L’IMPERIALISMO GIURIDICO STATUNITENSE

Fonte: https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/02/supreme-court-elections/605899/

I motivi dell’attrazione e della fiducia nei confronti delle Corti americane e le modalità in cui la loro giurisprudenza è riuscita a imporre un dominio giuridico internazionale.

Nell’immaginario comune i processi statunitensi, osannati anche dalla produzione cinematografica, rappresentano il rispetto dei diritti umani e un ottenimento della giustizia certo da parte delle vittime. Sin dal secondo dopoguerra la giurisprudenza americana è riuscita a dominare anche oltre i suoi confini, trasformando i suoi giudici in garanti della legalità internazionale.

Le caratteristiche strutturali del modello giuridico, accompagnate da un potere economico e politico non indifferente, sono state spesso sufficienti per consentire allo Stato di ottenere una giurisdizione globale, occupandosi anche di casi avvenuti al di fuori della propria giurisdizione territoriale.

L’idea della legalità internazionale nasce con il Processo di Norimberga, in cui una Corte ha messo sotto processo la storia nazista dotandosi di una legittimazione internazionale. Proprio in quel periodo, con i processi americani sull’Olocausto, nasce una fiducia globale nei confronti del potere giudiziario americano, oltre l’idea che i diritti umani violati durante i più gravi crimini internazionali possano e debbano essere tutelati da Corti internazionali. 

É significativo notare che l’idea della protezione dei diritti umani in ogni tempo e in ogni luogo non sia stata invece presa in considerazione quando i convenuti stranieri di fronte al giudice americano sarebbero stati il Vaticano o qualche multinazionale globale: improvvisamente, la Corte Suprema si è accorta di non avere il potere o l’interesse di giudicare quei casi, in nome del forum non conveniens.

La Corte, infatti, nel decidere se estendere la sua giurisdizione o meno, opera un giudizio comparativo tra sé stessa e le possibili Corti alternative, valutando le prove degli attori, i quali cercheranno di dimostrare che in nessun altro luogo potrebbero mai ottenere giustizia. I convenuti, al contrario, faranno in modo di sottrarsi ai procedimenti statunitensi dimostrando invece che una Corte estera renderebbe giustizia allo stesso modo.

Uno dei motivi che spiega il timore dei convenuti e, più in generale, l’egemonia americana nei processi internazionali, è la modalità in cui viene svolta la discovery, ovvero le indagini svolte dall’attore per raccogliere i fatti rilevanti del caso. I convenuti, come spesso è evidente nei più noti film ambientati in una Corte statunitense, sono sottoposti a un interrogatorio molto aggressivo da parte degli avvocati degli attori, che non prevede la sola raccolta di informazioni strettamente utili al caso.

Essi hanno la possibilità, infatti, di far emergere dettagli, segreti e informazioni personali o imbarazzanti del convenuto e prove che l’attore non potrebbe mai ottenere in qualsiasi altra Corte del mondo e anche da qui nasce il sentimento di superiorità del giudice statunitense.

Un concetto certamente lontano al sistema giuridico europeo, in cui il convenuto si considera innocente fino a prova contraria e in cui vi è sicuramente più sensibilità nei confronti della privacy delle parti. Il fascino internazionale esercitato dalla giustizia americana influenza così anche la stessa cultura giuridica occidentale: nei modelli di civil law, spesso, vi sono delle “contaminazioni” di concetti e nozioni americane, il che comporta un imperialismo giuridico e una soggezione nei confronti della cultura giuridica statunitense.

Questa tipologia di processi, di dubbia legittimazione, è caratterizzata anche da costi eccessivamente elevati, poiché le liti internazionali necessitano di esperti, comparatisti o cultori del diritto straniero in questione, che poi non spesso viene applicato. Un’altra peculiarità tutta americana che incuriosisce, che attrae il pubblico estero e che fa sentire le Corti statunitensi uniche nel loro genere è la class action.

 Il diritto americano è infatti l’unico foro che può tutelare nelle modalità di seguito esposte un intero gruppo di danneggiati. Questo meccanismo consente di aggregare dei diritti violati a danneggiati che autonomamente non potrebbero mai sostenere i costi per intraprendere un’azione giudiziaria: essi, dunque, possono formare un gruppo e convincere un avvocato a sostenerli, oppure, più frequentemente, è lo stesso avvocato che va alla ricerca di attori rappresentativi per una class action.

In questo caso la strategia del forum non conveniens è complicata da poter utilizzare, poiché altre Corti non potrebbero mai tutelare un gruppo di diritti come negli Stati Uniti. Si tratta comunque di operazioni complicate da svolgere e che per questo, solitamente, vengono prese in carico da studi professionali di prestigio: bisognerà mettere al corrente i danneggiati di quella classe, che magari si troveranno sparsi per il mondo, capire se essi vogliano partecipare e soprattutto pubblicizzare il caso a livello mediatico.

Il risultato più evidente è che il convenuto quasi sicuramente sarà danneggiato e indebolito da questo meccanismo, mentre il prestigio dell’attore crescerà notevolmente: basta immaginare le conseguenze che potrebbe avere una class action sulle vittime dei preti pedofili. In questo modo, la Corte statunitense diventa all’occhio popolare il garante del diritto, un luogo in cui i deboli hanno una possibilità che in una Corte nazionale non potrebbero avere.

Tornando al dominio della giurisprudenza americana, la questione principale resta la legittimità: esistono basi giuridiche che consentono a una Corte statunitense di occuparsi di casi stranieri? Secondo l’articolo III della Costituzione, che disciplina il potere giudiziario, le Corti[1] estendono la loro giurisdizione nei casi  “che riguardano ambasciatori, altri rappresentanti pubblici o consoli; a tutte le cause di ammiragliato e di giurisdizione marittima; alle controversie nelle quali gli Stati Uniti siano una delle parti; alle controversie tra due o più Stati; tra uno Stato e i cittadini di un altro Stato; tra i cittadini di diversi Stati; tra cittadini dello stesso stato che reclamino terre in base a concessioni di altri Stati, e fra uno Stato, e i suoi cittadini, e Stati o cittadini o soggetti stranieri”.

Un’interpretazione estensiva di “soggetti stranieri” non è comunque sufficiente a giustificare la giurisdizione della Corte: la Costituzione, infatti, non nomina le controversie internazionali e non chiarisce se i soggetti stranieri debbano (almeno) aver compiuto la violazione nel territorio statunitense. 

Un’altra probabile fonte di legittimazione potrebbe essere una legge che risale al Judiciary Act del 1789, oggi codificata come 28 USC 1350, che nomina la commissione di violazioni del “law of nations”. La legge è stata utilizzata nel caso Filartiga v. Pena-Iralariguardante atti di tortura perpetrati dalla polizia paraguaiana nei confronti di un cittadino locale, in cui la Corte affermò che gli atti compiuti “under color of law” violavano questo “law of nations” che conferiva giurisdizione per il caso.

Quello che rimane indubbio è che non esistono nel mondo Corti più temute o più celebrate di quelle degli Stati Uniti, lungi, invece, dall’essere il modello del giusto ed equo processo o dall’essere Corti imparziali e separate dal potere politico: d’altronde, chi non ha mai sognato di trovarsi in quelle aule?

U. Mattei, E. Ariano, Il modello di Common Law, Quinta edizione, Sistemi giuridici comparati a cura di A. Procida Mirabelli di Lauro, Torino, 2018 


[1] Corti inferiori e Corte Suprema

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS