LA GEOPOLITICA DI EURO 2020

Sport, politica e geopolitica

Lo sport, si sa, è anche politica. Costituendo manifestazione dell’identità e delle passioni di una collettività, il potere politico tende ad esaltarne le propagandistiche potenzialità aggreganti o divisive. Un successo sportivo può essere sfruttato da un governo per legittimare simbolicamente il proprio operato ovvero per allontanare da sé le attenzioni della cittadinanza da fallimenti politici, ricorrendo al classico panem et circenses.

Ma lo sport è anche e soprattutto geopolitica. Esso “segna in maniera indelebile la storia delle nazioni”, cementa il legame tra generazioni, come puntualmente sottolineato dal premier Mario Draghi nella commemorazione a Palazzo Chigi della vittoria degli Azzurri. Strumento (tattico) del soft power di uno Stato attraverso cui proiettare influenza all’estero per attrazione ed imitazione piuttosto che per coercizione (hard power).

Per migliorare la propria immagine o danneggiare quella altrui. Così, durante la Guerra Fredda, gli Usa, sotto l’amministrazione Carter, arrivarono a boicottare le Olimpiadi di Mosca del 1980 in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979). Ricambiati dall’Urss alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Oggi, dal Congresso americano al Parlamento Europeo si irradiano pressioni sul Comitato Olimpico Internazionale per il boicottaggio delle Olimpiadi invernali 2022 ospitate dalla Cina, accusata di violare i diritti umani di hongkonghesi, tibetani ed uiguri del Xinjiang.

Il calcio, in quanto manifestazione sportiva più popolare al mondo (4 miliardi di followers), è sublimazione del legame tra sport e (geo)politica. Rivelatore della portata globale di un evento come Euro 2020, che nasce come Europeo, sebbene non confinato ai 27 membri dell’Unione Europea (entità che rimane prettamente economica e non politica), è ad esempio la provenienza geografica di alcuni dei grandi sponsor e partner ufficiali del torneo organizzato dalla UEFA.

Troviamo le cinesi AlipayAntchainHisenseTikTok e Vivo e le statunitensi Coca Cola e IMG. Senza dimenticare l’emirato del Qatar, con la compagnia aerea di bandiera Qatar Airways. Nell’ultimo decennio, Doha ha puntato fortemente sul soft power calcistico come vettore della sua influenza in Occidente, effettuando massicci investimenti in petrodollari in club d’alto grido come il Paris Saint Germain e convincenti campagne di lobbying per ospitare i mondiali di calcio 2022.

Francia-Svizzera-Italia

Dopo l’iniziale eccitazione per la vittoria conseguita sugli odiati rivali tedeschi, la granduer della Francia si è dovuta arrendere alla petitesse della Svizzera. Le strumentali polemiche francesi sull’assenza di giocatori di colore nella formazione italiana, dopo quelle montate contro la vittoria del gruppo romano dei Måneskin sui colleghi francesi all’Eurovision Song Contest 2021, e le festose reazioni italiane all’eliminazione dei Blues sono state plastica conferma della rivalità tra Roma e Parigi. Che nessun Trattato del Quirinale potrà attenuare, tantomeno cancellare.

Turchia vs. Italia

La pessima performance calcistica della Turchia ci ha ricordato invece come i “guerrieri” turchi siano capaci di eccellere più nelle sabbie mobili levantine e libiche e negli aspri territori del Caucaso meridionale che nei manti erbosi del rettangolo da gioco. Nemesi antropologica dell’Italia, che nella partita inaugurale del torneo ha umiliato la nazionale dei Sultanlar, dopo le recenti tensioni diplomatiche bilaterali innescate dall’uscita del primo ministro italiano Mario Draghi che diede del “dittatore” al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan dopo la vicenda del .c.d. “Sofagate”.

La vittoria degli Azzurri non ci restituirà ovviamente Tripoli, dove siamo stati sostituiti da Ankara come patrone del locale governo per la nostrana ritrosia ad impiegare le armi a difesa dell’interesse nazionale. Per la turca disponibilità a salvare manu militari, nell’ora del bisogno, il governo tripolino dall’assedio delle forze del generale cirenaico Khalifa Haftar. Peraltro, Ankara detiene altre formidabili leve sul piano del soft power – basti pensare al proliferare, anche in Europa, di serie Tv di produzione turca di grande successo. La Turchia ha poi ottenuto pratica testimonianza del ritorno geopolitico del suo supporto politico-militare all’Azerbaijan nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh (settembre-novembre 2020) contro l’Armenia. Nelle partite giocate allo Stadio Olimpico di Baku i turchi avevano la sensazione di trovarsi a casa, osservando i tifosi sugli spalti sventolare la Ay Yıldız insieme allo stendardo tricolore azero.

Fonte: Bbc

Ucraina vs. Russia

L’Ucraina ha colto la vetrina internazionale per compiere un ulteriore passo nel difficile processo di ridefinizione di un’identità nazionale specificamente ucraina tesa verso ovest e ribadire le proprie rivendicazioni territoriali, raffigurando nella divisa da gioco una mappa del paese che includesse anche la Crimea, annessa dalla Russia nel 2014 in violazione del diritto internazionale. Provocando la lapidaria risposta del Cremlino che ha definito il simbolico gesto come “l’illusione dell’impossibile”.

Sostanzialmente ribadendo il pensiero putiniano per cui l’“Ucraina non è nemmeno un paese. Parte del suo territorio si trova nell’Europa orientale e l’altra parte è stata regalata da noi”. Mosca ha compensato l’ultimo posto nel girone B, alle spalle anche della ex provincia finlandese, con la sponsorship ottenuta da Gazprom, la principale società impegnata nella costruzione del contestato (da americani, polacchi e paesi baltici) gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2.

Fonte: BBC

La cancel culture sbarca nuovamente in Europa

Uno dei dati più interessanti sul piano geopolitico di questo Euro 2020 ha riguardato la trasposizione sui campi da gioco della cancel culture di matrice statunitense, con i calciatori di diverse squadre che si sono inginocchiati sul campo prima del calcio d’inizio per manifestare supporto morale ai movimenti anti-razzisti d’oltreoceano come Black Lives Matter.

La vicenda del kneeling testimonia come l’influenza culturale americana mantenga una straordinaria presa sul Vecchio Continente, attratto dalle convulsioni storiche e dalle guerre culturali che scuotono il centro dell’impero. Le battaglie per cancellare la memoria del passato confederato degli Usa, riesplose la scorsa primavera dopo il brutale assassinio di George Floyd da parte di un poliziotto bianco, combattute a colpi di iconoclastia (rimozione di statue e simbologie confederate) tra i bianchi di Midwest e coste, da una parte, e bianchi del Sud dall’altra, scambiate in Europa per pentimento generalizzato e senso di colpa degli americani nei confronti del razzismo sistemico e del passato schiavista, veicolano il messaggio multiculturale che gli Usa diffondono all’estero mentre in patria perseguono un approccio monoculturale teso all’assimilazione dello straniero.

Il singolare triangolo Inghilterra-Scozia-Italia

L’Inghilterra è stata il crocevia degli incroci geopolitici di Euro 2020. Gli eventi sportivi ci rammentano ciclicamente la vera natura geopolitica del Regno Unito. Non nazione, ma impero, ancorché in lenta decomposizione, composto da 4 home nations (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) delle quali lo Stato “anglo” è sovraordinato alle entità statuali celtiche. Come visivamente raffigurato nella Union Jack, dove la croce rossa di San Giorgio, patrono d’Inghilterra, sovrasta la croce rossa diagonale di San Patrizio, patrono d’Irlanda, e la croce bianca diagonale di Sant’Andrea, patrono di Scozia.

Così, il sorteggio dell’urna di Bruxelles ha regalato la sfida più geopolitica di questo primo Europeo itinerante. Quella del gruppo D tra i Tre Leoni e la Tartan Army, la più antica rivalità calcistica al mondo – il primo Inghilterra-Scozia si giocò il 30 novembre 1872 al West of Scotland Cricket Club. Il match disputatosi a Wembley lo scorso 18 giugno ha visto i tifosi scozzesi fischiare l’inno inglese e si è concluso con un pareggio a reti inviolate, che ha trasposto sul campo lo stallo geopolitico tra le spinte nazionaliste ed indipendentiste degli scozzesi e le controspinte inglesi per riprendere il controllo sulle province “ribelli”.

Staccandosi dall’Unione Europea, stringendosi vieppiù agli Usa nel dual conteinment di Russia e Cina e rilanciando la residua dimensione globale della potenza imperiale (Global Britain), attraverso cui provare a diluire e a soddisfare le pulsioni e gli interessi nazionali di gallesi, scozzesi e nordirlandesi. Progetto nel quale rientra anche il ricorso al fascino internazionale esercitato dalla Premier League, il più ricco e seguito campionato di calcio al mondo, quale vettore d’influenza culturale. Motivo per cui il governo Johnson ha affossato il progetto della Superlega, che avrebbe sottratto luce e ritorni economici alla massima competizione inglese.

Al pari dell’Italia, l’Inghilterra è arrivata in questo Europeo in cerca di riscatto sportivo e politico, sotto lo slogan “Football Is Coming Home”. Battendo la Germania nei quarti di finale, gli inglesi avevano pensato di poter “vendicare” sul campo da gioco quello che a Londra considerano l’ostracismo europeo post-Brexit volto a punire il Regno Unito (Uk) per aver tracciato una via d’uscita dal progetto comunitario.

Contrapposizione geopolitica estrinsecatasi su più piani. Nelle trattative sul confine doganale tra Uk ed Ue, connesso alla questione irlandese. Nella guerra dei vaccini, con il boicottaggio di fatto dell’anglo-svedese AstraZeneca in Europa. Nella sortita italo-tedesca volta a rimpiazzare Londra con Roma o Monaco come sede della finaleRespinta da Downing Street che, nonostante la diffusione della variante Delta di Sars-Cov-2, ha assicurato alla UEFA di aumentare la capacità di Wembley dal 50% (45.000 ingressi) della piena capienza di ottavi e quarti di finale al 75% (oltre 60.000 spettatori) nelle semifinali e nella finale.

Il tifo di istituzioni brussellesi, gallesi, irlandesi e scozzesi per l’Italia nella finale di Wembley ha infine lasciato un senso di isolamento nell’Albione post-Brexit. Il quotidiano pro-indipendenza scozzese The National è arrivato a raffigurare il c.t. Roberto Mancini sotto le sembianze dell’eroe nazionale William Wallace (reso celebre dal film Braveheart) – che nel 1297 sconfisse gli inglesi di Edoardo I Plantageneto nella battaglia di Stirling Bridge (guerre di indipendenza scozzesi) – accompagnato dall’appello “SAVE US ROBERTO, YOU’RE OUR…FINAL HOPE”L’eccitante e meritata vittoria della nazionale di Mancini ha confutato l’aforisma attribuito a Winston Churchill per cui “gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”. Ma un successo sportivo non modifica la traiettoria geopolitica di una nazione. Non incide sui fattori strutturali della sua potenza. Finiti i festeggiamenti, Roma dovrà lavorare sodo per sfatare un’altra storica raffigurazione di sè. Quella di Nazione senza Stato

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