DONALD RUMSFELD, L’AMERICA “SCATENATA” E LA GRANDE ILLUSIONE DELLA SUPERPOTENZA SOLITARIA

La morte di Donald Henry Rumsfeld porta via con sé uno dei personaggi simbolo di quell’America “unbound” che nel suo apogeo imperiale, giunta alle massime vette del potere egemonico, in piena hybris unipolare, alla ricerca di una nuova causa messianica per cui battersi, aveva sognato di costruire un mondo a propria immagine e somiglianza

1. Nato a Chicago (Illinois) nel 1932, originario del Midwest, di chiara ascendenza tedesca (il nonno nacque a Brema) e di fede protestante, ex pilota della Us Navy, ex ambasciatore Usa alla Nato, Rumsfeld è stato il più giovane e il più anziano Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, servendo in questa posizione per due amministrazioni repubblicane, quella di Gerald Ford (dal 1975 al 1977) e quella di George Walker Bush (dal 2001 al 2006). 

Pur non essendo di formazione neoconservatrice, nel 1997 fu tra i fondatori del think tank Project for the New American Century (PNAC). Pensatoio neoconservatore che nel 2000 pubblicherà il rapporto “Ricostruire le difese dell’America”, dove si sosteneva la necessità di rafforzare l’assoluta superiorità delle Forze Armate Usa per garantire la difesa della patria dalle minacce ubique, diffuse ed invisibili del 21° secolo. Il PNAC ispirerà la dottrina imperialista dell’“Agenda per la libertà” dell’amministrazione Bush, incentrata sull’attiva e marziale promozione “in ogni angolo del mondo” di democrazia, libero scambio, stato di diritto, tolleranza religiosa e diritti umani. Finalizzata a mascherare la militarizzazione della Great Strategy americana e l’incredibile progetto neocon di ridefinizione della mappa geostrategica del Grande Medio Oriente che, attraverso un effetto domino di regime changes, a partire dall’Iraq, avrebbe dovuto decapitare “regimi canaglia” ispiratori, finanziatori e fiancheggiatori del terrorismo jihadista.

2Insieme al vice-presidente Dick Cheney, Rumsfeld sarà accusato di essere tra i mandanti dei rapporti d’intelligence finalizzati a giustificare l’invasione dell’Iraq, dimostrando una trama, già predeterminata all’indomani dell’11 settembre, che collegava direttamente, lungo un sottile filo rosso, gli attentati dell’11 settembre 2001, al Qaeda e Saddam Hussein. Tesi esplicitata nei celeberrimi speechs del presidente Bush sullo Stato dell’Unione (gennaio 2003) e del Segretario di Stato Colin Powell alle Nazioni Unite nel febbraio 2003, nei quali il regime baathista veniva accusato di aver cercato di acquistare uranio dal Niger, di disporre di armi di distruzione di massa (WMD) chimiche e batteriologiche e di programmi nucleari a fini militari, di avere legami diretti con i qaedisti. Nonostante i report degli ispettori dell’ONU che, tra 2002 e 2003, segnalavano l’assenza di prove sul possesso delle WMD da parte del regime di Saddam. Nonostante quest’ultimo fosse tutt’altro che fondamentalista sul piano religioso[1], disprezzato dallo stesso Osama Bin Laden.

Sarà proprio Rumsfeld ad attribuire copertura dialettico-filosofica ai rapporti dell’  Intelligence a stelle e strisce nel suo più famoso discorso. Quello sui known unknowns, dove Rumsfeld spiegava che l’assenza della prova di un evento non è prova della sua inesistenza. Perché esistono tre categorie di conoscenza. “Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono incognite conosciute. Vale a dire che ci sono cose che ora sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche incognite sconosciute. Ci sono cose che non sappiamo di non sapere. Quindi, quando facciamo il nostro meglio e mettiamo insieme tutte queste informazioni, possiamo dire (…) che in realtà esistono solo le cose conosciute e le incognite conosciute. E ogni anno scopriamo qualcosa in più di quelle incognite sconosciute”. 

3. Rumsfeld sarà un  protagonista di primo piano di quella che è stata definita la “rivoluzione di Bush nella politica estera” americana, basata su due cardini:

  • massima libertà d’azione per la superpotenza che trascende i vincoli di alleanze multilaterali ed istituzioni internazionali, viste come limiti alla sovranità universale dell’iperpotenza americana; 
  • revisione dello status quo, anche attraverso l’attacco preventivo, perché la “migliore difesa è un buon attacco” sosteneva Rumsfeld. Ricorrendo allo strapotere militare americano per abbattere minacce imminenti o anche solo potenziali alla sicurezza nazionale, accettando il pericolo di provocare instabilità, disordine e guerra.

Rumsfeld pensava infatti che il caos fosse connaturato ai processi rivoluzionari che avrebbero dovuto condurre alla caduta dei regimi dittatoriali e alla libertà degli autoctoni mediorientali. Tramite la diffusione di democrazia e diritti umani in contesti ad essi alieni, con l’obiettivo ultimo di contribuire alla nascita di un ordine regionale “kantiano” pacificato, privo di safe heavens per jihadisti. Habitat di sicurezza ideale per l’America. Grande sostenitore del regime change, Rumsfeld rifuggiva però dalle campagne militari “boots on the ground” e di nation building. La caduta di Saddam Hussein in meno di due mesi dall’inizio dell’invasione dell’Iraq (marzo-maggio 2003) significava “mission accomplished”.

4. Famosi i suoi scontri con gli apparati federali. Da capo del Pentagono, Rumsfeld si scagliò più volte contro quei processi burocratici e quell’uniformità di pensiero che a suo dire ostacolavano l’innovazione e la modernizzazione politica e tecnologica delle Forze Armate americane in parallelo alla rivoluzione di Internet. In un discorso tenuto alla vigilia dell’11 settembre 2001, Rumsfeld arrivò ad identificare nella burocrazia del Pentagono la “più seria minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti d’America (…) che governa dettando piani quinquennali, da un’unica capitale, tenta di imporre le sue richieste attraverso fusi orari, continenti, oceani e oltre e con brutale coerenza, soffoca il libero pensiero e schiaccia le nuove idee”.

Secondo Rumsfeld, la rivoluzione negli affari militari (RMA) richiedeva il passaggio da una pianificazione strategica di difesa “basata sulle minacce” ad una “basata sulle capacità”, sviluppando adeguati strumenti di deterrenza, quali robuste difese missilistiche, spaziali e cibernetiche. Rumsfeld fu grande sponsor della dottrina militare della Network centric warfare (Ncw), sviluppata alla fine del XX secolo dal viceammiraglio Arthur Cebrowski e dall’ufficiale dell’Aviazione John Garstka. La Ncw teorizzava, da un lato, l’applicazione al dominio militare delle potenzialità delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione (ict) per abilitare l’interconnessione in tempo reale dei dati e tra le unità dei vari Servizi (Esercito, Marina, Aeronautica, Marines) e sviluppare capacità di combattimento congiunto interforze. 

Dall’altro, l’applicazione di un’organizzazione di stampo aziendale agli affari militari per un esercito più veloce, leggero ed efficiente che avrebbe dovuto “garantire massima precisione negli attacchi” e trasformare “la guerra in un fenomeno maggiormente etico”. Asettico. Riducendo la necessità di grandi contingenti di terra, puntando su piccoli gruppi di forze speciali e sull’assoluta americana superiorità tecnologica e di intelligence (proiezione aeronavale a lungo raggio, armi guidate di precisione, satelliti), riducendo così l’errore umano e il numero di perdite tra le proprie fila.

La Ncw troverà applicazione nelle prime fasi delle guerre d’Afghanistan e d’Iraq. Ma finirà vittima della resistenza talebana[2] e della guerra civile tra sunniti e sciiti iracheni. Contribuendo, secondo i suoi critici, alla débâcle nella gestione politica dei due conflitti dovuta, secondo David Petraeus e Stanley McChrystal, massimi teorici della counterinsurgency che sostituirà sul campo la Ncw, alla sottovalutazione dell’elemento strategico e dello specifico contesto geografico, storico e culturale.

5. Da Segretario alla Difesa, Rumsfeld sarà un grande sponsor del più grande allargamento ad est della Nato per includervi Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia (2004). Gli ex satelliti sovietici che definirà, con l’aggiunta della Polonia, come la “Nuova Europa”. Quella russofoba utile a separare fisicamente qualsiasi tentativo di avvicinamento russo-tedesco. Quella immersa nella storia, da contrappore alla post-storica “Vecchia Europa” raffigurata nel duo franco-tedesco, che nel 2003 si era opposta all’operazione Iraqi Freedom condotta dalla “coalizione dei volenterosi” a guida americana, con britannici e polacchi a bordo. Sostanziale applicazione della massima rumsfeldiana per cui è “la missione a determinare la coalizione, non la coalizione a determinare la missione”.

6. L’esperimento sociale dell’esportazione della democrazia e quello geopolitico di americanizzazione del pianeta, propugnata dagli internazionalisti liberali, estremizzata dai neocon, si riveleranno un fallimento. Dal 2005, la diffusione della democrazia nel pianeta si trasforma in sua regressione (vedi mappa in fondo). Interpretata dalle locali popolazioni come una forma di neo-colonialismo, l’occupazione dell’altrui territorio andava scontrandosi con la storia, le tradizioni e le identità nazionali e culturali di popoli e collettività appartenenti ad altre civiltà. Portatrici di visioni del mondo e di costrutti valoriali diversi da quelli occidentali. Generando quella che il politologo John J. Mearsheimer definirà la “grande delusione” dell’egemonia liberale. Gli americani scoprivano l’illusione che li aveva guidati nei due decenni successivi al trionfo nella Guerra Fredda. Il riemergere di grandi potenze intente a sfidare la posizione dell’egemone globale manifestava il ritorno alla normalità. Alla storia intesa come continua dialettica, segnata dalla competizione geopolitica tra potenze per l’acquisizione di risorse, influenza, ricchezza e gloria.


[1] Saddam era su posizioni laiche e il suo governo garantiva una certa tolleranza religiosa, tant’è che il numero due del regime, Tarek Aziz, era un cristiano caldeo, fedele della Chiesa di Roma.

[2] A partire dal 2006, i Talebani lanciarono una controffensiva insurrezionalista nel sud e nell’est dell’Afghanistan, arrivando ad acquisire il controllo di oltre la metà del paese. Costringendo il riluttante Barack Obama ad ordinare diverse ondate di decine di migliaia di soldati tra 2009 e 2010, per scongiurare lo sprofondamento del paese in una “spirale di morte

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