FILIPPINE E CORTE PENALE INTERNAZIONALE: I POTENZIALI LIMITI NELLE INDAGINI

Fonte: 2017 Ezra Acayan/Sipa USA via AP Images, https://www.hrw.org/news/2021/06/14/icc-one-step-closer-probe-philippines-murderous-war-drugs

Lo scorso 14 giugno, la procuratrice della Corte Penale Internazionale (CPI) ha chiesto l’autorizzazione ad aprire un’indagine completa per crimini contro l’umanità dopo l’uccisione di oltre 6.000 civili durante la guerra alla droga promossa dal presidente Duterte. Il ritiro delle Filippine dalla CPI nel 2019 potrebbe ostacolare le indagini? 

È trascorso un mese esatto da quando la procuratrice della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha annunciato di aver concluso l’esame preliminare e di aver richiesto ai giudici della Corte l’autorizzazione ad indagare su crimini contro l’umanità, torture e altri crimini internazionali commessi nelle Filippine nell’ambito della cosiddetta “guerra alla droga”, nota nel Paese come Oplan Tokhang.

Incitata e incoraggiata da funzionari di alto livello e dal presidente Rodrigo Duterte sin dalla campagna elettorale nel 2016 come l’unica misura efficace per liberare il Paese da un grave fardello sociale ed economico, la guerra alla droga avrebbe portato, dall’inizio del governo Dutarte nel 2016 all’aprile 2021, all’uccisione di oltre 6.500 civili, principalmente nelle zone più povere e rurali del Paese.

I crimini commessi dalle forze dell’ordine filippine 

Secondo quanto riportato da Human Rights Watch, le forze di sicurezza filippine non si sarebbero limitate ad utilizzare la forza nei confronti dei soli sospetti spacciatori e signori della droga – principali obiettivi della campagna lanciata da Duterte –, ma sarebbero anche responsabili dell’uccisione di centinaia di attivisti per i diritti umani, leader delle comunità indigene, avvocati, giornalisti, sindacalisti e ambientalisti accusati di sostenere gli insorgenti comunisti nel Paese.

Sarebbero inoltre sempre più frequenti gli episodi di falsificazione delle prove per giustificare centinaia di uccisioni illegali: in numerosi casi, infatti, le vittime sono state ritrovate accanto ad armi, munizioni esaurite e pacchetti di droga per sviare le indagini e far credere che si trattasse di omicidi legati a guerre tra clan rivali nel contesto del traffico di stupefacenti. In altri casi, sospetti in custodia sono stati successivamente trovati morti e classificati dalla polizia come “corpi trovati” o “morti sotto inchiesta”. 

Nonostante la polizia nazionale filippina abbia dichiarato la chiusura di oltre 900 casi di omicidio, non ci sono prove che le indagini abbiano portato al perseguimento e all’arresto degli autori dei crimini. Inoltre, sebbene nessuna prova abbia finora dimostrato il coinvolgimento di Duterte nell’ordine o nella pianificazione di specifici omicidi extragiudiziali, l’incitamento all’uccisione degli spacciatori nel Paese potrebbe aver condotto le forze dell’ordine a macchiarsi di simili crimini.

In simile contesto di crisi dei diritti umani, caratterizzato dall’evidente incapacità delle forze giudiziarie di perseguire e punire i criminali e dal sempre più frequente coinvolgimento di migliaia di civili e oppositori del governo in operazioni extragiudiziali al di fuori del contesto delle operazioni di contrasto alla droga, vi sarebbe “una base ragionevole per credere che i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura (…) e altri atti disumani siano stati commessi”  nel periodo successivo al 2016.

Il ritiro delle Filippine dallo Statuto di Roma può ostacolare le indagini della CPI?

La brutalità delle uccisioni extragiudiziali, e l’ingente numero di vittime civili nelle Filippine – che secondo alcune ONG e gruppi per i diritti umani ammonterebbero ad oltre 30 mila – suscitò sin da subito lo sdegno della comunità internazionale. Sebbene Duterte abbia cercato di respingere ogni tentativo di indagine a livello internazionale, l’avvio dell’esame preliminare della grave situazione nel Paese da parte della CPI nel febbraio nel 2018 condusse il presidente ad annunciare il ritiro delle Filippine dallo Statuto di Roma – il trattato internazionale istitutivo della CPI adottato nel 1998 che definisce i principi fondamentali, la giurisdizione, la composizione e le funzioni degli organi della Corte con sede all’Aia, nei Paesi Bassi. In base al principio di complementarità, la giurisdizione della CPI può esercitarsi solo quando lo Stato che ha giurisdizione sul caso non abbia la volontà o la capacità di perseguire il crimine mediante i propri tribunali, com’è evidente nel caso delle Filippine.

Secondo Human Rights Watch, la decisione di Duterte di ritirare le Filippine dalla CPI e il suo rifiuto di collaborare con la Corte non farebbero altro che confermare il suo coinvolgimento in quelli che sono sempre più spesso definiti come crimini contro l’umanità.

Sebbene il portavoce di Duterte, Harry Roque, abbia parlato di un attacco di natura politica, è utile sottolineare come il recesso del Paese dello Statuto di Roma non lo esoneri dagli obblighi posti a suo carico quando ne era parte né pregiudichi ogni cooperazione concordata con la Corte in occasione di inchieste e procedure penali alle quali lo Stato che recede aveva iI dovere di cooperare (Articolo 127). Di conseguenza, le indagini si concentreranno esclusivamente sul periodo in cui le Filippine facevano parte della CPI – ossia dal 1 novembre 2011 al 16 marzo 2019 – ma i crimini subìti dalle vittime non saranno soggetti ad alcun termine di prescrizione.

Conclusioni 

Le Filippine forniscono un chiaro esempio di una Paese il cui governo sta apertamente agendo in nome di una campagna contro la droga apparentemente proficua, ma con l’intenzione sottostante di privare le persone dei loro diritti umani.

La decisione di Duterte di ritirare le Filippine dallo Statuto della CPI è stata fortemente criticata dalla comunità internazionale, “un passo mal concepito e profondamente riprovevole” e “l’ennesimo segnale che chi ha posizioni di potere nelle Filippine è più interessato a nascondere le sue responsabilità nelle uccisioni che ad assicurare giustizia per le numerose vittime della brutale ‘guerra alla droga’”, come dichiarato da James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sudorientale e il Pacifico.

Nonostante la campagna brutale del governo filippino contro la droga nel Paese continui a mietere vittime innocenti e sebbene Duterte si sia da subito rifiutato di collaborare con la Corte, i crimini commessi nel periodo in cui il Paese faceva parte verranno perseguiti dalla Corte dell’Aia e il mandato della Prosecutrice Bensouda si è concluso con un sentimento di rinnovata speranza, ossia che giustizia venga finalmente fatta nelle Filippine. 

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