I RUBINETTI MIGRATORI CHE SPAVENTANO L’UNIONE EUROPEA

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L’apertura “a comando” dei flussi migratori da parte di Bielorussia e Turchia, Stati confinanti con l’Unione Europea, pone un importante problema che spaventa Bruxelles. 

Che la questione migratoria sia sfuggita di mano all’Unione Europea è ormai una certezza quasi assoluta. Lo dimostrano le azioni poco risolutive e mirate a tappezzare temporaneamente gli enormi problemi di una gestione che fa acqua da tutte le parti: i finanziamenti alla Turchia per il blocco dei Siriani (in condizioni degradanti e ampiamente segnalate a Bruxelles), i respingimenti in mare ad opera della guardia costiera libica (che continua ad essere finanziata dagli stati europei) e i grandi campi profughi, in primis quello di Lesbo, sovraffollati e divenuti ingestibili. 

Lo scorso 9 luglio il governo lituano ha annunciato la costruzione di un muro lungo 550 chilometri al confine con la Bielorussia. Il motivo si ritrova nella politica attuata da Lukashenko, ripetutamente accusato di aver lasciato passare deliberatamente i migranti della rotta est-europea per mettere in difficoltà la Lituania.

 L’ultimo rapporto FRONTEX indica come da inizio 2021 hanno attraversato il confine lituano 1714 migranti irregolari, contro i soli 74 di tutto il 2020. Il numero che testimonia i sospetti europei nei confronti della Bielorussia sta proprio nel fatto che di quei 1714 migranti, 1676 provengono dal regime di Lukashenko e ben 1000 sono stati fermati dalla guardia di frontiera lituana nella prima settimana di luglio. 

Il Parlamento lituano ha risposto al comportamento bielorusso, lo scorso 13 luglio, approvando delle norme per il diritto d’asilo molto restrittive, in cui i migranti irregolari possono rimanere per massimo 6 mesi nel territorio statale per poi essere espulsi se la loro richiesta non fosse accettata, al di là del processo d’appello. Non solo: il governo di Vilnius ha deciso di passare all’attacco, difendendo fisicamente i propri confini con la progettazione di una vera e propria barriera sul confine. 

L’astio della Bielorussia è scaturito principalmente per due motivi: il primo è stato il fatto che la Lituania, dopo la rielezione di Lukashenko, ha ospitato diversi oppositori politici al suo interno, garantendo loro protezione da eventuali rivendicazioni.

Il secondo riguarda le pesanti sanzioni che l’Unione Europea ha inflitto a Minsk dopo le elezioni presidenziali del 2020: a causa del ricorso all’intimidazione e alla violenta repressione, come si legge nel comunicato del Consiglio europeo, nei confronti di manifestanti politici, membri dell’opposizione e giornalisti, l’Unione Europea ha deciso di non riconoscere le elezioni in Bielorussia, introducendo il divieto di sorvolo nel suo spazio aereo e di accesso ai suoi aeroporti da parte di vettori bielorussi.

Queste si sono aggiunte alle sanzioni imposte per il dirottamento del volo Ryanair del 23 maggio scorso, diretto proprio in Lituania, con al suo interno l’oppositore politico Protasevich, che hanno portato alla condanna formale, da parte delle istituzioni europee, di 78 persone e 8 società bielorusse.

Questa serie di eventi ha portato ad una risposta altrettanto violenta da parte di Lukashenko, con l’apertura del rubinetto migratorio che porta migliaia di migranti africani dai Balcani in Europa. Una rivendicazione che ha appesantito il sistema lituano, con centinaia di migranti da gestire e da accogliere. 

Quello delle rotte aperte a piacimento dagli stati confinanti con l’UE è un problema grave che, fino ad ora, non ha visto una azione efficace da parte di Bruxelles.

Anzi, la soluzione messa in campo, come nel caso turco, risulta essere proprio il finanziamento di quegli Stati per trattenere i migranti al loro interno, lasciando le istituzioni europee sotto scacco e suscettibili a qualsiasi tipo di azione da parte degli stessi.

La Turchia di Erdogan è l’esempio lampante di questa situazione: sono ormai frequenti le minacce che vengono recapitate alla Grecia e all’Unione Europea oltre che le escalation in cui Ankara libera migliaia di profughi sul confine europeo. 

Preoccupanti sono anche le parole di Lukashenko che, nel corso del tempo, ha fatto capire come la Bielorussia non perseguirà una politica di accoglienza ma mirerà ad espellere i migranti irregolari dal proprio territorio, anche verso la Lituania.

Bisogna ricordare che chiunque entri all’interno del territorio lituano ha il diritto a richiedere asilo e a non essere respinto. Per questo, con l’appoggio informare di Bruxelles, la Lituania sta progettando la creazione di un muro fisico al proprio confine. 

È chiaro come l’impotenza dimostrata dall’Unione Europea nella gestione dei rapporti con gli Stati confinanti in materia migratoria la pone attaccabile e suscettibile. Proprio la lentezza nella risposta a questa emergenza costante, dovuta anche e soprattutto all’opposizione del gruppo Visegard in una redistribuzione obbligatoria dei migranti, fomenta il timore nelle istituzioni europee di rivendicazioni e attacchi con quella che nell’ultimo decennio è diventata l’arma per eccellenza a livello geopolitico europeo: l’apertura dei confini e la violazione dei patti stipulati.

Ma si pone un’altra importante questione in Lituania: il potenziamento del confine con la creazione di un muro, rispetta le norme europee sul diritto d’asilo? Con questo appoggio informale all’azione lituana, anche altri Stati si sentiranno legittimati a perseguire la stessa strada? I principi e i valori di accoglienza e integrazione, propagandati e costituzionalizzati dai padri fondatori, sarebbero tutelati e rispettati con azioni come questa? 

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