LE GUERRE DEI NEOCON NEL GRANDE MEDIO ORIENTE. TRA IDEOLOGIA, POLITOLOGIA E POCA STRATEGIA

Chi sono i neoconservatori? Quale progetto geostrategico mosse l’America all’indomani del trauma collettivo degli attentati terroristici dell’11 settembre? Quale l’eredità di questa ventennale esperienza?

I neoconservatori

neocon rappresentano una parte minoritaria ma molto influente degli apparati statunitensi. Hanno avuto un peso dominante negli anni dell’amministrazione repubblicana di George Walker Bush[1] ed hanno ricoperto ruoli importanti (su tutti, il segretario di Stato Mike Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton[2]) nell’amministrazione di Donald Trump, influenzandone alcune scelte tattiche – la massima pressione su Iran, Venezuela e Cina finalizzata al regime change.

Godono di grande seguito da parte del circuito mediatico-politico e all’interno di think tanks come Heritage Foundation e American Enterprise Institute. Meno tra gli elettori, essendo privi di una propria costituency elettorale. Di originaria formazione politologica trosckista, concepiscono la storia umana e le interazioni tra collettività come una lotta infinita tra Bene e Male. Aderenti allo schieramento democratico sino al salto nel campo del Grand Old Party tra gli anni ’70 e ’80, in concomitanza con l’ascesa alla Casa Bianca di Ronald Reagan e la sua crociata contro l’Impero del Male sovietico, furono avanguardie del rollback nei confronti dell’Urss.

Avversi al multilateralismo, ai trattati e alle istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, hanno una visione ideologica delle relazioni internazionali. La supremazia americana può e deve essere perseguita in modo unilaterale e assertivo, senza dilemmi di alleanza.

Agendo in permanente stato rivoluzionario, rispondendo anche militarmente e preventivamente ogniqualvolta venga messo in discussione il primato americano o in pericolo l’interesse nazionale  Costruendo realtà artificiali ad immagine e somiglianza dell’America, anche contro la volontà degli attori locali, sopprimendo ogni forma di totalitarismo, sia esso di tipo politico o religioso. Per redimere il mondo sul modello valoriale degli Usa, nazione faro dell’umanità.

Dall’11 settembre all’Iraq

All’indomani dei tragici attentati terroristici al World Trade Center di New York e agli edifici del Pentagono a Washington D.C., simboli del potere economico e militare, dunque politico, dell’America, immediatamente attribuiti ad al Qaeda, un mix di deep engagement, unilateralismo e confronto risoluto caratterizzerà l’emotiva risposta americana allo shock psicologico causato dal primo attacco mai portato al territorio metropolitano statunitense dal 1812 (guerra anglo-americana).

Il 9/11 stravolgerà l’agenda di politica estera dell’amministrazione Bush, virandone attenzioni e risorse dalla ricostruzione domestica e dal contenimento dell’ascesa cinese alla guerra globale al terrorismo internazionale, erroneamente scambiato per minaccia strategica esistenziale (dal 2001 al 2018 le vittime Usa per terrorismo jihadista sono state 104, con una media di “appena” 6 americani ogni anno[3]). 

Washington rifiuta il mutuo soccorso zelantemente offerto dagli alleati Nato ai sensi dell’art. 5 del Trattato di Washington. Scavalca il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dando il là all’Operazione Enduring FreedomFinalizzata a punire il regime dei Taliban, che aveva dato ospitalità e protezione ad Osama Bin Laden, e a detronizzare il centro di comando e controllo qaedista.

Un’America ancora immatura nella posizione di egemone globale, superpotenza solitaria senza alcun rivale all’orizzonte, non riesce a contenere le sue pulsioni, a fermarsi all’originario obiettivo. Viola la razionalità strategica.

Si impantana nelle paludi dell’Hindu Kush. Innesca il primo di una serie di ribaltamenti politici volti a riscrivere le mappe del Grande Medio Oriente in senso democratico a colpi di regime changes, affinchè il mondo fosse “non solo più sicuro ma anche migliore”.

Presunta unica via per estirpare la minaccia del terrorismo jihadista internazionale che aveva colpito l’America. Perché nella lettura degli strateghi dell’amministrazione Bush, esso nasceva dall’alienazione politica di individui privi di rappresentanza, spogliati di ogni opportunità per la promozione di un cambiamento sociale.

Ergo, suscettibili alla subcultura del vittimismo e all’ideologia della violenza contro l’infedele nemico esterno diffusa da gruppi islamici radicali.

La visuale temporale a Washington sarà però quella della risposta immediata, senza alcuna considerazione politica di lungo termine degli interessi strategici. La tattica trascende la strategia, coperta dall’ideologia, impegnando la superpotenza in guerre limitate, di retroguardia, impossibili da vincere sul piano strategico.

Dove la posta in gioco degli studenti coranici, la loro stessa esistenza, li avrebbe costretti a resistere strenuamente, foraggiati e addestrati dall’Inter-Services Intelligence pakistano in chiave anti-indiana, per logorare il supporto politico dell’opinione pubblica americana alla guerra. Consapevoli che il tempo giocasse dalla loro parte (in ossequio al famoso proverbio afghano: “Voi avete gli orologi? Noi abbiamo il tempo”). 

L’azzardo più grave verrà però compiuto in Iraq. Punto di partenza del domino che avrebbe dovuto decapitare gli autocrati che avevano finanziato (Arabia Saudita), fornito reclute (Siria) e supporto logistico (Iran) ad al Qaeda. L’apertura di un nuovo fronte bellico drenerà le residue capacità e possibilità di vincere in Afghanistan.

La nascita di una insurrezione sunnita in Iraq, guidata dall’organizzazione proto-Isis di al Qaeda in Iraq (AQI) con a capo ‘Abū Muṣ’ab az-Zarqāwī, si rivelerà ben altro che gli “ultimi resti di una causa morente”, come la definirà in modo sprezzante l’allora vice-segretario del Pentagono Paul Wolfowitz.

Costringerà gli Usa ad impantanarsi in una dispendiosa occupazione militare del territorio. Dal rovesciamento degli autocrati regionali si passa alla “costruzione della nazione”.

Il paese mesopotamico diventerà il primo campo dell’esperimento di ingegneria sociale dei neoconservatori, figlio di un’arroganza derivante dallo strapotere unipolare da “fine della storia”, di esportare democrazia e principi illuministi nel medioevo islamico.

Nell’illusione politologica che le affinità politico-istituzionali potessero trascendere i sedimentati vincoli geopolitici (storici, culturali, religiosi e identitari) e portare le popolazioni della regione – sovente maggioranze governate da minoranze etno-religiose – dalla parte degli Usa, liberatori da una opprimente tirannia patriarcale.

Così, l’abbattimento del regime sunnita di Saddam, rimpiazzato da un governo sciita, avrebbe dovuto indurre la grande maggioranza degli iracheni, quasi per il 70% composta da sciiti, a sottrarsi alla millenaria influenza imperiale persiana per sposare quella americana, che vi avrebbe artificialmente impiantato un modello politico rappresentativo rispettoso della sovrana indipendenza del popolo iracheno.

Ma la patina ideologica neocon celava la reale motivazione tattica dell’intervento statunitense in Iraq. Pensato per colpire indirettamente l’Arabia Saudita, ritenuta responsabile morale del 9/11.

Non potendo invadere il suolo più ricco al mondo di idrocarburi e tenutario dei luoghi sacri dell’Islam (Mecca e Medina), per non scivolare nella trappola dello scontro di civiltà perseguito da al Qaeda, gli strateghi americani decidono di eliminarne il cuscinetto territoriale – l’Iraq baathista sunnita per l’appunto – che separava Riyadh dall’arcinemico persiano sciita (la Repubblica Islamica d’Iran), incrinando la sicurezza strategica della petromonarchia araba.

Con il petrolio come strumento e non fine ultimo della contorta operazione.

La ricchezza di idrocarburi di un Iraq “democratico” sarebbe stata funzionale a ridurre parzialmente la dipendenza energetica degli Usa da Riyadh.

Ma perché punire i sauditi? 

Per la loro partecipazione indiretta all’11 settembre. 15 attentatori su 19 della cellula qaedista protagonista del complotto terroristico avevano passaporto saudita (il capo della cellula, Mohammed Atta era invece egiziano).

Lo stesso Bin Laden era un saudita-yemenita, la cui famiglia proveniva da Gedda. Soprattutto, nel corso degli anni i servizi segreti sauditi, guidati dal principe Turkī bin Fayṣal Āl Saʿūd (che verrà destituito nell’ottobre 2001 proprio per la sua vicinanza alla famiglia Bin Laden), avevano finanziato al Qaeda affinché questa indirizzasse le proprie attività terroristiche al di fuori del regno dei Saud, considerati da Bin Laden e soci come apostati, traditori dell’Islam, perché succubi dell’Occidente e del “satana americano”.

Dunque, sovvenzionati per evitare che le lotte di potere tra i regnanti e l’opposizione “di stampo religioso-rigorista hanbalita fortemente critica nei confronti della politica di sostegno americana”, destabilizzassero la fragile architettura statuale familistica. 

Eterogenesi dei fini

A posteriori il bilancio strategico della guerra preventiva globale al terrore si rivelerà fallimentare. All’enorme sperperodi tempo e risorse economiche – stimate in oltre 6 trilioni di dollari – si aggiunge la destabilizzazione della già caotica area mediorientale.

L’implosione delle strutture istituzionali irachene darà vita ad uno “Stato fallito” nel cuore del Medio Oriente. Un vuoto che favorirà l’ascesa di Islamic State e la sua pretesa di edificare un califfato islamico tra Siria e Levante, di esportare il jihad in concorrenza diretta con l’altra organizzazione in franchising del terrorismo islamista internazionale, al Qaeda, la cui indebolita posizione resta il maggior successo conseguito dagli Usa in 20 anni di guerra

Ma il vero vincitore del conflitto iracheno sarà l’Iran che profitterà del regalo americano inglobando il governo sciita iracheno nel suo corridoio imperiale teso da Teheran a Beirut, via Baghdad e Damasco.

La Seconda guerra del Golfo (2003-2011) contribuirà a catalizzare la fatica imperiale della classe media americana. Concederà alla Cina oltre un decennio di indisturbata e silenziosa crescita economica, tecnologica e militare. Segnerà l’incipit del raffreddamento dei rapporti tra Usa e Russia e della crisi di legittimità del potere americano nei confronti dei satelliti euro-occidentali, figlia della caduta dell’Unione Sovietica che ha restituito alle cancellerie del Vecchio Continente la percezione di poter recuperare parte della sovranità perduta dopo la lunga “guerra civile europea” (1914-1919; 1939-1945).


[1] Tra i più influenti vanno ricordati il potente vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, Richard Perle, John Bolton e David Frum, speechwriter di Bush ed inventore dell’espressione “Asse del Male” (formato da Iran, Iraq e Corea del Nord), pronunciata per la prima volta da Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2002, per catalogare gli “Stati canaglia” accusati di supportare il terrorismo e perseguire lo sviluppo di armi di distruzione di massa (WMD).

[2] Bolton verrà silurato da Trump nel settembre 2019, accusato dal Commander-in-Chief  di aver tentato di trascinare il paese in guerra con Teheran e Pyongyang

[3] Il dato non include i soldati Usa uccisi in teatri di guerra come Iraq e Afghanistan. Con essi il numero sale a più di 7.000 vittime e 30.000 suicidi tra i militari Usa.

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