LA BALKAN ROUTE, TRA UNA NON-POLITICA MIGRATORIA EUROPEA E IL RISCHIO DI UNA CRISI IN ROMANIA

fonte: https://refugee-rights.eu/2021/05/26/romania-another-twist-along-the-balkan-route/?fbclid=IwAR2CfeKO4IdY0XpqQwtWgJ7YroTMCxVcmfTP84EZt_UX3rea_qYzjJl1QQE

La politica migratoria messa a punto durante il Consiglio europeo del 24 e 25 giugno scorsi non si discosta dalle precedenti, a dimostrazione che, nonostante le numerose parole spese negli ultimi, Bruxelles è più interessata a barricarsi che a gestire realmente i flussi. Una scelta miope che porterà probabilmente allo scoppio di nuove crisi umanitarie lungo tutte le sue vie di accesso, prima fra tutte sulla Balkan Route, dove una recente strada sta già piegando la Romania. Il tutto nonostante il rinnovo dell’accordo con la Turchia.

La (non) nuova politica migratoria europea

Nelle scorse settimane il Consiglio europeo si è ritrovato a discutere circa la propria politica migratoria dopo tre anni di silenzio in materia. Nonostante le numerose critiche mosse contro di essa negli anni e il riconoscimento che “gli sviluppi su alcune rotte destano grave preoccupazione e richiedono una vigilanza costante e azioni urgenti”, Bruxelles non ha realmente messo in discussione la propria posizione; anzi ha riconfermato i propri obiettivi storici: la sicurezza della cosiddetta Fortezza Europa in primis.

In tal senso, l’Unione Europea ha deciso di non prendere in considerazione una riforma della propria azione interna (nonostante il cosiddetto Sistema Dublino sia ormai noto per la sua inefficacia e le criticità inerenti alla solidarietà tra Stati membri in merito al ricollocamento dei migranti che accedono all’Unione prevalentemente dai suoi confini meridionali), ma di discutere esclusivamente della sua azione esterna, che dovrebbe svilupparsi nei prossimi anni, anche grazie alla riconferma dei partenariati e della cooperazione coi Paesi di origine e/o transito.

Cooperazione che da quest’anno dovrebbe poter contare sullo Strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale (in inglese, Neighbourhood Development and International Cooperation Instrument, NDICI), un accordo che permetterà di disporre di circa 80 milioni tra il 2021 e il 2027 per la promozione del multilateralismo e delle priorità strategiche con gli Stati europei, mediterranei ed africani extra-UE e dei cui fondi almeno il 10% dovrebbe essere impiegato per affrontare le cause profonde dell’immigrazione irregolare, così come per creare condizioni tali da assicurare flussi regolari e ben gestiti. 

Il contestato accordo con la Turchia continua a (r)esistere

In tale quadro, la Turchia sarà inevitabilmente tra i primi Paesi a beneficiare di un sostegno economico per la gestione dei flussi migratori, anche in forza della Dichiarazione congiunta di Istanbul e Bruxelles risalente a cinque anni fa.

Tale accordo aveva stabilito che il Paese di Recep Tayyip Erdoğan si sarebbe occupato di chiudere e controllare le frontiere con la Grecia per evitare gli ingressi irregolari – caricandosi degli oneri dell’accoglienza –, in cambio di sostegni economici europei e della promessa di una riapertura dei negoziati di adesione che avrebbero dovuto portare la Turchia ad essere il ventottesimo Paese membro dell’Unione – un interesse ormai ben lontano dalle politiche e dagli interessi strategici del presidente turco.

Se in un primo momento il patto aveva effettivamente ridotto gli ingressi lungo la rotta balcanica, è indubbio che tale strumento si sia però col tempo rivelato un’arma a doppio taglio nelle mani di Erdoğan, che ha minacciato Bruxelles ogni qual volta essa si sia espressa contro le sue politiche interne, sempre più autoritarie.

Esemplificativa è l’apertura dei confini con la Grecia a inizio 2020, che ha portato a numerosi scontri tra i richiedenti asilo e le forze dell’ordine elleniche. Non solo, Istanbul si è macchiata di diverse violazioni del diritto d’asilo, arrivando a rimpatriare 16 mila siriani e seimila afghani, nonostante le situazioni di tali Paesi non assicurassero condizioni di vita sicure e dignitose.

Proprio per questo, in molti hanno ritenuto il rinnovo dell’accordo un azzardo mal calcolato che, oltre a porsi come una continua minaccia nelle mani turche, non garantirà comunque la riduzione degli ingressi nell’Unione Europea, visto che – secondo quanto riportato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) – quasi 200 mila persone sono giunte in Grecia e più di 27 mila in Bulgaria dalla firma dell’accordo, 4.495 solo negli ultimi sei mesi. 

Balkan Route: sempre nuova, sempre uguale

Delle migliaia di cittadini stranieri giunti in Europa attraverso la Turchia, il Mar Egeo o la parte orientale del Mediterraneo, molti si sono poi incamminati lungo la cosiddetta Balkan Route, nella speranza di giungere in uno dei Paesi centrali dell’Unione Europea e lì essere accolti.

Giunta all’attenzione di molti sono nel 2015, quando le immagini di denuncia di una vera e propria crisi umanitaria colpirono l’opinione pubblica, la rotta balcanica è scomparsa dal dibattito politico poco dopo la firma della Dichiarazione UE-Turchia, tornando a occupare le pagine dei notiziari solo in occasione di incidenti e crisi, come quelli avvenuti lo scorso anno – dall’incendio del campo di Moria in Grecia fino alle immagini dei migranti congelati nel campo di Lipa in Bosnia Erzegovina, passando per le numerose denunce di violenze perpetrate contro i richiedenti da parte delle forze dell’ordine croate. 

Ciò nondimeno, la Balkan Route non ha mai smesso di esistere; anzi, continua a modificarsi e svilupparsi, per poter meglio adattarsi alle difficoltà: se nel 2016 si era venuta a creare una nuova strada tra Tirana e Sarajevo, per evitare il muro innalzato da Viktor Orbán al confine tra Ungheria e Serbia, oggi la nuova meta di destinazione è la Romania. I dati forniti dall’Asylum Information Database dimostrano come il numero dei migranti in ingresso nel Paese sia aumentato del 238% rispetto al solo 2019.

Una percentuale che ha destato l’allarme a Bucarest, dal momento che il Paese non dispone di un sistema di accoglienza efficiente e in grado di gestire flussi di tale portata, anche a causa della politica migratoria comunitaria, che ha fornito finanziamenti principalmente per l’International Security Fund (ISF), volto all’implementazione di strategie di sicurezza, e non all’Asylum, Migration and Integration Fund (AMIF). I sei centri del Paese – situati a Timisoara, Şomcuta Mare, Rădăuţi, Galaţi, Bucarest e Giurgiu – sono ormai sovraffollati e le condizioni di vita al loro interno divengono di giorno in giorno più “drammatiche”.

Accanto a ciò, l’aggravarsi della situazione ha determinato un peggioramento della risposta delle comunità locali, sempre più ostili, e l’incremento degli episodi di violenza nei confronti dei richiedenti asilo.

Il rischio di una crisi migratoria rumena?

Le recenti notizie sopraggiunte dalla Romania rendono evidente come l’attuale politica migratoria europea sia tutto fuorché una politica: se come sosteneva Platone, la πολιτική è l’arte di regnare, di governare, è evidente che le linee europee non possano essere identificate come tali.

La scelta di chiudersi nella cosiddetta Fortezza Europa ha dimostrato già negli anni passati di non poter essere una soluzione a lungo termine, dal momento che i flussi continuano non solo a esistere, ma anche ad aumentare, anche a causa degli effetti che la pandemia da Covid-19 ha sull’economia globale: la recessione del PIL globale e l’inevitabile riduzione del numero di impiegati – soprattutto di lavoratori stranieri, con conseguente calo dei flussi delle rimesse globali verso i Paesi a basso e medio reddito -, oltre alla contrazione dei flussi di investimenti diretti esteri e degli Aiuti pubblici, avranno conseguenze critiche nei Paesi di origine, spingendo un numero sempre maggiore di persone a partire.

A tale flusso devono poi essere aggiunte le quote di coloro che abbandoneranno la propria residenza per motivi legati a violazioni dei diritti umani o dello Stato di diritto, così come quelle dei rifugiati ambientali – in inevitabile crescita a causa del surriscaldamento globale, che peggiorerà nei prossimi anni.

In tale contesto, Bruxelles deve necessariamente sviluppare una reale politica migratoria, che superi l’approccio emergenziale e che non si basi più solo sul controllo delle frontiere, anche per mezzo di partenariati con altri Paesi. Viceversa, il numero di incidenti e crisi ai suoi confini, così come all’interno dei suoi territori, potrebbe aumentare; vedesi l’attuale situazione rumena.

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