LA RISPOSTA DI BASHAR AL COLLASSO ECONOMICO

La rielezione di Bashar Al-Assad pone diversi interrogativi sul futuro della Siria, ma il presidente si mostra fiducioso e risoluto nonostante la forte crisi economica in cui vessa il paese. 

La Siria è oggi completamente distrutta dal punto di vista economico e infrastrutturale dopo dieci anni di conflitto. L’83 % della popolazione vive al sotto la soglia della povertà. I 4 milioni di siriani che sono stati costretti ad abbandonare il paese a seguito della guerra civile, conseguente all’escalation delle sommosse popolari del 2010, temono che una volta ritornati saranno sottoposti a misure di punizione collettiva da parte del governo.

traumi delle violenze subite sono impossibili da cancellare. Bashar Al-Asad è accusato di crimini contro l’umanità, nonché di aver utilizzato a più riprese armi chimiche per neutralizzare qualsiasi forma di opposizione interna al regime.  

Oggi il governo siriano controlla il 60 % del territorio del paese. Ci sono ancora sacche di resistenza a nord, in particolare a nord-ovest dove si trova la provincia di Idlib e i confini del paese sono fortemente militarizzati. La situazione è tale che il governo di Bashar è fortemente sotto la dipendenza di Iran e Russia, intervenuti quando la guerra civile si è progressivamente regionalizzata e internazionalizzata, sia nella fattispecie dei progetti di ricostruzione sia per pianificare qualsiasi azione militare. 

Nonostante la vittoria previdenziale Bashar deve fare i conti con un paese distrutto da dieci anni di conflitto. Ciò nonostante, in occasione della cerimonia di giuramento di sabato scorso, a seguito della sua vittoria alle elezioni presidenziali questo maggio, egli si è mostrato fiducioso verso il futuro del paese e in particolare nei confronti della disastrosa crisi economica.  

In tale occasione, egli ha dichiarato che il principale ostacolo agli investimenti nel paese è rappresentato dai fondi che sono bloccati nelle banche libanesi. Le stime suggeriscono che il loro valore si aggira tra 40 miliardi e 60 miliardi di dollari. “Entrambe le cifre sono sufficienti per deprimere un’economia come la nostra”, ha dichiarato Bashar. 

Negli ultimi anni molte società e privati hanno aggirato le sanzioni imposte dalla comunità occidentale utilizzando il sistema bancario libanese per pagare le merci. Queste ultime venivano poi importate in Siria via terra.

Dalla fine del 2019 il Libano è alle prese con una profonda crisi economica e le banche hanno bloccato i conti correnti dei depositanti e i trasferimenti all’estero. Il che ha impedito la continuazione di queste transizioni rafforzando, tra l’altro, leattività di contrabbando al confine tra i due paesi. Ma ciò non è l’unica ragione che sta dietro il collasso economico che sta vivendo il paese. 

Un decennio di conflitto anni di clientelismo hanno dilaniato il paese. Se da una parte ciò ha permesso alle élite al potere di arricchirsi, dall’altro ha lasciato la popolazione locale in mano a sé, senza alcun tipo di servizi pubblico o garanzia sociale.

Se a ciò si aggiunge la violenza sistematica messa in atto dal regime contro gli oppositori o presunti tali, il quadro che ne esce è tutt’altro che roseo. Tuttavia, il presidente si mostra fiducioso. ”Continueremo a lavorare per superare le difficoltà, senza annunciare quali metodi abbiamo usato prima per farlo o cosa useremo in futuro”. 

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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