CORTE AFRICANA VS. RECS: È ANCORA POSSIBILE UNO HUMAN RIGHTS NETWORK?

L’adozione del Protocollo di Ouagadougou ha riportato in auge il dibattito circa l’eventuale rapporto vigente, sia pur esso conflittuale o integrativo, tra la Corte africana dei diritti umani e dei popoli e le Corti delle Comunità Economiche Regionali africane (RECs).

Il Protocollo dedica spazio, seppur marginalmente, «ad ogni organizzazione africana riconosciuta dall’OUA» assicurando ad esse il diritto di richiedere un parere «su qualsiasi questione giuridica riguardante la Carta o ogni altro strumento in materia di diritti umani» e, all’articolo 5, garantendo alle organizzazioni “intergovernative africane” la facoltà di proporre un caso dinanzi alla Corte.   

Non esistendo alcun tipo di coordinamento formale, non si può concludere che le Corti sub-regionali facciano parte dell’African Human Rights System e, sarebbe più opportuno, parlare di Human Rights Network, poiché non si tratta di sistemi sub-regionali dedicati interamente ai diritti umani, bensì di «raggruppamenti sub-regionali».

Una possibile analisi del rapporto può essere fatta alla luce dei rispettivi Statuti di queste Corti e degli eventuali cenni di questi ad un possibile rapporto fra le istanze giurisdizionali. La Corte Africana, in primis, tra i criteri di ammissibilità, ex articolo 6  del Protocollo istitutivo che rimanda all’articolo 56 della Carta africana, esclude che possa esaminare casi già regolati. 

Quanto alle istanze sub-regionali, stando alle Comunità Economiche più rilevanti, si registrano visioni differenti: il Tribunale della SADC (Southern African Development Community), all’articolo 24 del suo Protocollo istitutivo stabilisce che le decisioni sono «definitive e vincolanti», escludendo ogni possibilità di riesame. Per quanto riguarda l’EAC (East Africa Community), l’articolo 38 del Trattato di Arusha dispone che qualsiasi controversia sottoposta al Consiglio dell’EAC riguardo l’interpretazione e l’applicazione del Trattato «non possa essere sottoposta a procedure diverse da quelle espressamente previste». 

 Invece, la Corte di giustizia dell’ECOWAS (Economic Community of the West African States), non ammette litispendenza per i ricorsi individuali ex articolo 10 del Protocollo supplementare. Concretamente, il limite posto non impedisce che un caso già deciso dalla medesima possa essere presentato presso la Commissione africana o la Corte, né viceversa.

La Corte di giustizia dell’ECOWAS, tuttavia, non si autodefinisce come “organo d’appello” per le decisioni dei tribunali nazionali e, a maggior ragione, per le corti internazionali. A tale scopo appare orientata, la spinosa e soprattutto tanto dibattuta, omissione da parte del Protocollo, del previo esaurimento dei ricorsi interni fra i prerequisiti per l’esame delle richieste che abbiano ad oggetto violazioni dei diritti umani.

Le corti sub-regionali, quando interpellate per esaminare controversie aventi ad oggetto violazioni dei diritti umani, tendono spesso ad estendere i confini della propria competenza. 

Per quanto riguarda l’EAC, ad esempio, rileva la sentenza resa nel 2010 nel caso Ariviza and Another v AG Kenya & Others: i querelanti denunciano che il Referendum e la promulgazione della nuova Costituzione della Repubblica del Kenya siano stati condotti in violazione dei diritti garantiti dal Trattato di Arusha: fra gli altri, il diritto di avviare programmi per la cooperazione economica, sociale e culturale tra gli Stati membri;  il diritto alla risoluzione pacifica delle controversie; della good governance e della rule of law,  di cui rispettivamente anche agli articoli 1, 3, 7(1) and 9(2) della Carta Africana.

Al di là del giudizio di merito, il caso dimostra come la Corte abbia esteso la propria competenza in tema di diritti umani non prettamente correlati ad ambiti economici o commerciali. Inoltre, bisogna riconoscere che i ricorrenti, non avendo il Kenya accettato la competenza sui ricorsi individuali ex articolo 34 paragrafo 6 del Protocollo di Ouagadougou, non avrebbero potuto adire direttamente la Corte africana. 

Per quanto riguarda il Tribunale della SADC, seppur nella sua limitata esperienza, è degno di nota il caso Tanzania v. Cimexpan Ltd and Others. L’oggetto della disputa è un giudizio reso dall’Alta Corte della Tanzania a favore dei convenuti, i quali avevano denunciato la violazione ai loro danni del divieto di tortura, deportazione e dei diritti alla libertà e alla sicurezza ex articoli 4, 5 e 6 della Carta africana.

Il governo della Tanzania aveva respinto il giudizio, argomentando che i ricorrenti non avevano rispettato l’obbligo del previo esaurimento dei ricorsi interni e, in secondo luogo, sostenendo l’illegittimità della giurisdizione della SADC. Il Tribunale si è espresso attestando che l’assenza “fisica” di uno Stato non costituisce diniego di accesso ai rimedi interni esperibili e, richiamando la giurisprudenza più tollerante della Commissione africana, è stata più flessibile a riguardo.  

La Corte di giustizia ECOWAS è invece quella che, fra tutte, ha esteso maggiormente la portata della propria giurisdizione. Nel caso Hadijatou Mani Kouraou c. Niger  la Corte è stata chiamata a pronunciarsi su una controversia basata sulla violazione, fra le altre, dell’articolo 5 paragrafo 2, relativo al divieto di schiavitù.

Nel caso di specie, la Corte accerta la violazione del diritto garantito dalla Carta, imputando allo Stato convenuto solo la responsabilità per la negligenza amministrativa e giudiziaria e non anche la responsabilità della riduzione in schiavitù. Il carattere eccezionale della pronuncia risiede proprio negli strumenti cui la Corte ECOWAS ha fatto ricorso per attestare la condizione di schiavitù: la giurisprudenza del Tribunale penale internazionale per l’Ex-Iugoslavia e del Tribunale militare di Norimberga, la Convenzione contro la schiavitù di Ginevra del 1926, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo del 1948, la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne del 1979, la Carta africana dei diritti umani e dei popoli e infine il Protocollo supplementare della Corte di giustizia ECOWAS.

Emerge, dunque, la presenza di diversi sistemi e approcci alla tutela dei diritti umani e questa eterogeneità può apportare tanto dei benefici quanto degli svantaggi all’attività della Corte africana e al sistema africano di tutela dei diritti umani. 

Indubbiamente, le corti sub-regionali offrono la possibilità di affrontare tematiche di minore entità: una corte locale, infatti, si presta meglio a giudicare problematiche specifiche di un territorio, al contrario di quanto potrebbe accadere all’interno della Corte africana, composta da “solo” 11 giudici e provenienti da qualsiasi parte del vasto continente. Inoltre, l’effetto vincolante delle sentenze di queste Corti sicuramente rafforza l’accertamento e la tutela dei diritti umani, già di per sé carente nel meccanismo africano, specialmente negli anni in cui è stato monopolio della Commissione africana e delle sue limitate prerogative. 

L’accessibilità di queste Corti è resa più agevole agli individui rispetto alla stessa Corte africana per diverse ragioni. Innanzitutto, nessun limite è posto alla competenza di questi organi a conoscere di comunicazioni individuali, poiché è accettata ipso facto dagli Stati membri.

Di contro, questo può generare una notevole incidenza di ricorsi individuali presso le corti, l’effetto diametralmente opposto del limite previsto dal Protocollo di Ouagadougou. In secondo luogo, la prossimità delle Corti sub-regionali permette ai singoli di poter adire direttamente un’istanza internazionale, poiché il ricorso alla Corte risulta essere problematico in determinate aree del continente, per fattori economici oltre che culturali. 

Infine, le Corti contribuiscono in qualche maniera ad uno sviluppo progressivo della tutela dei diritti umani, grazie alla giurisprudenza formatasi col tempo, seppur limitatamente al loro campo d’azione e nei settori di loro interesse, ovvero quello prettamente economico-commerciale. 

Tuttavia, i limiti che emergono nell’attività svolta dalle Corti nel campo dei diritti umani rischiano di rivelarsi anche controproducenti per l’African Human Rights System. Sotto il profilo dell’esecuzione delle sentenze, le Corti mancano di sistemi istituzionali rivolti a tale scopo, pertanto rischiano di trasformare la tutela da essi esercitata in un’operazione finalizzata a sé stessa. Allo stesso modo, la coesistenza di sistemi così differenti e di approcci spesso divergenti rischia altresì di minare l’uniformità del diritto e di determinare persino la sovrapposizione di giurisdizioni tra livello regionale e sub-regionale. 

L’evidente disparità dei sistemi di tutela costituisce il cuore del problema della mancanza di comunicazione tra le Corti. Inoltre, l’inesistenza di regole formali che ne definiscano i rapporti disincentiva l’interazione e il dialogo. Invero, le Comunità non si sono mai servite di quei limitati strumenti ad essi dedicati del Protocollo di Ouagadougou.

Eppure, a giudizio di alcuni, dal Protocollo si potrebbe già ricavare un strumento decisivo da cui partire: sulla base dell’articolo 4e la relativa facoltà di richiedere parere consultivo, le Corti sub-regionali potrebbero fare riferimento all’interpretazione della Corte su controversie aventi per oggetto l’applicazione della Carta africana. È da questo punto che sarebbe auspicabile lo sviluppo di un dialogo costruttivo e multilivello tra le diverse istanze giurisdizionali, magari incentivato anche da buone pratiche di cortesia e reciproco rispetto.

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