LE FRAGILITÀ DELL’IRAQ

Moti di protesta, contese geopolitiche e ripetute esplosioni: l’Iraq è nel mezzo di una crisi multidimensionale imputabile alla fragilità del governo.

L’Iraq affronta al giorno d’oggi una crisi multidimensionale frutto di eventi legati ad un passato più o meno recente. Il paese risente, in primo luogo, delle conseguenze dell’invasione statunitense del 2003. Quest’ultima, infatti, ha determinato la formazione di un failed state, principalmente a causa della mancanza di un progetto per la costituzione di un nuovo Iraq.

Il mancato ripristino della sicurezza e dei servizi pubblici essenziali ha favorito la nascita di movimenti di resistenza contro l’occupazione straniera di cui i combattenti jihadisti sono stati i protagonisti. Inoltre, la dissoluzione dell’esercito e lo smantellamento del partito Ba’th – tra i primi provvedimenti della forza occupante – hanno privato l’Iraq della propria classe dirigente lasciando spazio a gruppi anti-sunniti su cui l’Iran ha potuto esercitare la propria influenza.

L’evento, inoltre, mette in luce la volontà, condivisa da Washington Teheran, di acquisire maggior peso geopoliticoin Medio oriente attraverso un aumento del controllo dell’Iraq. Per l’Iran ciò equivale alla formazione di un varco che gli dia la possibilità di proiettare la propria influenza dal Golfo al Mediterraneo passando per l’Iraq, appunto, il Libano e la Siria. Dal canto statunitense, il controllo dell’Iraq funge principalmente da strategia per contrastare il peso della Repubblica Islamica.

Come anticipato, oltre ad essere terreno di una contesa geopolitica, l’Iraq è tutt’ora nel mezzo di una crisi economica, politica, securitaria e sociale imputabile alla fragilità del governo, assieme alla gestione poco trasparente della pandemia; fattori che hanno inficiato sulla già precaria fiducia popolare nelle istituzioni.

Se i moti di protesta degli scorsi anni hanno per lo più seguito le linee di una identity politics, la pandemia non ha esacerbato tali tensioni etnico-settarie. Piuttosto, ha favorito una ulteriore unione della popolazione nel nome di richieste politiche chiare e definite: riforme radicali del sistema politico. Infatti, seppure la realtà irachena post-invasione statunitense del 2003 avrebbe dovuto essere guidata da un modello consociativo basato su modelli di powersharing, ha prevalso un modello di stampo confessionale.

È per questo motivo che la formazione dei governi di coalizione formatisi dal 2003 in avanti ha richiesto tempi molto lunghi, essendo necessario riuscire ad accomodare gli interessi dei diversi gruppi settari all’interno del paese. E, ancora, è questo stesso sistema politico ad essere alla base delle problematiche socioeconomiche irachene. I governi di coalizione sono basati sulla logica della distribuzione delle cariche e non sulla condivisione di un programma politico. Pertanto, risulta complicato procedere con l’adozione di riforme.

In questo scenario, la sfiducia popolare non accenna a diminuire, complice il tentativo delle autorità irachene di sfruttare a proprio favore la diffusione del Covid-19 con una gestione securitaria della pandemia. Ciò non ha garantito maggiore legittimità al governo centrale. Le politiche di distanziamento sociale hanno acuito le disparità e le diseguaglianze.

La “lotta” contro i mezzi di comunicazione e i costanti tentativi di repressione dei dissensi hanno reso poco trasparente la risposta del governo iracheno alla pandemia fomentando il malcontento popolare. Alla luce di ciò, non sorprende se l’Iraq è alla posizione 160, su 180 paesi analizzati – secondo l’Indice di percezione della corruzione, pubblicato annualmente da Transparency International – con un punteggio di 21 su 100 (massima trasparenza).

Le falle esistenti nel sistema di governance e la fragilità delle istituzioni hanno, inoltre, favorito gli attori non statalipronti a mobilitare le proprie forze e fornire quei servizi e quella protezione locale che il governo non è capace di garantire ai cittadini.

L’esplosione dello scorso lunedì 19 luglio non fa altro che mettere in luce la consistente fragilità che caratterizza il sistema iracheno.

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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