LE DONNE AFRICANE COME VOLANO DI SVILUPPO. IL PROTOCOLLO DI MAPUTO E LE PROSPETTIVE FUTURE

Il percorso per il riconoscimento delle prerogative delle donne africane raggiunge il suo apice con l’adozione del Protocollo alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli sui diritti delle donne in Africa nel luglio 2003.

In vigore dal novembre del 2005, il Protocollo di Maputo (Mozambico) riconosce il ruolo cruciale della donna «nella preservazione dei valori africani basati sui principi di uguaglianza, pace, libertà, dignità, giustizia, solidarietà e democrazia».

Alla stregua della Convenzione ONU sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne del 1979 (CEDAW), l’articolo 2 fa espressamente divieto di operare discriminazioni nei confronti delle donne, ponendo degli obblighi a carico degli Stati parte: la rimozione di quelle pratiche nocive per la salute e il benessere della donna e la correzione di quelle che, de iure o de facto, continuano a discriminarle, basate sull’idea dell’inferiorità o superiorità dell’uno o dell’altro sesso o sulla stereotipizzazione dei ruoli uomo-donna.

L’articolo 5 del Protocollo condanna «toutes les formes de pratiques néfastes», incoraggiando gli Stati africani a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, a interdire con sanzioni tutte le forme di mutilazione genitale femminile, a fornire tutto il supporto e l’assistenza sanitaria, giuridica e giudiziaria e di consiglio necessari alle vittime.

Questa previsione ha un’efficacia del tutto autonoma, poiché per la prima volta in Africa si parla di “pratiche tradizionali lesive della dignità”. E in netto ritardo rispetto alla comunità internazionale e all’Europa: solo nel 2003 la Dichiarazione del Cairo per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili lancia l’approccio «globale» afro-arabo all’eliminazione e prevenzione delle MGF. 

Il contributo dei movimenti femministi emerge nelle previsioni legate ai diritti delle donne nel contesto familiare e coniugale: la donna ha il diritto di conservare il proprio nome, la nazionalità e trasmetterla ai figli se preferisce, nonché di gestire liberamente le proprietà e i beni acquisiti, e provvede, in parità con l’uomo, ai bisogni e agli interessi della famiglia. Gli Stati devono garantire parità di diritti uomo-donna a richiedere e ottenere, per via giudiziaria, la separazione, il divorzio o l’annullamento del matrimonio. 

Già la Carta africana dei diritti umani e dei popoli condannava ogni forma di discriminazione all’interno del ménagefamiliare, ma la tutela posta dal Protocollo di Maputo si arricchisce di contenuti nuovi: l’articolo 20 impone agli Stati l’obbligo di proteggere la vedova contro trattamenti disumani, umilianti e degradanti, mentre ad essa spetta la tutela e la cura dei figli in caso di decesso del marito e, soprattutto, la libertà di risposarsi con un uomo di sua libera scelta.

Il raggio d’azione del Protocollo si estende di gran lunga rispetto agli altri strumenti internazionali sotto il profilo della violenza contro le donne: andando ben oltre la CEDAW, il documento africano dispiega innanzitutto i suoi effetti nella sfera della vita pubblica, come scuole e luoghi di lavoro, contesti in cui gli Stati hanno il dovere di tutelare le donne da qualsiasi forma di abuso o violenza sessuale.

Per quanto riguarda la vita privata, inoltre, si pone l’attenzione sulla violenza domestica e in tal caso gli Stati sono sollecitati ad adottare misure legislative più stringenti. Nell’ambito dei conflitti armati, le donne hanno diritto ad essere protette nel rispetto del diritto internazionale umanitario, siano esse richiedenti asilo, rifugiate o sfollate, e alla difesa da forme di sfruttamento o violenza sessuale, genocidio e crimini di guerra. Quest’ultima previsione richiama inevitabilmente alla mente le esperienze passate, fra tutte, di Ruanda e Sierra Leone.

Il Protocollo impone altresì agli Stati di garantire alla donna il diritto alla salute, inclusa quella sessuale e quella “riproduttiva”: il diritto di controllare la propria fertilità e di decidere se avere figli; il libero ricorso a metodi contraccettivi; il diritto di proteggersi ed essere protetta contro ogni infezione da malattie sessualmente trasmissibili, inclusa l’HIV/AIDS;  ad essere informata sul proprio stato di salute e quello del partner. Infine, in linea di continuità con la CEDAW, garantisce l’educazione alla pianificazione familiare.

L’accento posto sul tema dell’istruzione costituisce il «filo d’oro del Protocollo», poiché l’articolo 12 elegge il contesto educativo a luogo privilegiato dove abbattere le discriminazioni e gli stereotipi di genere, nonché violenze e abusi, causa di alti tassi di abbandono tra le ragazze in età scolare.

In secondo luogo, l’articolo 17 statuisce che alle donne spetti il diritto di partecipare alla determinazione delle politiche culturali e che sia dovere degli Stati adottare tutte le misure necessarie a garantire l’esercizio di tale diritto. Si ritiene che il Protocollo raggiunga un equilibrio perfetto in tal senso poiché sancisce, da una parte, il ruolo positivo che la cultura può esercitare nella vita delle donne e, dall’altra, riconosce il contributo che le donne possono fornire nel momento in cui sono sollecitate a «plasmare la loro cultura».

Gli articoli da 15 a 19 del Protocollo racchiudono invece i diritti delle donne in chiave socioeconomica: gli Stati devono provvedere alla loro sicurezza alimentare garantendo l’accesso all’acqua potabile, alla terra, ai mezzi e ai combustibili domestici per la produzione alimentare, nonché alla previsione di sistemi adeguati di fornitura e di riserve alimentari in grado di soddisfare il fabbisogno della popolazione.

A queste garanzie si ricollegano il diritto ad una dimora adeguata e soprattutto ad un ambiente sano e sostenibile per le donne, ritenuto indispensabile per il progresso generale delle società africane. Gli Stati africani hanno l’obbligo, fra gli altri, di includere le donne nella pianificazione, gestione e preservazione dell’ambiente e dell’utilizzo delle risorse naturali a tutti i livelli e, soprattutto, di promuovere l’accesso delle donne al credito, al know how e ai servizi a livello urbano e rurale in modo da garantire ad esse una migliore qualità della vita e preservarle dagli effetti negativi della globalizzazione e delle politiche economiche e commerciali. 

Degne di nota sono altresì le previsioni speciali dedicate a categorie solitamente ignorate: donne anziane, disagiate o disabili. Gli Stati devono tener conto dei bisogni di queste persone e aver cura che non siano oggetto di discriminazione, volenza, abusi e sfruttamento sessuale e che siano trattate con dignità. 

Il Protocollo di Maputo ha fatto da apripista ad una serie di altre iniziative che fanno delle donne le protagoniste assolute delle politiche africane: la Gender Policy dell’UA del 2009 ha inaugurato un framework istituzionale fra gli organi dell’UA, le Regional Economic Communities (RECs) e gli Stati membri, allo scopo di promuovere un ambiente reattivo alle politiche di genere anche attraverso l’accelerazione dell’integrazione di genere nelle istituzioni, nelle politiche e nei programmi, nella definizione di piani strategici, nei settori delle risorse umane e nei processi di decision-making a tutti i livelli.  

Tale sistema di tutele trova la sua massima espressione nella Strategia dell’UA per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (GEWE 2018-2028) che si propone di raggiungere la «full gender equality in all spheres of life» in una prospettiva decennale. Essa si erge su quattro pilastri che riprendono sostanzialmente le previsioni introdotte a Maputo:

1. “Massimizzazione delle opportunità, dei profitti e dei dividendi”, attraverso l’istruzione, l’empowerment economico e finanziario e l’inclusione di genere nel settore dell’I-tech;

2. “Dignità, sicurezza e resilienza”, basato sulla garanzia dei diritti alla salute, sessuali e riproduttivi, sull’eliminazione delle pratiche sociali lesive della dignità, la rimozione di ogni forma di violenza contro donne e bambine, i processi di pace e la promozione della human security;  

3. “Effettività degli strumenti normativi” quali, per l’appunto, il Protocollo di Maputo, gli strumenti internazionali e nazionali in materia e i sistemi di governance continentali  ;

4. “Leadership e visibilità”, garantendo alle donne l’accesso alle opportunità di leadership nelle posizioni più rilevanti del decision-making, dando voce delle donne in tutti i campi, dalla casa agli spazi pubblici e qualificando le stesse come contributors, al pari degli uomini, allo sviluppo della società attraverso media, letteratura e risorse culturali. 

La GEWE 2018-2028 fissa in termini concreti le aspirazioni dell’Agenda 2063: l’Unione africana, attraverso il monitoraggio e l’adozione di queste iniziative si prefigge l’obbiettivo di restituire a 600 milioni di donne e bambine africane un ambiente sano, sostenibile  e resiliente, in cui ciascuna ragazza possa sviluppare liberamente la propria individualità e al tempo stesso contribuire a diffondere i «valori tradizionali africani positivi», in linea con le aspettative riposte nella Carta africana dei diritti umani e dei popoli.  

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