LE “PREOCCUPANTI” PAROLE DI XI

Fonte: http://italian.cri.cn/notizie/cina/3204/20210701/683506.html

In occasione del centesimo anniversario dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, il presidente Xi Jinping ha tenuto un accorato discorso alla nazione. Analizzandone i punti salienti si cerca di comprenderne le possibili implicazioni per il futuro dell’intera scena internazionale.

Il primo luglio di quest’anno la Cina ha festeggiato i cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) che dal 1949, anno di nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC), governa la nazione in qualità di partito unico.

La manifestazione si è tenuta simbolicamente in piazza Tienanmen, al centro della capitale, accompagnata da spettacoli, parate e dimostrazioni militari dal grande impatto scenico.

Nel caso tutto ciò non fosse stato sufficientemente attrattivo per il pubblico interno ed esterno, il governo di Pechino si è mostrato inoltre zelante nell’organizzare nei mesi precedenti una lunga serie di iniziative fatta di seminari, mostre e pubblicazioni incentrate sulla storia del Partito.

Da un punto di vista meramente storico, il primo luglio 1921 non rappresenterebbe in realtà una data di grande valenza in quanto il primo Congresso di fondazione del PCC ebbe formalmente inizio solo il 23 dello stesso mese in una casa borghese situata nell’allora concessione francese di Shanghai.

Abitazione che peraltro il gruppo di fondatori dovette presto abbandonare a causa di un possibile intervento della polizia francese, messa in guardia da una spia all’interno dell’assemblea o comunque a conoscenza dei fatti. I partecipanti, che inizialmente costituivano un numero pari a una dozzina, dovettero così rifugiarsi su una barca turistica (oggi anche conosciuta come “nave rossa”) sul lago di Nanhu.

Il congresso si chiuse definitivamente il 31 luglio quando i componenti delle assemblee, che divennero nel frattempo circa una cinquantina di persone, poterono ritornare alle loro case.

A seguito della vittoria nella guerra civile nel 1949, pare che Mao non si ricordasse il giorno preciso in cui si diede inizio al congresso e fu scelta il primo luglio quale data simbolica. Il simbolismo, d’altronde, è stato un tema su cui la stampa, soprattutto estera, si è incentrata nella sua descrizione della manifestazione del primo luglio 2021; ha attirato in particolar modo l’attenzione dei giornalisti la somiglianza certamente voluta che l’attuale Segretario di Partito e leader di governo, Xi Jinping, ha dimostrato nei confronti del fondatore del PCC. 

Di fronte a un pubblico di circa 70 mila persone, il presidente cinese si è presentato con un abbigliamento estremamente simile a quello indossato da Mao Zedong nel celebre ritratto che si può ammirare sulle porte della Città Proibita. Secondo alcuni osservatori, il simbolismo insito nell’immagine richiamata dallo “zio Xi” (come il presidente accetta di farsi occasionalmente chiamare dal suo popolo) trasmetterebbe un duplice messaggio: da un lato il nuovo leader intendeva mostrarsi in continuità con l’eredità storica e rivoluzionaria di Mao, dall’altro intendeva farsi carico di quella stessa missione rivoluzionaria portandola a compimento.

Le sue parole energiche, nell’accorato discorso della durata di circa un’ora tenutosi di fronte alla nazione, hanno di fatto messo chiaramente in luce quali siano gli obbiettivi della Cina del futuro, pronta a assumersi il ruolo di nuova egemonia globale.

Prima di esaminare i punti salienti del discorso di Xi al fine di comprenderne le implicazioni politiche interne e soprattutto estere, è tuttavia necessario sottolineare come di fatto l’attuale politica del Dragone si sia mostrata un mix di successo fra l’eredità ideologica di Mao e un’evoluzione sempre costante e al passo coi tempi dei concetti principali del Marxismo-Leninismo.

Ciò che oggi conosciamo con la definizione di “socialismo di mercato” (avviato nel 1982 dall’allora leader de facto del Partito, Deng Xiaoping, con il denominativo di “socialismo con caratteristiche cinesi”) ha di fatto permesso alla Cina, un Paese che per anni è rimasto agli angoli della scena internazionale, di affermarsi quale seconda potenza economica mondiale e di rivaleggiare in ambiti sempre più vasti con la potenza statunitense.

Come evidenziato dal magazine Treccani, il PCC è riuscito in un’impresa eccezionale e quasi unica al mondo: evitando accuratamente di farsi coinvolgere nel processo democratico che ha portato alla distruzione dell’Unione Sovietica e del suo partito e resistendo al processo di delegittimazione interno verificatosi in seguito ai noti fatti di Piazza Tienanmen del 1989, il Partito unico cinese è oggi una delle realtà comuniste non solo più longeve ma anche più potenti (se non la più potente) al mondo capace di governare ancora con forza un quinto della popolazione mondiale e esercitare grosse pressioni in ambito internazionale.

Il suo punto di forza è sempre stato la capacità di sviluppare incessantemente l’economia del Paese senza mettere mai a repentaglio del tutto la struttura socialista del proprio sistema amministrativo. 

Non a caso una delle prime tematiche toccate dal presidente Xi durante il suo discorso riguarda il superamento della povertà: il leader ha elogiato il Partito e il Popolo (da intendersi in maniera pressoché intercambiabile secondo la propria efficace retorica) per aver “superato il problema della povertà assoluta” e di essere sulla buona strada per raggiungere l’importante obbiettivo del secondo centenario di portare la Cina ai più alti livelli di modernizzazione e standard di vita mai visti prima.

Il PCC può, in effetti, in questo caso vantarsi di aver ridotto la percentuale di abitanti rurali che vivono sotto la soglia di povertà dal 97,5% registrato nel 1978 al 1,7% corrispondente invece all’anno 2018.

Benché tale cifra possa di certo fare della RPC un caso di studio in merito alla questione della riduzione della povertà globale, va tuttavia segnalato come la disuguaglianza sociale rappresenti un problema ancora da risolvere. In base ad alcune statistiche, oggi circa 5 milioni di cinesi adulti risultano “avere in tasca” un milione di dollari (e la cifra potrebbe essere destinata a aumentare) ma allo stesso tempo circa 600 milioni di cittadini continuano a ricevere uno stipendio mensile dal valore di circa 130 euro.

Naturalmente, i passaggi immediatamente successivi del discorso tengono a precisare come il raggiungimento di tali obbiettivi e lo sviluppo di una nazione oramai “moderatamente prospera” non sarebbe stato possibile senza il Partito e il socialismo quale suo sistema di base: il “socialismo alla cinese”  ha oggi poco a che vedere con quelle che erano le strette ideologie del Marxismo-Leninismo; i mezzi collettivi di produzione hanno lasciato spazio a un’economia moderna che rivendica tuttavia una continuità storica con l’opera del Grande Timoniere, Mao Zedong, e la civiltà millenaria di cui la popolazione cinese è frutto. 

Elencando accuratamente i nomi dei più importanti membri del Partito del passato, Xi ha quindi voluto sottolineare nuovamente e con grande enfasi come sia necessario per il Paese “sostenere la ferma direzione del partito”, il quale sarebbe l’unico organo capace di “condurre un governo sano, democratico e basato sulla legge”.

Ovviamente il concetto di democrazia espresso non è totalmente riconducibile all’ideale di democrazia presente in occidente: gli otto partiti esterni al PCC continuano a esercitare un ruolo di mero supporto al partito centrale. Tuttavia, è anche questo uno dei grandi punti di forza del “Nuovo Timoniere”, specialmente in riferimento alle potenze occidentali.

Secondo Xi, il marxismo e il sistema di Pechino funzionano a scapito di ciò che da anni sostengono i suoi colleghi politici all’estero. Il marxismo alla cinese non si è dimostrato stagnante e fallimentare come molti esperti occidentali avevano preannunciato e qui troviamo anche alcuni dei veementi messaggi che il presidente cinese ha rivolto all’esterno.

Dopo aver sostenuto che a fallire non sarà il PCC ma ogni tentativo estero di mettere il popolo contro il suo governo, ha lanciato una vera e propria minaccia al mondo occidentale e ai suoi alleati affermando che i cinesi non accetteranno “predicazioni ipocrite da parte di coloro che sentono di avere il diritto di darci lezioni”.

Per tale ragione, il leader ha sostenuto la necessità di creare un esercito “forte” capace non solo di “salvaguardare il [nostro] Paese socialista” ma anche di “preservare la dignità nazionale”. Benché in seguito si sottolinei la necessità per tutto il mondo di creare una comunità internazionale pacifica e cooperativa, il presidente ha scioccato la stampa internazionale con una frase dal forte impatto emotivo: chiunque tenti di soggiogare nuovamente la grande potenza cinese “si troverà in rotta di collisione con una grande muraglia d’acciaio forgiata da oltre 1,4 miliardi di cinesi”.

Ciò che ha allarmato gli osservatori non è tuttavia la frase in sé (che potrebbe essere stata utilizzata a soli fini propagandistici interni) ma le dichiarazioni che le hanno fatto seguito poco più avanti.

La prima questione riguarda le città di Macao e Hong Kong. Nonostante Xi confermi di voler continuare ad aderire al principio “un Paese, due Sistemi”, fa riferimento alla necessità di implementare sempre più efficacemente la giurisdizione comunista nelle due concessioni.

In particolare nel caso di Hong Kong, in cui lo stesso giorno si sarebbe dovuto teoricamente festeggiare l’anniversario della restituzione alla Cina (avvenuto il primo luglio 1997), il governo centrale ha proibito qualsiasi manifestazione, chiuso il Victoria Park e schierato 10 mila poliziotti al fine di impedire gli assembramenti.

La più grande sfida geopolitica che la Cina dovrà comunque trovarsi ad affrontare sarà quella relativa a Taiwan. Il presidente Xi ha infatti incluso tra gli obbiettivi che il Paese dovrà raggiungere entro lo scadere del secondo centenario quello di garantire la “riunificazione storica” del territorio: in altre parole, Pechino intende riappropriarsi completamente dell’isola di Taiwan, oggi Stato indipendente.

La tensione nel territorio, già elevata, si è quindi ulteriormente alzata. Parrebbe infatti confermata la notizia di esercitazioni militari navali congiunte tra Stati Uniti e Giappone nel Mar Cinese Meridionale. Senza dimenticare le recenti dichiarazioni del Segretario di Stato americano, Anthony Blinken, che ha richiamato a sé la NATO in funzione spiccatamente anticinese.

Mentre la visione estera della Cina si mostra sempre più negativa, l’RPC non teme ad alzare il tiro nella sua ascesa a prossima egemonia globale e la Guerra Fredda del nuovo secolo continua a scaldarsi.

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