LA POSIZIONE GIAPPONESE SULLA QUESTIONE DI TAIWAN

Lo status internazionale di Taiwan è da più di mezzo secolo uno dei problemi più spinosi della politica internazionale asiatica. Con l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese, sta diventando sempre più l’epicentro di nuove tensioni globali.

Lunedì 5 luglio il vice Primo Ministro giapponese Taro Aso ha affermato che il Giappone sarebbe pronto a difendere Taiwan in caso di aggressione da parte del governo di Pechino, soprattutto supportando l’eventuale azione militare americana che ne deriverebbe.

Questa scelta è dovuta al fatto che agli occhi di Tokyo la riunificazione di Taiwan con la Cina continentale rappresenterebbe un grande rischio per la sicurezza nazionale. Nel mese precedente, durante una visita negli Stati Uniti, il viceministro della Difesa del governo giapponese ha affermato la necessità di difendere Taiwan “come Paese democratico”, sottolineando il pericolo posto dalla Cina e dalla sua collaborazione con la Russia.

Il governo della Repubblica Popolare Cinese non ha tardato nel manifestare il suo disappunto per queste affermazioni, segnalando che si tratta di una vera e propria violazione degli accordi tra i due Paesi. Il governo della RPC pone infatti come base per le proprie relazioni diplomatiche l’accettazione del principio di “una sola Cina”, ossia il riconoscimento formale dell’appartenenza di Taiwan al territorio cinese, che passa soprattutto per il non riconoscimento del governo di Taipei.

Dal punto di vista cinese, la questione di Taiwan è quindi considerata un problema interno tra un governo centrale e una “provincia ribelle”: la riunificazione è stata ancora una volta posta tra i principali obiettivi politici del Partito Comunista Cinese durante le celebrazioni del centenario del partito e qualsiasi intervento straniero è considerato alla stregua di ingerenze di Paesi terzi negli affari interni, un altro leitmotiv della diplomazia cinese.

Nonostante le proteste ufficiali di Pechino, il governo giapponese intende proseguire lungo questa strada e un eventuale attacco cinese a Taiwan sarà considerato come un alto rischio per la sicurezza nazionale. Questo punto sarà molto probabilmente presente anche nel prossimo libro bianco della difesa giapponese, che punta quindi a formalizzare la percezione di questo rischio.

L’isola di Taiwan non solo rappresenta un settore marittimo importante dal quale transita gran parte del fabbisogno energetico giapponese, ma è anche l’ago della bilancia negli equilibri politici regionali. Consentendo l’accesso alle acque oceaniche, l’eventuale ritorno di Taiwan sotto il controllo del governo centrale garantirebbe a Pechino una posizione di preminenza rispetto agli altri Paesi della regione.

Andrebbe a spezzarsi il blocco rappresentato dalla “prima catena di isole”, ovvero la serie di arcipelaghi posti davanti alla costa continentale asiatica che rappresentano un ostacolo naturale allo sviluppo della potenza navale oceanica cinese. Il Giappone chiaramente non può permettersi che questo scenario si trasformi in una possibilità concreta.

Dal punto di vista effettivo, le capacità militari del Giappone sono ancora limitate dalla Costituzione pacifista imposta dagli statunitensi al termine della Seconda Guerra Mondiale. Pur non essendo ancora riusciti a ottenere il supporto necessario per modificare l’articolo 9 (che sancisce il rifiuto unilaterale, da parte giapponese, dell’uso della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie), i governi che si sono succeduti hanno cercato di modificare leggi e procedure per permettere alle Forze di Autodifesa di operare fuori dal territorio nazionale con funzioni di supporto all’interno di missioni in coalizioni alleate.

Nel caso di un intervento militare a Taiwan, le forze armate giapponesi potrebbero quindi operare in concerto con le forze statunitensi, diventando un vero e proprio moltiplicatore di forza per questi ultimi. Tuttavia, nel caso in cui Washington decidesse di non esporsi e di lasciare che Taiwan finisca sotto il controllo di Pechino, il Giappone difficilmente potrebbe intraprendere una strada diversa da quella dell’alleato.

Dal punto di vista politico, è chiaro come queste dichiarazioni ufficiali da parte di membri del governo giapponese siano ancora effetti dell’azione diplomatica di Biden culminata con il G7 in Cornovaglia. Oltre a condividere più convintamente rispetto ai Paesi europei la narrazione ideologica offerta da Biden, in cui esiste un netto contrasto tra democrazie e autoritarismi, il Giappone è il Paese più interessato a cooperare nel contenimento della Cina per ragioni essenzialmente geopolitiche.

La collaborazione con gli Stati Uniti nella sfida posta dalla Cina potrebbe inoltre diventare il volano perfetto per sbloccare il processo di modifica delle clausole pacifiste, ammesso che anche l’opinione pubblica giapponese si convinca della necessità del superamento dell’articolo 9, cosa che allo stato attuale appare comunque difficile.

In conclusione, è necessario sottolineare come queste dichiarazioni giapponesi, andando a ricalcare “l’offensiva diplomatica” di Joe Biden, potrebbero sortire l’effetto opposto di quello sperato. Il solo supporto logistico giapponese a eventuali operazioni americane a difesa di Taiwan potrebbe quasi sicuramente generare una reazione militare cinese rivolta al Giappone stesso, così come anticipato in un editoriale di fuoco pubblicato sul Global Times.

Il risultato sarebbe un ulteriore allargamento del conflitto in cui quasi sicuramente il Giappone pagherebbe il prezzo maggiore a prescindere dal risultato finale, data la prossimità geografica con la Cina e il cospicuo arsenale missilistico (convenzionale e non) a disposizione di quest’ultima.

Ne consegue che nonostante le dichiarazioni non abbiamo certezze di quali saranno le mosse dei Paesi coinvolti qualora si sorpassasse la “linea rossa”. Inoltre, l’accerchiamento voluto da Biden, a cui il Giappone aderisce pienamente, potrebbe avere conseguenze negative e portare alla spiralizzazione negativa del conflitto, poiché non permetterebbe alla Cina di utilizzare altri strumenti politici rispetto alla forza.

I mari intorno a Taiwan sono sempre più caldi e spetta ai Paesi coinvolti trovare la quadratura del cerchio senza trascinare la regione in un conflitto che sarebbe necessariamente catastrofico.

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