LO YEMEN TRA PASSATO E PRESENTE

Credits: https://www.tehrantimes.com/news/459643/Saudi-coalition-flees-from-Ma-rib-as-resistance-advances

Lo Yemen come territorio strategico

Lo Yemen, ormai da diversi anni, si sta trasformando in uno “stato fallito”, da intendere come uno Stato nel quale non è presente una capacità effettiva di governo e nel quale non vengono più svolte le funzioni basilari dello Stato. 

All’interno di questo territorio non esiste un’unica autorità in grado di mantenere l’ordine pubblico e assicurare una convivenza pacifica. Ne consegue un vero e proprio fallimento politico-istituzionale e un collasso economico, sociale e sanitario all’interno del paese.    

Il conflitto nello Yemen ha subito una metamorfosi nel corso degli anni: da conflitto interno e locale si è trasformato in un conflitto regionale. 
Gli interessi nei confronti di questo territorio, e la conseguente escalation delle ostilità, derivano non solo dalla sua posizione geografica strategica, ma anche dall’essere continuamente oggetto di strumentalizzazione da parte di varie potenze.

Lo Yemen rappresenterebbe un paese con forti possibilità di commercio e di sviluppo grazie soprattutto allo stretto di Bab el-Mandeb, che, a fronte di una sua vulnerabilità geografica e politica, conserva comunque una posizione strategica dal punto di vista commerciale e militare, congiungendo il Mar Rosso con il Golfo di Aden e con l’Oceano Indiano.

La posizione geografica dello stretto costituisce, con una lunghezza di circa 115 km, un hot point” per il transito marittimo globale e per il transito di petrolio e di gas naturale proveniente dal Golfo Persico. 
Questo stretto, quindi, è oggetto di svariati interessi geopolitici delle potenze mediorientali e internazionali e rappresenta un punto strategico, finendo pertanto per alimentare il conflitto.

Gli attori della Rivoluzione Yemenita

Un punto di partenza per spiegare il conflitto nello Yemen può essere intravisto nell’anno 2011, quando la popolazione iniziò a protestare nelle principali città del paese per richiedere le dimissioni del presidente Saleh, a capo della Repubblica dello Yemen dal 1990.

In seguito a diverse tensioni e nonostante l’influenza politico-militare di Saleh, nel 2012 viene eletto il suo vice, Abd Rabbuh Mansur Al-Hadi, riconosciuto internazionalmente come presidente “legittimo” del ROYG (Republic of Yemen Government), che puntava a stabilire un nuovo ordine politico.          

Tuttavia, come è noto, i suoi obiettivi fallirono rapidamente poiché, all’interno dello Yemen, Hadi fu osteggiato da diversi attori locali dominanti. 


Tra gli attori che hanno creato più tensioni ci sono gli Houthi, conosciuti anche come Ansar Allah, un gruppo sciita Zaydita, che aveva pianificato precedentemente diverse guerre contro l’ex presidente Saleh e che tutt’ora controlla alcuni territori del nord e della costa occidentale e ne rivendica la sovranità territoriale.

Il 19 gennaio 2021, l’ex Segretario di Stato statunitense, Michael Pompeo, ha inserito il gruppo Ansar Allah nell’alveo delle organizzazioni terroristiche, ma l’amministrazione Biden ha deciso dopo qualche mese di rimuoverlo da tale collocazione per consentire quanto meno una più efficace azione degli aiuti umanitari.

Da menzionare sono anche altri gruppi armati nel Paese, tra cui AQAP (Al-Qaeda in the Arab Peninsula) e lo Stato Islamico, i quali, sfruttando questo territorio “fertile” e privo di un governo effettivo ed indipendente, si sono insediati principalmente nel sud del paese.
Altro attore locale dominante è il Consiglio di Transizione del Sud, una forza separatista che rivendica di voler rappresentare il sud del paese e che nel 2019 ha preso il controllo della città di Aden, la capitale provvisoria dello Yemen.    


In questa situazione instabile e in questo aggregato di fazioni in contrasto, entra in gioco nel 2015 la coalizione saudita, importante sostenitrice del governo di Hadi, comandata dall’Arabia Saudita e formata da altri Stati del Medio Oriente, tra cui Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain, Egitto, Giordania e Marocco. 
La fazione opposta invece è rappresentata dagli Houthi, che ormai non più tacitamente vengono sostenuti d

all’Iran, sul piano militare ed economico. Si ritiene che sia proprio l’Iran ad aiutare i suoi nuovi seguaci anche nella formazione di personale militare grazie all’aiuto degli Hezbollah libanesi, i “mediatori”, che hanno il compito di istruire gli Houthi fornendo armi sofisticate, tra cui diversi missili che hanno colpito più volte l’Arabia Saudita, navi nel Mar Rosso e anche l’aeroporto di Abu Dhabi.       


La rivoluzione iniziata nel 2011 ha totalmente cambiato il territorio yemenita, nel quale ormai le istituzioni sono estremamente fragili e incapaci di fornire sicurezza e benessere, generando una delle crisi umanitarie peggiori al mondo. I tentativi per un processo di pace duraturo e permanente non sembrano funzionare, nonostante la pressione della comunità internazionale che in questi anni è intervenuta soprattutto in seguito alle diverse violazioni dei diritti umani da parte di entrambe le fazioni. 


Per far sì che la situazione migliori, una soluzione potrebbe essere quella di includere lo Yemen all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che unisce le monarchie petrolifere del Golfo.       
L’inclusione dello Yemen nel GCC non solo ridurrebbe i timori avanzati dai paesi del Consiglio per la situazione instabile del paese, ma potrebbe rappresentare una svolta per una futura pace e una possibile ricostruzione di questo Stato dopo dieci anni di guerra civile.

È di tutta evidenza che l’esclusione da questa “élite” di stati, oltre a causare una divisione all’interno della penisola araba, ha allontanato questi paesi da un possibile mutuo beneficio, economico e sociale, potenzialmente rappresentato dallo Yemen.        

Gli Houthi e il Governatorato di Marib 

Nelle ultime settimane, l’attenzione degli Houthi è rivolta in particolar modo al governatorato di Marib, dove si evince un miglioramento della loro capacità di espansione e di approvvigionamento di armi.    
Si ritiene che a causa dei fallimenti diplomatici da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale di assicurare un cessate il fuoco, Marib è diventata la città target per gli Houthi, i quali stanno compiendo un ulteriore sforzo in vista di una possibile conquista anche di questo territorio.

L’uscente inviato delle Nazioni Unite nello Yemen, Martin Griffiths, ha dichiarato che le divergenze tra gli Houthi e le forze governative non sembrano risolversi.
La città di Marib si trova a nord dello Yemen ed è controllata e supportata dal governo “legittimo”, riconosciuto internazionalmente, e viene delineata come roccaforte molto vulnerabile, ma fondamentale per l’avanzata degli Houthi.       

Marib, oltre a possedere risorse petrolifere, è il luogo della più grande centrale elettrica dello Yemen e ha ottenuto lo status di snodo energetico del paese.  
Se il gruppo Ansar Allah riuscisse nell’intento di conquista, il controllo di questa città rappresenterebbe un importante vantaggio in grado di far guadagnare sempre più potere ed influenza durante futuri negoziati di pace.

Allo stesso tempo, se Marib cadesse definitivamente nelle grinfie degli Houthi, la comunità internazionale dovrebbe impegnarsi attivamente tramite attività umanitarie, dato che nell’area sono stanziati numerosi sfollati interni e rifugiati.       

Gli Houthi hanno lanciato missili e utilizzato droni nella città di Marib, soprattutto negli ultimi giorni, protraendo attacchi indiscriminati contro infrastrutture civili e causando la morte di numerosi cittadini.        
Gli Houthi si sentono estremamente potenti non solo perché sostenuti dall’Iran, ma anche perché grazie alla loro formazione e crescita militare hanno acquisito grande autonomia ed indipendenza dall’Iran stesso, con l’obiettivo di dominare e governare tutto il nord del paese; sembrerebbe difficile pensare ad un loro abbandono da questa condizione di forza e supremazia. 

Lo stesso vale per l’Iran e l’Arabia Saudita, che nonostante le ricerche per una “exit strategy” dal conflitto, continuano ad utilizzare lo Yemen come un’importante pedina per rinegoziare i loro interessi ed equilibri geopolitici e per acquisire un’egemonia regionale.

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