LA TURCHIA IN AFRICA

I crescenti rapporti commerciali tra Ankara e i paesi dell’Africa sub-sahariana, la forte presenza diplomatica in Africa centrale e l’impegno militare in Libia e in Somalia permettono alla Turchia di sostituirsi alle potenze tradizionali presenti nel continente africano

La storia della Turchia in Africa

L’Impero Ottomano aveva le sue provincie in Egitto, Libia, Algeria, Tunisia, Sudan, Eritrea, Somalia e intratteneva rapporti commerciali con Niger e Ciad. A seguito della Prima Guerra mondiale e il collasso del ‘’malato d’Europa’’ Francia e Inghilterra si spartiscono i territori ottomani presenti in Nord Africa e in Medio Oriente e hanno il via libera per spingersi sempre più verso il resto del continente africano.

Il percorso politico seguito dalla Turchia all’indomani del crollo del Califfato porterà alla nascita di una Repubblica laica sotto il comando di Kemal Ataturk, il padre dei Turchi, simbolo di una nazione che fino a quel momento non era mai esistita. 

A seguito della Seconda guerra mondiale Ankara si avvicina alle potenze occidentali, diventa un paese membro della NATO e la sua politica estera non sembra avere grandi ambizioni. E’ alla fine degli Novanta che la Turchia mette gli occhi sull’Africa. 

 Nel 1998 il governo turco emana un documento intitolato ‘’Opening up to Africa policy’’, poco dopo il rifiuto dell’Unione europea di ammettere il paese come stato membro dell’organizzazione, il che inaugura una nuova fase della politica estera turca che prevede l’invio di diplomatici nei paesi africani, l’offerta di assistenza tecnica e umanitaria ai paesi del continente e l’attuazione di un piano d’azione economico al livello regionale con l’aiuto delle maggiori organizzazioni internazionale.

Tuttavia, i disordini interni al paese, attraversato da diversi golpe militare, impediscono ad Ankara di realizzare i suoi sogni africani.

È a partire del 2002, con la salita al potere del partito Giustizia e Sviluppo (AKP) e l’ascesa politica di Recep Tayyip Erdogan, attuale presidente della Turchia, che Ankara intraprende misure concrete per espandere la sua influenza sul continente africano. A quale scopo? Svincolarsi sempre più dalla dipendenza dei suoi partner occidentali.

Nel 2005 la Turchia annuncia “l’anno dell’Africa” ed Erdogan, all’epoca primo ministro, si reca in Etiopia e Sud Africa. Tre anni dopo Ankara, già osservatore dell’Unione africana (UA), diventa un partner strategico della stessa organizzazione. Questo nuovo status apre la strada alla firma di numerosi accordi bilaterali in ambito economicoculturale e securitario con i paesi del continente. 

Con lo scoppio della cosiddetta Primavera araba Erdogan si pone sempre più come difensore delle forze islamiste presenti in Medio Oriente e Nord Africa, promotrici del cambiamento nei regimi pluridecennali regimi dittatoriali arabi. In questo periodo Ankara offre aiuti logicistici-militari ai gruppi insurrezionali presenti in Siria come in Egitto costruendo l’immagine della Turchia come difensore delle comunità islamiche del mondo.

Negli anni a seguire, complice il fallimento della guerra civile siriana e la controrivoluzione avvenuta in Egitto, gli interessi di Ankara si spostano maggiormente verso l’Africa Occidente e sub-sahariana senza dimenticare il Nord Africa e l’Africa Orientale.

Tra soft power e hard power

A luglio dello scorso anno il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha partecipato all’inaugurazione ufficiale della prima ambasciata turca a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. In tale occasione ha dichiara: “Abbiamo visitato altri due paesi dell’Africa occidentale prima di arrivare a Malabo.

Prima il Togo, poi il Niger e in totale abbiamo firmato un totale di nove accordi […] i quali sono un’indicazione del nostro desiderio di migliorare le relazioni con l’Unione africana a tutti i livelli’’. Se nel 2003 il numero delle ambasciate turche presenti in Africa era 12, questo è aumentato a 42 nel 2019 il che significa che Ankara ha un’interazione diretta con il 90% del continente. 


Ankara ha donato milioni di dollari per la costruzione di infrastrutture in Africa negli ultimi anni. Ad esempio, tra il 2009 e il 2019 ha fornito 2,5 miliardi di dollari ai paesi dell’area – l’1,15% del reddito nazionale lordo – che sono stati utilizzati per realizzare progetti nell’ambito dello sviluppo. 

La Turchia è presente in Africa attraverso ONG ed altre organizzazioni – tra cui TIKA, la Fondazione Maarif e l’Istituto Yunus Emre – e il suo impegno umanitario sembra non essere destinato a diminuire in futuro, come emerge dall’intervento del ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu in occasione della quinta Conferenza delle Nazioni sui paesi in via di sviluppo (LDC5): “Dieci anni fa, con il Programma d’azione di Istanbul, abbiamo presentato una visione ambiziosa per i paesi meno sviluppati e da questi paesi hanno compiuto progressi nel portare le persone fuori dalla povertà’’.

Oltre alla sua crescente presenza economica e diplomatica, Ankara è anche impegnata militarmente in Africa. In Somalia si trova dal 2017 la più grande base militare oltremare turca, il campo TURKSOM. Ben 400 ettari di terreno dedicati all’addestramento dei soldati somali da parte delle forze turche.

La Somalia è un importante snodo geopolitico tra il Golfo arabo e l’Africa continentale dotato di ingenti risorse naturali e snodi di commercio, tra cui il Bab al-Mandeb lungo il Mar Rosso e il Golfo di Aden. 

Nel novembre 2019 il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, in quel momento al comando del primo ministro Fayez al-Sarraj, ha stipulato due memorandum d’intesa con Ankara, uno dei quali riguardante la cooperazione militare.

Ciò ha progressivamente permesso ad Ankara di diventare una presenza fissa sul territorio libico: la Turchia dispone oggi del porto della città di Misurata come base militare. Da non dimenticare, inoltre, l’ingente presenza di mercenari ed ex-jihadisti siriani e nord-africani ancora oggi presenti in Libia, i quali hanno combattuto nei mesi scorsi per frenare l’avanzata verso Tripoli dell’uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, nell’ultimo anno migliaia di siriani al di sotto dei trent’anni sono stati reclutati da Erdogan per combattere in Libia con la promessa di remunerazioni o altri incentivi. Le offerte hanno previsto stipendi di $ 2.000 al mese, un anticipo di $ 500 per le famiglie rimaste in Siria e la promessa di migliaia di dollari in indennità in caso di morte.


Infine, il fattore religioso si conferma una delle direttrici attorno a cui si snodano le strategie neo-ottomane in politica estera. Negli ultimi anni Ankara ha aperto circa cento moschee e istituzioni educative in gran parte il continente africano – Gibuti, Ghana, Burkina Faso, Mali e Ciad – oltre ad essere stata coinvolta nella ristrutturazione delle moschee in Sud Africa e nella costruzione della Moschea Nizamiye, la più grande dell’emisfero meridionale, ed aver contribuito alla ristrutturazione della moschea che si trova a Mogadiscio, la più grande moschea presente nel Corno d’Africa. A novembre di quest’anno infine è stata inaugurata la moschea di Gibuti, la Moschea Abdulhamid II.

La sfida di Ankara all’Occidente

Nella recente visita al presidente senegalese Macky Sall il presidente turco ha dichiarato: “Vediamo il popolo africano come nostri fratelli, con i quali condividiamo un destino comune. Affrontiamo il loro dolore non con obiettivi politici, strategici e basati sugli interessi, ma completamente umanamente e coscienziosamente “.

Tali parole danno un’immagine della retorica su cui fa leva la Turchia per legittimare la sua presenza nel continente africano: il richiamo a un passato comune che unisce le popolazioni turche a quelle africane; la messa in atto di strategia win-to-win ossia vantaggiose per entrambi e il ricorso a un atteggiamento umanitario che si vuole discostare dalle politiche coloniali utilizzate dagli Europei in passato nel continente.  

Tutto ciò permette ad Ankara non solo di espandere la sua influenza al di là delle provincie meridionali dell’ex Impero Ottomano ma anche di rivendicare la sua autonomia nel sistema internazionale, minacciando l’egemonia delle potenze tradizionali che di fronte a Cina, Turchia e Russia hanno ben poche carte da giocare in Africa.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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