richiesti dal Presidente sono stati ritenuti da Hariri inaccettabili e l’ultima di una serie di rimpalli che lo hanno costretto ad un passo indietro, aggravato da un “may God help the country” (che Dio aiuti il Paese) a conclusione del suo ultimo discorso. 

Il Presidente Aoun ha riaperto le consultazioni parlamentari per lunedì 26 luglio. La scelta deve necessariamente cadere su un candidato sunnita, che metta d’accordo la maggior parte dei legislatori. 

Cosa significa per il Medio Oriente e il Mediterraneo? 

Un tempo ricco e fiorente, tanto da essere chiamato la Svizzera del Medio Oriente, il Libano sembra essere oggi una vera e propria miniatura del Medio Oriente, non solo in termini di composizione culturale e religiosa – lo era anche prima – ma, potenzialmente, è la rappresentazione reale della spirale in cui tutti i Paesi del levante potrebbero essere risucchiati. 

La crisi, alimentata dalla recentissima rinuncia di Hariri, ha già mostrato le prime crepe, con il lancio di alcuni razzi al confine con Israele, martedì 20 luglio, da parte di Hezbollah. Per tutta risposta, Israele, che oggi conta su Benny Gantz come Ministro della Difesa più Naftali Bennett, in qualità di Primo ministro, ha risposto col fuoco nell’area di Wadi Hammoul. 

Ad essere più pesanti dei proiettili e dei missili sono le parole twittate proprio dal Ministro Gantz: “Lo Stato del Libano è responsabile dei missili lanciati durante la notte, dato che permette ai terroristi di operare sul proprio territorio. Israele reagirà a qualunque tipo di minaccia alla sua sovranità e ai suoi cittadini, e risponderà congruentemente ai suoi interessi – al momento e luogo opportuno” – e, continuando – “Non permetteremo che la crisi sociale, politica ed economica del Libano si trasformi in una minaccia per la sicurezza di Israele”. 

L’unica preoccupazione di Israele è, ovviamente, la propria sicurezza interna che, secondo i politici di maggioranza, prescinde dalle condizioni di stabilità regionale – contrariamente a qualsiasi regola teorica geopolitica (per quanto Israele sia economicamente e militarmente un Paese potente, non gode di una buona stabilità politica, necessaria a qualsiasi pretesa egemonica regionale). 

Il rischio reale di una spirale di violenza e terrore non è escludibile: uno dei motivi per cui Gantz richiama la comunità internazionale, non potendo Israele intervenire in prima linea perché formalmente in guerra con il Libano. L’intervento e l’interesse della comunità internazionale nei confronti di Beirut sono ottime garanzie per Tel Aviv, in tale frangente: lo scudo internazionale creerebbe una forte deterrenza ai casi di terrorismo più aspri.

Dunque, l’annuncio del Ministro degli Esteri francese, venerdì scorso, nonostante il lancio recente dei razzi, sembra voler creare proprio questa rete internazionale di deterrenza: la Francia ospiterà, infatti, una conferenza internazionale sul Libano in agosto, in occasione del primo anniversario dall’esplosione del porto di Beirut. L’insofferenza francese è diventata maggiormente evidente con il passo indietro di Hariri, tanto da minacciare di sanzioni Beirut, in via informale.

Già l’Unione Europea, la scorsa settimana, aveva esplicitamente reso reale la possibilità di procedere a delle sanzioni formali nei confronti di alcuni leader libanesi, accusati di corruzione, ostruzionismo politico, abusi dei diritti umani e abusi finanziari. 

È possibile che a seguito delle consultazioni e della conferenza internazionale da tenersi in Francia si raggiunga un punto di svolta, ma è difficile definire quanto decisivo questo sarà per le sorti del Paese e del Medio Oriente, in generale. In fondo, la prima conferenza voluta da Macron lo scorso anno, proprio a seguito dell’esplosione del porto, ha dato risultati insufficienti, se non nulli. 

Eppure, dalla stabilità libanese dipendono tanti equilibri regionali: anzitutto, Israele e Siria, ma anche i quasi due milioni di rifugiati – e dunque cittadini stranieri (su più di 6 milioni di abitanti) – che risiedono sul territorio del Libano. 

Da esso dipendono anche partiti come Hezbollah e, conseguentemente, le capacità proiettive della geopolitica iraniana nella regione, che fa da contrappeso alla linea occidentale, rappresentata da Israele. È difficile credere che un partito paramilitare così forte come Hezbollah ceda, a meno che gli equilibri mediorientali non vengano nuovamente scossi, positivamente, dall’esterno e, più esplicitamente, nei confronti proprio dell’Iran – che non sembra essere la priorità in agenda per l’amministrazione Biden. 

A soffrirne di più, come sempre, è la popolazione, allo stremo delle forze. Checché ne dica il Presidente Aoun, per quanto sia reale la resilienza e la tempra del popolo libanese, è anche scientificamente evidente che l’estrema povertà impedisce qualsiasi genere di reazione sociale. E, ad oggi, più della metà della popolazione libanese è ben sotto la linea di povertà nazionale, tanto da non potersi permettere i necessari servizi di base.  

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

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