BIDEN E IL NODO HAITI

Dopo l’omicidio del Presidente Moïse, ad Haiti è scoppiato il caos. Biden si trova davanti ad un bivio: intervenire militarmente nel Paese o assistere alla crisi da spettatore. Qualsiasi direzione deciderà di percorrere, avrà un caro prezzo per gli Stati Uniti. 

Mercoledì 7 luglio 2021 il presidente di Haiti, Jovenel Moïse, è stato assassinato nella sua casa di Port-au-Prince nel corso di un assalto armato. Dopo l’attentato, Haiti ha chiesto il supporto militare agli Stati Uniti. Biden, davanti a questa richiesta, dovrà prendere una decisione importante: inviare le truppe, nonostante stia cercando di ridurre gli sforzi all’estero, o astenersi dal qualsiasi coinvolgimento.

Indubbiamente, il caos che si sta diffondendo con grande rapidità nell’isola, rischia di generare, in breve tempo, un esodo di rifugiati che in larga parte potrebbero rivolgersi agli Stati Uniti. Fino ad oggi Washington ha espresso cautela su qualsiasi dispiegamento militare ad Haiti.

L’amministrazione ha garantito l’invio dell’FBI e dell’Homeland Security per assistere le indagini sull’omicidio Moïse, impegno che, però, non soddisfa le ultime richieste degli haitiani.

“Siamo consapevoli della richiesta e la stiamo analizzando”, ha dichiarato John F. Kirby, portavoce del Pentagono. Le necessità manifestate agli Stati Uniti sono state ampie e poco specifiche, vaghezza che per Biden rappresa un aiuto: decidere chi inviare, come e quando. 

Il problema principale, però, è rappresentato dal fatto che Biden aveva promesso di consolidare la presenza militare americana all’estero, ma di non estenderla in alcun modo.

La richiesta è arrivata da Haiti poche ore dopo che il Presidente si era espresso in merito al ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan: cambiare idea per il caso della vicina isola, potrebbe costargli molto in termini di credibilità.

Di contro, l’omicidio di Moïse e l’impreparazione delle forze dell’ordine haitiane, hanno dimostrato agli Stati Uniti come il loro dispiegamento di risorse nella formazione del personale locale, non sia affatto stato sufficiente. Permane il mistero sull’omicidio del Presidente: le autorità hanno arrestato 20 persone, quasi tutti ex soldati colombiani, ma non hanno ancora chiarito le dinamiche.

Haiti è ormai un Paese pervaso dalla povertà e da uno scontro tra bande che ha innalzato il livello di violenza in modo esponenziale negli ultimi mesi. 

Le precarie condizioni economiche, unite al caos degli ultimi giorni, non sembrano nella direzione di rientrare, e sempre più sfollati potrebbero riversarsi sulle coste della Florida, in un Paese già alle prese con la difficile gestione dei migranti provenienti dal Messico. Intanto, il Primo Ministro ad interim e un gruppo di senatori, si contendono la gestione di Haiti senza grandi risultati.

L’ultimo significativo intervento statunitense nel Paese, fu quello successivo al devastante terremoto del 2010, e da lì molto cambiò nel legame tra i due Stati, che andò via via fortificando (questione che mette ancor più in difficoltà l’amministrazione americana). Certo è che esiste una grande differenza tra l’invio di truppe per un disastro naturale e quello per questioni legate a problemi di instabilità politica interna.

 “Gli Stati Uniti devono rivolgersi alle Nazioni Unite o a una coalizione di nazioni latinoamericane per una forza di stabilità”, ha affermato James G. Stavridis, già capo del comando meridionale del Pentagono. Anche molti haitiani non concordano con il loro governo sulla necessità di richiedere l’intervento statunitense.

Per decenni gli Stati Uniti hanno cercato di assistere Haiti con il “Core Group”, un gruppo di ambasciatori e inviati delle principali nazioni occidentali e di organismi internazionali. Ma le missioni multinazionali espongono anche ad alcuni rischi: le forze di pace delle Nazioni Unite, presenti ad Haiti dal 2004 al 2017, hanno portato il colera e sono state tacciate di aver commesso stupri e abusi sessuali.

Allo stesso tempo, Biden potrebbe dover fronteggiare un numero sempre crescente di richieste di intervento, soprattutto se la situazione politica dovesse ulteriormente peggiorare.

Le comunità di haitiani che vivono negli Stati Uniti, composte da circa 1 milione di persone, iniziano ad aumentare le pressioni affinché il governo intervenga.

Dal 2010, circa 56.000 haitiani hanno usufruito del programma Temporary Protected Status per risiedere negli Stati Uniti. Il Dipartimento dell’Homeland Security ha recentemente esteso il TPS, citando “gravi problemi di sicurezza, disordini sociali, aumento delle violazioni dei diritti umani, povertà paralizzante e mancanza di risorse di base, che sono esacerbati dalla pandemia di Covid-19”, come motivazioni.

Biden, se per ora appare restio all’autorizzazione di interventi militari, rischia di dover gestire una questione ben più complessa per gli Stati Uniti: quella di un’ondata incontenibile di rifugiati, che potrebbe obbligarlo, in un secondo momento e in una situazione ben più complessa che peggiora di giorno in giorno, ad un intervento militare ed umanitario costoso ed impegnativo, soprattutto in termini politici.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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