LA RIPRESA DELL’ECONOMIA RUSSA

Il governatore della banca centrale, nel corso dell’ St.Petesburg International haeconomic forum, ha affermato che, l’economia del paese è fra le prime al mondo a raggiungere i livelli pre covid.

Durante il 2020, fa sapere il Rosstat (L’istituto di statistica russo) il pil della federazione si è contratto del 3%, complice anche le misure di restrizione imposte, come in molti altri paesi, per affrontare la pandemia.

Il suddetto calo, resta però in linea con la previsione del ministero dell’economia che prevedevano uno  3,8% e resta nettamene inferiore al calo del pil reggistrato in numerosi altri paesi, come ad esempio l’eurozona con il suo 7,3%.

Moody’s,  ha cambiato le previsioni per il settore bancario russo, cambiandolo da “Negativo” a “Stabile” e prevedendo una crescita del PIL  che nel 2021 sarà del 2,3 e 2,1 nel 2022.

Anche Fitch, altro importante istituto di rating, promuove la Russia, affermando che l’Outlook stabile é dovuto all’efficacia delle politiche nel preservare la stabilità dei bilanci sovrani, e ad ancorare la stabilità macroeconomica, nonostante lo shock del covid-19, e all’elevata volatilità del prezzo del petrolio: ” La resilienza è supportata dalla credibilità della politica monetaria, dalla flessibilità del tasso di cambio e da una politica di bilancio prudente e anticiclica, inquadrata dalla regola del prezzo del petrolio di bilancio”

Non tutti i settori sono stati colpiti allo stesso modo, infatti, il settore manifatturiero ha registrato un aumento dell’ 0,6%, il commercio al dettaglio é aumentato dello 0,1%. Il calo degli investimenti si attesta intorno all’ 1,4%, dunque cifre lontane dal crollo dell’economia del 2009 dello -13,5%.

Il motivo di come un’economia come quella russa, soggetta a stagnazioni, sia riuscita a reggere gli effetti della pandemia poggia  su diversi fattori, uno dei quali è senza dubbio la decisione di non imporre nuove restrizioni come avvenuto in altri paesi, nonostane l’incremento dei contagi.

Ma c’è di più: infatti da qualche tempo si discute degli effetti che le sanzioni occidentali verso la Russia a seguito delle tensioni in Ucraina nell’ormai lontano 2014, e che di recente hanno trovato un seguito nella risposta occidentale al cosidetto caso Navalny, che ha portato nuovamente le relazioni ai minimi storici, anche se con il summit fra Biden e Putin si potrebbe aprire una nuova (o per meglio dire “vecchia”) fase fra l’occidente e la federazione.

Dunque, le sopracitate sanzioni, secondo diversi analisti, avrebbero spinto il cremlino a portare avanti una politica che in qualche modo  avrebbe permesso all’economia del paese, di essere “immune” ( o quasi) alle fluttuazioni e agli effetti delle sanzioni.

Non solo, infatti l’importante ruolo dello stato nell’economia potrebbe aver aiutato, ed anche gli incentivi la cui gran parte é stata usata per l’apertura di nuove fabbriche durante il 2020.

Ma non è tutto oro quel che luccica, e tantomeno si può affermare che l’economia della federazione sia perfetta, anzi, il prezzo di tali politiche si sono tradotte in una situazione di stagnazione, e anche di scontento della popolazione, con un inflazione che, mista alla debolezza del rublo, fanno diminuire ancora il tenore di vita dei Russi. Con un economia la cui più grande voce é costituita dal petrolio.

Nel corso dell’ St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), Elvira Nabiullina, presidente della banca centrale russa, insieme al ministro dell’economia Anton Siluanov, ha affermato che l’inflazione nel paese non sarà temporanea, affermando che: “la continua accelerazione dell’inflazione sarà un impedimento alla crescita economica”.

Il ministro dell’economia ha, dall’altro canto, affermato che la spesa della federazione deve ritornare ai livelli pre-pandemici, altrimenti si rischia di “surriscaldare” l’economia, aggiungendo che già si notano i primi effetti di ciò: “già vediamo alcuni elementi di questo. L’inflazione é più alta del nostro obiettivo del 4%. Ciò porterà ad una svalutazione dei redditi, ad una svalutazione dei salari, e una svalutazione del supporto del governo. É chiaro che sia la politica monetaria sia quella fiscale devono tornare a giocare un normale ruolo.” Affermando che l’inflazione rimarrà elevata per almeno altri 12 mesi, a causa delle ripresa economica, avvenuta più rapidamente di quando ci si aspettasse, per poi attestarsi intorno al 4% nella seconda metà del 2022.

Per combattere l’aumento dei prezzi, la banca centrale ha ripetutamente aumentato i tassi d’interesse, in particolare, desta preoccupazione l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, in un paese con un elevato numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Nabiullina Ha, però affermato che l’inflazione potrebbe iniziare a ridursi dal prossimo autunno, aggiungendo che, le politiche fiscali, insieme ai tentativi di stimolare l’economia, aumentano il rischio di incremento dell’inflazione in molti altri paesi

Infine, a minacciare la ripresa, ci pensa la campagna vaccinale, che ancora oggi procede a rilento, nonostante l’impegno del governo nel convincere i cittadini a farsi somministrare il siero.

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