L’UNIONE EUROPEA SI FERMA A LESBO

Le degradanti condizioni dei campi profughi presenti sull’Isola di Lesbo e i respingimenti illegali in mare mettono in risalto, per l’ennesima volta, l’inefficienza in materia migratoria dell’Unione Europea.

Nell’Europa dei diritti e delle garanzie, terra promessa per migliaia di migranti che fuggono da guerre e carestie, esistono situazioni che mettono in risalto l’inefficienza delle politiche migratorie attuate fino ad ora, mirate a creare un’accoglienza temporanea piuttosto che l’auspicata – e auspicabile – vera e propria integrazione. Parlare di Lesbo, a Bruxelles, è considerato un tabù: se ne discute indirettamente, arrivando a manifestazioni di impegno da parte dei Paesi membri, ma si ignorano le continue violazioni in una zona che è diventata un inferno per i migranti che vi alloggiano. 

La parte settentrionale dell’Isola di Lesbo dista 9 km dalle coste turche. È, a tutti gli effetti, uno dei primi avamposti per l’ingresso nell’UE, essendo, essa stessa, all’interno del territorio greco. Il succo della questione ruota proprio attorno alla posizione geografica dell’isola che attrae migliaia di sbarchi ogni anno (e quindi di richiedenti asilo), tanto che, nel 2015, si è creato il campo profughi di Moria che in breve tempo è diventato il più grande d’Europa, sia per dimensioni che per persone presenti.

I numeri danno il senso della questione: a febbraio 2020, nell’hotspot vi erano 20 mila migranti, a fronte di una capienza massima di 3500, in attesa dell’esame della richiesta d’asilo – che può durare addirittura anni – generando un sovraffollamento che, inevitabilmente, ha reso necessario l’allestimento di tende da campo anche al di fuori della struttura stessa.

La situazione sembrava potesse cambiare, evolversi, dopo l’incendio scoppiato nel settembre scorso che accese un faro sulle condizioni disumane in cui versavano 12 mila richiedenti asilo al suo interno. Il tutto cadde nel dimenticatoio e 4 chilometri più in là di Mytilene, a Mavrovouni, nacque il Moria 2.0, meno isolato, si, ma con le solite liste d’attesa infinite, il solito sovraffollamento e le solite condizioni degradanti.

Ad oggi sono presenti 6500 migranti suddivisi per luogo d’origine, i quali hanno dato vita a piccole comunità di afghani, siriani, iracheni, congolesi, camerunensi, somali e iraniani. Le condizioni delle tende sono al limite dell’umana sopportazione, con fogne a cielo aperto. 

Tutto ciò succede sotto il controllo del governo greco, le cui forze dell’ordine presidiano giorno e notte ogni area del campo. Con la pandemia, ai migranti non è concesso di spostarsi, rendendo la situazione potenzialmente “esplosiva”, come riferitodal governatore delle Isole del Mar Egeo settentrionale Konstantinos Mutsuris.

L’Unione Europea sta alla finestra, guardandosi dal prendere posizioni in merito: le motivazioni sono semplici e racchiudono dinamiche geopolitiche di estrema importanza, quali gli accordi con la Turchia stipulati nel 2016 e i sospetti di respingimento da parte delle autorità greche. 

Riguardo la prima questione, nell’ultimo consiglio europeo di fine giugno l’Unione Europea ha stanziato altri 3 miliardi di euro in favore della Turchia fino a fine 2024 per “prevenire i flussi di migrazione irregolare verso l’UE in uno spirito di condivisione degli oneri, applicando misure che portino al rimpatrio in Turchia di tutti coloro giunti ​​in Grecia illegalmente e/o la cui domanda di asilo fosse giudicata inammissibile o infondata”.

Un accordo malsano con un Paese che, da sempre, apre e chiude il rubinetto dei flussi migratori a suo piacimento, come testimoniano i recenti avvenimenti in cui lo stesso Erdogan ha ripetutamente accusato l’Unione Europea di non averlo supportato abbastanza nella gestione dei migranti siriani. 

Anche sulla situazione in cui versano gli stessi nel territorio turco, che l’Unione Europa incentiva, bisogna aprire una parentesi: già a maggio 2017, in una inchiesta de l’Espresso, si sottolineavano le condizioni alienanti dei siriani in Turchia, ridotti in schiavitù e ammassati in baracche di periferia.

Da qui i molteplici tentativi di fuga verso il confine ellenico o verso l’area balcanica. Attualmente i siriani presenti nel territorio turco sono circa 4 milioni: essi non possono lasciare il luogo di residenza accertata e non hanno pieno accesso al mercato del lavoro, vivendo in condizioni di marginalità e di precarietà abitativa.

Il tutto aggravato dalla crisi dovuta al Covid-19, che ha peggiorato le condizioni economiche e sociali oltre che rinvigorito il sentimento razzista e xenofobo nella popolazione turca. 

Per quanto riguarda i respingimenti sulle coste di Lesbo ad opera delle autorità greche, invece, si tratta di vere e proprie violazioni del diritto di asilo. Non è difficile collegare la riduzione drastica degli sbarchi sull’Isola, ad oggi dell’80% rispetto al 2020, con i fenomeni di respingimento illegale di cui sono accusate le autorità greche.

Aegean Boat Report ha raccoltomigliaia di testimonianze degli oltre 491 respingimenti da Marzo 2020 per un totale di circa 15 mila migranti, racchiuse in materiali videografici che testimoniano come la Guardia Costiera greca stia adottando pratiche di rimpatrio illegittimo. Migliaia sono state anche le segnalazioni inviate a Bruxelles riguardo queste violazioni, ma ripetutamente ignorate se non con prese di posizione sommarie e sbrigative. 

Allo stato dei fatti, quindi, chi parte dalle coste turche per raggiungere l’Europa o viene respinto, rischiando la vita su zattere di fortuna e senza nessuna garanzia di rimpatrio sicuro, o viene accolto sull’Isola in condizioni terribili, disumane e inaccettabili, con ripetute infrazioni dei diritti umani. 

È necessaria, ora più che mai, una posizione forte da parte dell’Unione Europea, che non sia l’ennesimo finanziamento miliardario alla Turchia, ma mirata ad effettuare controlli costanti sulle frontiere marittime, magari non affidati agli Stati di confine, scarsamente interessati all’accoglienza dei migranti vista la conseguente scarsa volontà redistributiva dei Paesi membri; e, in secondo piano, una normalizzazione dell’accoglienza sull’Isola, con un miglioramento dei campi per i rifugiati. 

A Lesbo, i valori, la cultura, i principi che hanno ispirato i costituenti europei stanno lentamente morendo. 

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