EASTMED: IL TENTATIVO DI DEVIARE LA TRAIETTORIA NEL MEDITERRANEO

Una delle principali sfide su cui si basa la competizione geopolitica nel teatro del Mediterraneo è quella del gas. Le parti coinvolte sono molte, ma un’attenta interpretazione delle dinamiche che agitano le acque del Mare Nostrum consente di intuire che nella realtà dei fatti nessun attore riuscirà a trarre il vantaggio strategico sperato da questa partita.

Da qualche anno ormai lo scacchiere internazionale si è arricchito di un nuovo pivot geografico: il Mediterraneo orientale – o meglio ancora quello che risulta essere più familiare con il nome  di EastMed per le note questioni inerenti l’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) costituitosi nel gennaio del 2019 e l’ambizioso progetto di quella che dovrebbe configurarsi come la pipeline più lunga al mondo.

Sono in molti ad aver vaticinato che questo hotspot rappresenterà nel breve-medio termine l’hub energetico più importante dell’Euromediterraneo e proprio in virtù di ciò, nell’ultimo decennio, la partita geopolitica per il gas ha catalizzato un gran numero di stakeholder

Tutto ha avuto inizio nella seconda metà della prima decade del nuovo millennio con l’individuazione di due giacimenti – Tamar la cui capacità stimata è di 280 bcm (miliardi di metri cubi) e successivamente Leviathan con i sui 620 bcm – nelle acque israeliane e di uno, Aphrodite (che si ritiene abbia una riserva di 140 bcm), al largo delle coste di Cipro. 

La scoperta di ENI, risalente al 2015, del giacimento offshore Zohr (850 bcm) ha poi inserito in cima alla lista dei principali competitor dell’industria energetica regionale l’Egitto, che grazie all’attività esplorativa sempre patrocinata dall’italiana del cane a sei zampe nel 2018 ha fatto jackpot per la seconda volta con il rinvenimento di Nour, quello che dalle previsioni dovrebbe eguagliare se non addirittura superare la capacità del bacino attualmente più grande dell’area, il fratello Zohr. 

Senza però degli acquirenti che fungano da sbocco per il mercato dell’esportazione, il senso dell’industria del gas naturale collocata nella parte orientale del Med Sea verrebbe meno. 

I diversi fabbisogni nazionali del bacino di utenza autoctono comporterebbero comunque un’eccedenza energetica ingiustificabile. 

Ed è proprio qui che entra in gioco il ruolo ineludibile dell’Unione Europea. 

Gli attori del Vecchio Continente guardano al “vicino” hub come un’opportunità per diversificare le rotte e gli interlocutori per l’approvvigionamento di gas e per instillare sicurezza alle proprie forniture, ma soprattutto per ridurre la dipendenza dal player russo Gazprom.

Attualmente, all’infuori dei principali collegamenti orientali North Stream, TAP e TurkStream, la differenziazione dei rifornimenti nell’area meridionale è garantita dai gasdotti – rispettivamente libico e algero-tunisino – Green Stream e TransMed (conosciuto anche sotto il nome “gasdotto Enrico Mattei”) dunque, l’investimento in un’opera quale l’EastMed pipeline rappresenterebbe sul piano tattico una valida manovra per scampare la deferenza energetica da potenze allogene.

In quest’ottica il sostegno europeo all’ambizioso progetto viene assicurato da una solida intelaiatura come esplicita l’inquadramento dello stesso all’interno dei PCI (Project of Common Interest); l’interesse dell’Unione Europea per la pipeline di collegamento tra le acque profonde del Medioriente e il Vecchio Continente è evidente e a dimostrarlo sono i numeri: se inizialmente la Commissione Europea è partita erogando 2 milioni di euro per i pre-FEED studies, ha poi continuato in questi anni contribuendo con 34,5 milioni di euro per attività tecniche  e di analisi del progetto fino ad impegnarsi a garantire un’ulteriore copertura del 50% delle spese per gli studi di fattibilità. 

Va altresì registrato che siede in qualità di osservatore permanente – il suo ingresso è avvenuto in concomitanza a quello statunitense – all’interno dell’organizzazione intergovernativa che mira a configurarsi come l’“OPEC del gas” mediterraneo, l’EastMed Gas Forum che ha sede a il Cairo. L’EMGF – composta da Israele, Giordania, Autorità Nazionale Palestinese, Egitto, Cipro, Grecia, Italia e Francia – si è concretata con la missione di smussare le tensioni e le storiche rivalità che contrappongono i paesi membri di quest’area per facilitarne la collaborazione allo scopo di far decollare un mercato cooperativo energetico del Mediterraneo orientale. 

A questo punto emerge in maniera eclatante l’importanza che l’infrastruttura ricoprirebbe nel fungere da linktra l’hotspot gasiero e il Vecchio Continente. La pipeline in questione costituirebbe un vero e proprio primato su scala globale dal momento che, viaggiando in alcuni fondali addirittura sotto colonne d’acqua di tre chilometri e snodandosi lungo un percorso di quasi duemila chilometri tra tratti  onshore e offshore,toccherebbe profondità e distanze mai raggiunte fino ad oggi da un gasdotto sottomarino.

La società promotrice del progetto è la IGI Poseidon S.A., una joint venture egualmente partecipata dalla greca DEPA S.A. e dall’italiana Edison a sua volta controllata dal gruppo francese EDF. Stando alle stime attuali l’opera sarebbe in grado di trasportare un volume annuale inferiore ai 10 bcm (un valore decisamente più basso rispetto ai 15 bcm preventivati agli esordi) e richiederebbe un investimento più vicino agli otto miliardi di euro che ai sei inizialmente previsti. 

Non risulta difficile immaginare la quantità e la portata dei rischi che intrinsecamente gravitano intorno ad un progetto di questo calibro. In primo luogo le spese per la realizzazione potrebbero continuare a crescere in fieri al punto di compromettere definitivamente la posa del condotto adibito al trasporto dell’oro blu. 

Inoltre, se è vero che la costruzione di appena 90 chilometri di collegamento al giacimento israeliano Tamar ha richiesto un impegno di quattro anni di lavori, la deadline del 2025 per portare a termine EastMed è destinata a slittare quantomeno oltre il 2028. 

A fare da corollario a questo si allaccia una ulteriore complicazione: la pianificazione delle politiche europee di decarbonizzazione e di totale conversione a fonti di energia rinnovabile da completare entro il 2050 farebbe schizzare i consumi di gas, ma solamente nell’immediato; dopo un breve primo periodo si calcola una contrazione della domanda del 25-30% in meno di dieci anni, fino ad arrivare al totale abbandono di questo combustibile in non più di trent’anni. 

Da qui si evince quanto sia determinante la tempistica, onde evitare che l’opera venga ultimata quando la richiesta di gas finirebbe per far risultare vano ogni sforzo.

Si sovrappone in aggiunta la questione del prezzo di vendita al quale dovrebbe essere commercializzato il metano levantino per rivelarsi appetibile rispetto a quello dei competitor già presenti nel mercato da anni. 

Un’altra nota dolente senza ombra di dubbio risiede nel volume delle esportazioni che non sarebbe nemmeno lontanamente adeguato a far presagire l’opportunità di un game-changing. Sono già molti i gasdotti in essere in grado di erogare la stessa portata di approvvigionamenti con costi di esercizio decisamente più contenuti.

Ma ciò che più di ogni altra cosa rappresenta un ostacolo nella concitata partita geopolitica dell’EastMed è la posizione anatolica. L’assenza della Turchia dovuta all’estromissione tanto dal forum del gas che dal tracciato della pipeline ne estrinseca in realtà la sua insita corroborata presenza. 

A destare timore infatti è la peculiarità di questo attore regionale: l’unico in grado di proiettarsi nel futuro prossimo con lo status di potenza, il solo ad essere dotato di un elaborato paradigma tattico ed atipico anche nel non farsi scrupoli nell’utilizzo della forza. Ancora una volta ad accentuarne l’assertività – composta di ingredienti quali attività esplorative e di perforazione della Turkish Petroleum Corporation (TPAO) deliberatamente provocatorie in acque territoriali cipriote, intralcio al lavoro di navi perforatrici come nel caso dell’italiana SAIPEM 12000 e stabilendo un confine marittimo che attraversa le acque del Mediterraneo fino alle coste libiche con il proposito di configurarsi come fattibile autore di shutdown – che determina poi anche l’atteggiamento proclive all’estorsione, è l’isolamento di cui soffre e gode.

La Turchia negli anni si è eretta a corridoio del gas tra Asia e Europa come giustamente si confà alla propria collocazione geografica e il farraginoso disegno sulla cooperazione energetica rischierebbe di minare la narrativa turca.

Analogamente, stessa sorte toccherebbe anche alla Russia ed ecco che nonostante le rivalità che vedono contrapposte le due forze nelle guerre per procura, nelle questioni sull’oro blu si crea per convergenza di interessi una collaborazione fisiologica.

Ma dunque a chi giova concretamente l’applicazione di questo quadro?

Tale fenomeno geopolitico ha innescato tra i diversi stakeholder una schizofrenia generalizzata che si è poi tradotta nella difficile intelligibilità  per ciascuno di essi sui reali propositi che muovono gli sforzi per il compimento di questo disegno.

Stando all’esegesi di tutte le parti – più o meno – chiamate in causa sembra esserci un intento collettaneo che fa convergere l’interesse di ognuno verso un solo obiettivo strategico. 

Quello che si palesa è un congenito analfabetismo geopolitico che vizia ineluttabilmente la decifrazione della contingenza e quindi la capacità di policy choice.

L’alterco sviluppatosi sul pivot del Mediterraneo orientale descrive circostanze che in realtà, contrariamente a quello che viene preconizzato, non evidenziano particolari vantaggi per nessuno degli attori in questione. Fattivamente la discettazione sull’EastMed cela l’esistenza di un’unica cogenza tattica che risponde inequivocabilmente alla grammatica imperiale americana. 

Sul piano di potenza, tanto l’inconsistenza formale quanto quella sostanziale delle diverse parti in gioco ne spiega il carattere ancillare nei confronti dello statico spettatore d’oltreoceano. 

Il Med Sea ha una traiettoria tracciata.

L’egemonia sui mari statunitense si perpetua anche quando appaiono (solo) superficialmente indifferenti. 

La mancata intromissione nelle caotiche questioni del Mare Nostrum è deliberatamente ricercata e riflette l’effettiva posizione della superpotenza egemone, dove l’equilibrio delle vicende che hanno il gas come protagonista nel quadrante strategico Euromediterraneo-Mediorientale rispetta la formula simul stabunt vel simul cadent.

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