LA RELAZIONE STATI UNITI-CUBA, TERMOMETRO GEOPOLITICO DEL PRIMATO STRATEGICO AMERICANO

Fonte: Worldatlas.com

La scorsa settimana Cuba è stata teatro di manifestazioni di protesta in diverse città, partecipate da migliaia di persone che hanno invocato le dimissioni del presidente Miguel Díaz-Canel per la carenza di cibo, elettricità e medicine, la mancanza di libertà e il deterioramento dell’economia. L’ideologica postura washingtoniana verso l’Avana trasmette sicumera tattica.

L’ultima crisi cubana, esplosa nei moti di piazza più ampi dal c.d. Periodo Especial dei primi anni ’90, culminato nel Maleconazo del 1994 – il pesante sconvolgimento economico indotto dal crollo del patrone sovietico che fece traballare il regime di Fidel Castro – costituisce il concentrato di dinamiche esogene verificatesi negli ultimi quattro anni, aggravate da scelte politiche endogene: il rafforzamento dell’embargo statunitense (bloqueo) sotto l’amministrazione Trump (in particolare le restrizioni di viaggio per i cittadini americani e la stretta sulle vitali rimesse dei cubano-americani verso i familiari rimasti nel paese ispanofono); la crisi del Venezuela (dal quale Cuba dipende sul piano economico ed energetico), accentuata dalla “massima pressione” statunitense; e, da ultimo, l’epidemia di coronavirus, che ha ostacolato l’afflusso di investimenti esteri e ha colpito uno dei settori economici più rilevanti: il turismo. Crollato da 4,7 milioni di visitatori nel 2019 a 1,2 milioni nel 2020, mentre lo scorso anno il pil registrava un preoccupante -11%.

Questi fattori hanno di fatto isolato Cuba, aprendo le porte dell’arcipelago ad importanti investimenti cinesi soprattutto nelle telecomunicazioni, con Pechino particolarmente interessata anche ai settori sanitario e farmaceutico e alla produzione di minerali strategici dual use (civile-militare) – come cobalto, silicio, nichel – indispensabili per la componentistica di batterie, pc, smartphone e semiconduttori. Penetrazione che sta spingendo anche il Giappone a guardare a possibili azioni diplomatiche e geo-economiche in America Centrale e nei Caraibi sotto la cornice della Free and Open Indo-Pacific Strategy. Ulteriore teatro della competizione sino-giapponese.

Le autorità governative cubane hanno scaricato le responsabilità della crisi interamente sul bloqueo (sulla stessa linea il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador) ed attribuito la regia delle proteste a “mercenari finanziati dagli Stati Uniti”. Retorica necessaria a coprire le proprie di responsabilità, come la decisione del Banco Central de Cuba(BCC) di sospendere i depositi in dollari nelle banche e nelle istituzioni finanziarie del paese. Mossa che ha avuto come effetto un importante aumento dell’inflazione.

Benzina sul fuoco del malcontento della popolazione. L’Avana ha represso i manifestanti con lo schieramento dei “berretti neri” (il gruppo d’èlite dell’esercito cubano), con centinaia di arresti di dimostranti e con il taglio della rete internet (quasi 6 cubani su 10, più di 6,3 milioni di persone, dispongono di connessione internet, sottoposta a censura dal governo), per impedire ai manifestanti di continuare a coordinare, sui social media come Facebook, slogan e luoghi dei raduni.

La reazione americana

Il presidente Usa Joe Biden ha manifestato un freddo sostegno al popolo cubano, al suo “strenuo appello alla libertà e al sollievo dalla tragica morsa della pandemia e dai decenni di repressione e sofferenza economica a cui è stato sottoposto dal regime autoritario di Cuba”. Ha aperto la strada per l’invio di vaccini americani e ha accennato a possibili azioni per ripristinare le connessioni internet nel paese sulla spinta della pressione bipartisan del Congresso.

A giugno, la sua amministrazione si era opposta ad una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condannava l’embargo Usa e sta mantenendo la pressione sanzionatoria dell’amministrazione Trump (dai limiti all’assistenza straniera e finanziaria ai divieti sulle esportazioni e sulle vendite di materiali e tecnologie duali).

La preoccupazione principale degli Usa circa l’attualità cubana concerne il pericolo che la crisi si trasformi in bomba migratoria verso la Florida, dove i cubano-americani, pari al 3,5% degli ispanici a livello nazionale, costituiscono il 31% dei latinos a livello statale ed esercitano una forte influenza elettorale in uno dei swing States contesi tra lo schieramento democratico e quello repubblicano.

L’atteggiamento ideologico anti-castrista di Washington (in particolare del Congresso) e la scelta tattica di far prevalere gli interessi politico-elettorali domestici a considerazioni geopolitiche ha impedito dal 1959 ad oggi l’ingresso della più strategica porzione di terra oltre il territorio Usa nella sfera d’influenza dell’impero americano. Condotta che palesa il divario strategico che separa gli Usa dalle due grandi potenze, Cina e Russia, che si pongono come sfidanti dell’egemonia globale americana. Con le truppe e gli assetti militari stars and stripes alle rispettive porte di casa, lungo la prima catena insulare indo-pacifica (mappa 2) e la nuova cortina di ferro baltico-eusina (mappa 3).

Fonte: The Times

Il valore strategico di Cuba

La geografia fa dell’arcipelago cubano la chiave d’accesso al cuore geopolitico della prima potenza del mondo: la foce del fiume Mississippi. Posta alla confluenza tra le acque del Golfo del Messico, del Mar dei Caraibi e dell’Oceano Atlantico, a soli 150 km dall’arcipelago delle Key (Florida), Cuba assume un valore strategico esiziale per la superpotenza (mappa 1).

Cuba sta agli Usa come Taiwan (posta dinanzi allo heartland geopolitico cinese, la costa orientale) sta alla Cina e come gli Stretti Turchi (unica via d’accesso russa ai “mari caldi”) e l’Ucraina stanno alla Russia. Se una potenza extra-emisferica (l’impero spagnolo nel XIX secolo, l’Urss dagli anni ‘60 al 1991) riuscisse a controllare politicamente e militarmente l’arcipelago – ad esempio piazzandovi basi navali, batterie missilistiche e strumentazioni anti-access/area denial (A2/AD) – potrebbe potenzialmente interdire la libera navigazione commerciale e militare alle navi Usa in uscita dai due principali porti nazionali (New Orleans e Houston).

Soffocarne la proiezione oceanica, essenziale al controllo delle rotte marittime, verso il Pacifico (attraverso il canale di Panamà) e verso l’Atlantico tramite le due vie transitanti a nord (Stretto della Florida) e a sud (Canale dello Yucatan) di Cuba.

Massima minaccia strategica per la talassocrazia americana, che fonda la propria egemonia sul dominio dei mari e dei choke points.

Per questa ragione la politica americana nutre una vera e propria ossessione ideologica per Cuba. Desidererebbe avere una democrazia anglo-sassone sull’uscio di casa. Per questa ragione la superpotenza mantiene ancora oggi una presenza (in affitto) nella base militare navale di Guantanámo Bay, divenuta celebre per il suo riadattamento in prigionia di massima sicurezza per i più pericolosi sospetti jihadisti negli anni della “guerra globale al terrore”, sottratta alla giurisdizione del diritto costituzionale statunitense. Al di là delle promesse dei vari presidenti di chiuderne i battenti, essa rimane struttura essenziale per controllare militarmente l’isola. 

Per questa ragione il momento più caldo della Guerra Fredda fu la crisi missilistica di Cuba (1962). L’amministrazione Kennedy arrivò a minacciare la guerra nucleare e l’invasione dell’isola qualora i sovietici non avessero ritirato le loro installazioni missilistiche, puntate contro l’America per mutare l’equazione strategica della Guerra Fredda portando una minaccia esistenziale nel “cortile di casa” del rivale.

L’America centro-meridionale, incardinata sul piano strategico-militare nel teatro dello Us Southern Command, è l’ultima delle priorità geo-strategiche degli Usa, perché priva di minacce statuali all’egemonia emisferica di Washington. Il ruolo geopolitico di Cuba non è il medesimo della Guerra Fredda.

Nessuna grande potenza esterna vi detiene una presenza militare. Russia e Cina (primo partner commerciale dell’Avana dopo il Venezuela), aiutano il regime ad aggirare le sanzioni Usa, contribuiscono a sostenerne la sopravvivenza. Ma sia Mosca che Pechino si mostrano particolarmente caute nel provocare gli Usa nel proprio “giardino di casa”.

Temendone la furiosa reazione nel proprio “estero vicino”. In Ucraina, dove gli americani potrebbero affondare il coltello alla gola dell’Orso russo soddisfacendo le ripetute richieste di Kiev di ingresso nella Nato. A Formosa, dove Washington potrebbe sollevare il velo della sua “ambiguità strategica”, riconoscendo ufficialmente Taipei come clientes del proprio impero.

In entrambi gli scenari sarebbe Terza guerra mondiale. Lo status quo a Cuba conviene a tutti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from AMERICA LATINA

LA GUERRA DEI MILLE GIORNI

Conclusosi il sogno boliviano la Colombia ottocentesca si ritrovò ad affrontare tese e articolate dinamiche interne.