IL KAZAKHSTAN, TRA CRISI E DIRITTI UMANI

La Korea del Nord e la Cina vantano un primato assoluto in termini di repressione delle libertà di espressione, di stampa e digitale, ma anche i vicini paesi post-sovietici dell’Asia Centrale non rimangono indietro nella classifica: basti pensare al Turkmenistan, dove lo scorso anno la parola ‘coronavirus’ è stata vietata

In paesi come il Kazakhstan, nel tentativo governativo di migliorare la propria immagine a livello internazionale, le notizie e le fonti ufficiali tendono ad essere manipolate e controllate ben da vicino. Questo crea un ampio divario tra la realtà dei fatti – percepita generalmente dalla popolazione a livello locale, e quanto raccontato secondo la narrativa prescelta dal governo. 

Anche nel caso della crisi pandemica Covid-19, che da ormai più di un anno sta alimentando una profonda crisi socio-economica a livello globale, all’inizio il Kazakhstan ha cercato in tutti i modi di nascondere i dati e i numeri dei contagiati, sostenendo che il paese con il più lungo confine con la Cina non avesse ancora individuato un caso positivo.

Tuttavia, ieri 8 luglio 2021, “Kazakhstan recorded 2,711 new cases of coronavirus infection”, secondo il Ministero della salute, per un totale di 442 291 casi. In totale sono morte quasi 4500 persone, che lo scorso anno si sono accompagnate anche da ben 3500 morti dovute ad una forte polmonite non riconducibile al Covid.

Sicuramente, a ridurre la diffusione del virus hanno contribuito le stringenti misure adottate dal governo, con chiusure e coprifuoco diffusi nelle varie provincie kazake. Tuttavia, “Since the outbreak of the coronavirus, Kazakhstan has, like most countries in the world, lurched from one flat-footed response to another. The dubious quality of its data makes it likely that the real fall-out of the spread of the coronavirus is still not properly understood”.

Inoltre, il paese ha iniziato anche la produzione del proprio vaccino, QazVac, così come altri paesi di dimensioni sociali ed economiche significative, come la Russia, la Cina e gli Stati Uniti. La campagna di distribuzione e vaccinale ha dunque avuto inizio nel paese verso la fine di aprile, con la prospettiva che “Kazakhstan’s vaccine had 100% efficacy in the first stage of clinical trials and 96% efficacy in the second stage of clinical trials”.

Il paese ha inoltre introdotto l’obbligo di vaccino per persone che lavorano in team superiori alle 20 persone, dopo la significativa ondata di casi legati alla variante Delta che ha fatto rientrare Almaty, la città più popolosa, in zona rossa alla fine di giugno.

Inoltre, da giugno QazVac ha ottenuto la possibilità di essere diffuso tra i paesi dell’OCI, l’Organizzazione di Cooperazione Islamica, ma rimane tuttavia in attesa dell’approvazione da parte della World Health Organization (WHO).

Il presidente Tokayev, rispetto alla distribuzione e alla collaborazione in tema di vaccini e ricerca scientifica con l’OCI, ha inoltre affermato: “We share a common understanding that the Islamic world has significant scientific potential. However, we need to invest more in human capital and especially high-quality education, and it is vitally important to strengthen and develop our scientific cooperation”. 

Questa azione può essere ampiamente letta come una strategia di promozione delle eccellenze scientifiche e delle competenze avanzate della ricerca in Kazakhstan.

Accanto alla crisi pandemica, Tokayev ha anche proceduto firmando la nuova strategia di sicurezza nazionale del paese. Il legame con il Covid rientra nel fatto che il paese si è trovato circondato da diverse crisi nel medesimo periodo – o che comunque, sono perdurate più del previsto. L’estate, inoltre, rappresenta un momento critico per i paesi dell’Asia Centrale, dove le risorse idriche costituiscono uno dei beni più preziosi. 

Per questo motivo, il Kazakhstan ha raggiunto un accordo a riguardo con il Tajikistan, “to divert 315 million cubic meters from its Bahri Tojik reservoir, thereby supplying its neighbor to the north with crucial irrigation water in the hot months of summer”.  In aggiunta, durante lo scorso anno si è decisamente inasprito il discontento generale nei confronti dell’apparato governativo, manifestatosi in modo evidente subito dopo le dimissioni di Nazarbayev nel 2019.

Quest’ultimo, nonostante non sia più il “primo presidente” kazako, mantiene tuttavia poteri molto forti e una grande influenza nelle alte sfere governative e a livello internazionale, limitando ampiamente il raggio di azione del suo successore Tokayev.

Proprio per questo motivo, viene visto con qualche riserva l’ultimo decreto firmato dall’attuale presidente kazako, in materia di diritti umani (intitolato “Su ulteriori misure della Repubblica del Kazakhstan nel campo dei diritti umani”). Con questo documento, viene promulgato un piano d’azione che mira al miglioramento della tutela dei diritti umani, contro la discriminazione sulle donne, implementare la libertà di espressione e l’inclusione sociale e urbana, interagendo maggiormente anche con le associazioni non governative; infine, la prevenzione della tortura. 

Se da una parte sembra uno sviluppo ampiamente positivo per il paese, dall’altra risulta ancora impossibile non domandarsi quanto queste azioni di apertura agli organismi internazionali, adeguandosi ai trattati delle Nazioni Unite, non sia un’azione più di miglioramento del brand ‘Kazakhstan’ che un passo vero verso l’adozione dei diritti dell’uomo.

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