ENTRA IN VIGORE IL DIVIETO DI PESCA NON REGOLAMENTATA NELL’OCEANO ARTICO CENTRALE. CHE SIGNIFICA?

Il CAOFA stabilisce un quadro normativo per la pesca non regolamentata nell’Oceano Artico Centrale.

Lo scorso 25 Giugno è entrato in vigore l’accordo internazionale che vieta la pesca a fini commerciali non regolamentata all’interno dell’Oceano Artico Centrale, ovvero in tutta quella zona al di fuori della competenza delle ZEE degli Stati artici. 

Bernadette Jordan, Ministro per la pesca, gli oceani e per la Guardia Costiera canadese, afferma: “This important agreement is about responsible ocean stewardship and is necessary to protect this rapidly changing area already impacted by climate change and the threat of illegal fishing. By working with other nations and drawing upon the traditional knowledge of the Arctic Indigenous Peoples, Canada is helping to protect the Arctic’s diverse and dynamic ecosystems for future generations.”

Ma cosa prevede l’accordo e perchè è tanto importante?

L’accordo prevede il divieto di pesca a fini commerciali nell’area dell’Oceano Artico Centrale per i prossimi sedici anni, dopo i quali le parti firmatarie potranno decidere se rinnovarlo per ulteriori cinque. Prendono parte all’accordo: Unione Europea, Stati Uniti, Russia, Canada, Giappone, Islanda, Norvegia, Corea del Sud e Danimarca.

A movere i primi passi per la sottoscrizione di un accordo che a livello internazionale proteggesse l’area, sono stati circa 2000 scienziati provenienti da 67 diversi Paesi che nel 2012 firmarono una lettera avanzando la richiesta di una moratoria per chi avesse praticato pesca a fini commerciali nell’area.

Il progressivo e rapido sciogliersi dei ghiacci, infatti, non è andato di pari passo con la conoscenza scientifica dell’area che richiede ancora anni di indagini per poter meglio comprendere i fenomeni che hanno indotto tale scioglimento e dei processi di reazione di tutto un ecosistema che sta subendo profondi sconvolgimenti. 

Nella lettera gli scienziati puntualizzano: “the loss of permanent sea ice due to global warming has opened up as much as 40 percent of the fragile region during the summers and that, as the melting continues, more than 1 million square miles of ocean wilderness could be ice-free during summer in the next 10 to 15 years. They further note that, because this essentially creates a new high seas area, every nation in the world has some right of access to it”. Il punto è proprio questo: ogni Stato avrebbe diritto di accesso all’area per sfruttarne le risorse.

Un’area che fa gola di certo a tutti gli Stati artici, specialmente a quelli estremamente dipendenti dalle quote di pesce destinate all’export, così come agli Stati non artici particolarmente attenti all’evoluzione delle dinamiche artiche, come le potenze asiatiche Giappone, Cina e Corea del Sud. Ma a fronte di un interesse diffuso sembra aver prevalso la strada della difesa di un ambiente di cui ancora si conosce troppo poco.

All’appello degli scienziati, quindi, ha fatto seguito dapprima la Dichiarazione di Oslo, sottoscritta nel 2015 dagli Stati costieri in cui veniva espressamente dichiarato: “We recognize that until recently ice has generally covered the high seas portion of the central Arctic Ocean on a year-round basis, which has made fishing in those waters impossible to conduct. We acknowledge that, due to climate change resulting in changes in ice distribution and related environmental phenomena, the marine ecosystems of the Arctic Ocean are evolving and that the effects of these changes are poorly understood.” 

Qualche anno dopo anche i Paesi non artici, e tanto meno costieri, prendono parte al trattato: Corea del Sud, Giappone, Cina, Unione Europea e Islanda, espandendo così la platea delle potenze che nutre gli interessi nella regione artica ma che si astiene dallo sfruttamento delle risorse ittiche dell’Oceano Artico Centrale in virtù del rispetto dell’ambiente e dei progressi scientifici necessari.  

L’accordo siglato tre anni fa ha come obiettivo principale: “to prevent unregulated fishing in the high seas portion of the central Arctic Ocean through the application of precautionary conservation and management measures as part of a long-term strategy to safeguard healthy marine ecosystems and to ensure the conservation and sustainable use of fish stocks” (art.2). Un obiettivo che non esclude in toto la possibilità di condurre attività di pesca, ma che mira a far sì che essa venga condotta non per scopi commerciali: “Each Party shall authorize vessels entitled […] fisheries management organizations or arrangements, that have been or may be established and are operated in accordance with international law to manage such fishing in accordance with recognized international standards” (art.3). La pesca a fini non commerciali non è trattata dalla moratoria inclusa nell’articolo 3 e inoltre sussiste la libertà di condurre ricerca marina scientifica che preveda la pesca: “nothing in this Agreement shall be interpreted to restrict the entitlements of Parties in relation to marine scientific research as reflected in the Convention” (art.3 (7)).

Lo scopo dell’accordo è quindi chiaro, prevenire un’intensificazione della pesca in acque che saranno presto accessibili per un periodo sempre più esteso dell’anno e colmare un gap legislativo per la pesca condotta a fini commerciali nell’Oceano Artico Centrale.

L’accordo, entrato in vigore quest’anno, fornisce per i prossimi sedici anni un quadro normativo che privilegia la ricerca scientifica e la protezione ambientale rispetto alle opportunità commerciali che lo scioglimento dei ghiacci presto offrirà. Trascorsi i sedici anni, l’accordo potrà essere prolungato per ulteriori cinque anni.

A fronte della  priorità assegnata alla ricerca scientifica rispetto alle opportunità commerciali, non va però trascurato quanto l’accordo stesso, fin dalla Dichiarazione di Oslo, sottoscritta nel 2015, rafforzi l’idea degli Stati artici come legittimi protettori e regolatori degli affari artici.

Se sembra eccessivo parlare di un esercizio di sovranità esercitato dai cinque stati costieri, al quale si sono nel tempo accodate le grandi potenze che nutrono interessi per lo sviluppo dell’area, la sottoscrizione dell’accordo di certo rinforza la posizione dei cinque come i principali arbitri per le sorti della regione.

Il periodo stabilito, sedici anni, suggerisce anche un approccio sì prudente e consapevole della fragilità dell’ambiente, ma che non esclude a lungo termine uno sfruttamento dell’area una volta che gli effetti del cambiamento climatico avranno fatto il loro corso, verosimilmente rendendo la zona navigabile e raggiungibile a sempre più imbarcazioni e per un periodo dell’anno sempre più esteso.       

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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