DOVERE DI DILIGENZA PER DANNI AMBIENTALI E VIOLAZIONI DIRITTI UMANI IN UE

La globalizzazione dell’attività economica ha aggravato l’incidenza degli impatti negativi delle attività aziendali sui diritti umani, in particolare sui diritti sociali e del lavoro, e sull’ambiente. In questo contesto, sembra essere fondamentale sviluppare regole sull’approvvigionamento responsabile e il dovere di diligenza delle imprese nell’intera catena del valore, in quanto molte violazioni si verificano nell’approvvigionamento di materie prime o nella produzione delocalizzata.

Nelle nostre economie globalizzate, le imprese collaborano in diversi Paesi e con diversi fornitori per fabbricare prodotti ed erogare servizi. Le catene di approvvigionamento e distribuzione sono sempre più complesse ed è difficile controllare quale impatto abbiano, positivo o negativo, sulle persone e sull’ambiente.

Il dovere di diligenza, secondo le linee guida OCSE, si caratterizza dei processi attraverso i quali le imprese individuano, prevengono, attenuano e tengono conto del modo in cui affrontano gli impatti negativi, effettivi e potenziali, delle loro attività. Il dovere di diligenza applicato alla catena di approvvigionamento è un processo tramite il quale le imprese controllano e gestiscono gli acquisti e le vendite, con lo scopo di non contribuire a conflitti o ai relativi impatti negativi.

Gli strumenti esistenti a livello internazionale presentano il grande limite di non essere vincolanti ma su base volontaria. Finora l’UE ha adottato quadri obbligatori sulla dovuta diligenza solo per settori specifici, come il regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio per gli operatori che commercializzano legno e prodotti da esso derivati nel mercato interno[1] e il regolamento che stabilisce obblighi in materia di dovere di diligenza nella catena di approvvigionamento per gli importatori dell’Unione di stagno, tantalio e tungsteno, dei loro minerali, e di oro, originari di zone di conflitto o ad alto rischio[2].

In aggiunta, a causa del carattere di volontarietà di adesione ai pochi strumenti esistenti, le legislazioni nazionali degli Stati membri in materia non sono uniformi: ciò non garantisce la parità di condizioni per le imprese che operano nell’Unione e provoca squilibri a livello di concorrenza leale. Alla luce di quanto delineato, è apparso necessario supplire la mancanza di un approccio comune con la previsione di una normativa europea chiara e definita sul dovere di diligenza delle imprese.

Nella recente risoluzione del marzo 2021, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione a presentare una proposta legislativa vincolante affinché le aziende europee stabiliscano e forniscano prove, attraverso l’esercizio del dovere di diligenza, del fatto che i prodotti da loro immessi sul mercato interno siano conformi ai criteri relativi all’ambiente e ai diritti umani. Per rafforzare tale strategia, potrebbero essere introdotte anche di misure complementari concrete, quali il divieto di importazione di prodotti legati a gravi violazioni dei diritti umani, come il lavoro forzato o il lavoro minorile. In questo modo, gli obblighi in materia di dovere di diligenza diventerebbero una conditio sine qua non accedere al mercato interno.

Questione di prospettive

Sono poche le imprese che rispettano ha volontariamente l’obbligo di dovuta dell’agenza: secondo uno studio della Commissione sono solo il 37%. Senza obblighi legali chiari e completi da seguire in materia di diligenza, permane il fatto che l’interesse economico, anche di fronte a violazioni acclarate, ricopre un’importanza maggiore rispetto a valori umani, sociali e di diligenza.

Le violazioni dei diritti umani – lavoro minorile, violenza sessuale, scomparsa di persone, trasferimento forzato e distruzione di luoghi di rilevanza spirituale o culturale – e della tutela ambientale possono compromettere la credibilità delle aziende che, attraverso le catene di approvvigionamento, concorrono ad alimentare le violazioni in un circolo vizioso senza fine.

Essere direttamente o indirettamente legati a queste situazioni può recare danni all’immagine delle aziende, in termini di stigma e credibilità, ancor prima di subire sanzioni o reclami per aver disatteso normative a livello nazionale o internazionale. In particolare, nel complesso rapporto tra produttore e consumatore è diventato fondamentale oggi per le aziende evitare effetti negativi sulla loro immagine. Una dimostrazione di ciò è costituito dalle continue pretese dei consumatori di informazioni su quanto le imprese siano trasparenti sul loro operato e su come contribuiscono a costruire un futuro sostenibile.

Il Parlamento europeo, attraverso l’armonizzazione della legislazione europea, sembra voler evitare l’esistenza di collegamenti diretti o indiretti tra le aziende europee e le violazioni di diritti umani e della tutela ambientale attraverso le immissioni di prodotti nel marcato unico di prodotti ottenuti tramite lavoro minorile o lavoro forzato o a scapito dell’ambiente e della salute umana, anche perché verrebbe meno la credibilità delle sue strategie volte al rispetto dell’ambiente, dei diritti umani, della democrazia, dello stato di diritto su cui l’intero sistema europeo si fonda. Non meno importante è il fatto che abbia proposto di prevedere un meccanismo di reclamo attivabile dai “portatori di interesse” – individui, gruppi di individui o organizzazioni – lesi dalle attività economiche messe in atto dalla imprese, in violazione del loro dovere di diligenza.

Verso strumenti di tutela?

Il salto qualitativo proposto dal Parlamento europeo consta di due elementi: l’introduzione nel diritto europeo di una legislazione chiara, ben definita e vincolante sul dovere di diligenza e responsabilità delle imprese per danni ambientali e violazioni dei diritti umani e l’introduzione di un meccanismo di reclamo nella prassi aziendale, supervisionato dagli Stati membri, volto alla tutela degli interessi e dei diritti dei portatori di interesse, attivabile anche da singoli individui.

Secondo la direttiva proposta nella risoluzione del 10 marzo del PE, le imprese dovrebbero prevedere un meccanismo per il trattamento dei reclami che permetta ai portatori di interesse, quali individui, gruppi di individui o organizzazioni i cui diritti sono stati lesi, di esprimere preoccupazioni circa l’esistenza di un impatto negativo potenziale o effettivo sui diritti umani, sull’ambiente sulla buona governance e ricevere risposte tempestive ed efficaci. 

La futura legislazione servirebbe a garantire non solo che le imprese possano essere ritenute responsabili degli impatti negativi sui diritti umani, sull’ambiente e sulla buona governance, ma anche che chiunque abbia subito un danno possa esercitare il diritto a un equo processo dinanzi a un giudice (nazionale) e il diritto di ottenere una riparazione in conformità della legislazione nazionale. Qualora l’impresa abbia causato, o contribuito a causare, un impatto negativo dovrà prevedere un processo di riparazione in collaborazione con i portatori di interesse lesi, per arrivare a una compensazione finanziaria, o non finanziaria, reintegro, scuse pubbliche, restituzione, riabilitazione o contributo alle indagini, nel tentativo di porre rimedio alla lesione commessa.

L’intento dovrebbe essere migliorare l’intera società europea, rendendola più trasparente nelle relazioni economiche tra aziende nazionali e transnazionali e consumatori, attraverso il dovere di diligenza esercitato dalle imprese e vigilato dagli Stati membri, e attenta alla buona governance, al rispetto dei diritti umani e ambientali, oltre a poter considerare responsabili delle violazioni di diritti individuali le singole imprese e poter accedere al diritto a un equo processo.

Sembrerebbe essere in atto un processo di riconversione degli interessi economici, fondamenta dell’intero sistema europeo, verso la sostenibilità e il rispetto dei diritti umani. L’Unione europea ha avviato un processo con il quale, da un lato, smetterà di guardare esclusivamente ai profitti economici e, dall’altro, darà maggiore valore ai propri principi costituenti. Profitti e diritti saranno i volti della stessa medaglia in un gioco integrativo costante, dove l’uno non può realizzarsi senza il soddisfacimento dell’altro.

L’adozione di una legislazione chiara e definita sul dovere di diligenza produrrà pressioni a livello politico ed economico sia sulle aziende europee che dovranno riadattare le loro strategie lungo l’intera catena del valore, per non rischiare sanzioni e multe, sia sulle aziende estere importatrici nel mercato unico, per non essere tagliate fuori. Tale strategia sembra mostrare quanto il rispetto dei diritti umani e la tutela dell’ambiente siano fondamentali per poter avere relazioni diplomatiche e commerciali con l’UE, le sue istituzioni, aziende e consumatori. 


[1] Cfr. Regolamento (UE) n. 995/2010 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 ottobre 2010.

[2] Cfr. Regolamento (UE) 2017/821 del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 maggio 2017.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS