L’INFINITA MANCATA OCCASIONE PER I BALCANI

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“ Per questi Paesi continuare ad essere geograficamente parte integrante del continente europeo senza esserne, poi, membro, (in aggiunta all’assenza di un reale tentativo di risoluzione dei problemi interni legati alle divisioni etniche e religiose), una crescita economica sarà sempre più difficile, e quindi sempre più difficile una loro annessione all’Unione Europea. È il cane che si morde la coda”

Dopo la fine, nel 1995, della guerra che ha disgregato e devastato la ormai Ex-Jugoslavia, il sogno della ripartenza di questo territorio era per forza di cose legato all’annessione dei Paesi dei Balcani occidentali nell’Unione Europea. Questo non è sostanzialmente mai accaduto, con l’eccezione della Croazia e della Slovenia.

A poco è servita la ottimistica dichiarazione della Merkel a sostegno della loro candidatura, affermando che senza la loro presenza l’Europa sarebbe sempre stata incompleta. Ad oggi vi è infatti un unico Paese i cui negoziati sono ancora in corso, ed è la Serbia; ci sono poi due Paesi candidati, Albania e Macedonia del Nord, mentre Kosovo e Bosnia- Erzegovina non figurano neppure tra gli stessi candidati.

Negli anni più recenti un tentativo verso l’annessione è stato rappresentato dal “processo di Berlino” del 2014, durato cinque anni. Sin dal primo incontro fu chiaro però che avrebbe portato ad un nulla di fatto e per svariate ragioni: innanzitutto non è stato d’aiuto l’approccio dell’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che non aspirava ad un ulteriore allargamento dell’Unione, o che, in ogni caso, non considerava l’allargamento come una priorità nell’agenda politica europea.

Questa posizione è diretta conseguenza della convinzione che ci fossero ben altri problemi più urgenti (seconda ragione). Inoltre, questi Paesi non rispetterebbero i criteri sullo Stato di diritto richiesti per poter entrare in UE ( argomento forse un po’ debole, se si considera l’Ungheria di Orban). Infine, e non per importanza, bisogna sempre ricordare che l’UE guarda all’economia, al mercato, e da questo punto di vista i Balcani occidentali hanno un valore bassissimo.

Allo stesso tempo, però, per questa regione continuare ad essere geograficamente parte integrante del continente europeo senza esserne, poi, membro, in aggiunta all’assenza di un reale tentativo di risoluzione dei problemi interni legati alle divisioni etniche e religiose, una crescita economica sarà sempre più difficile, e quindi sempre più difficile una loro annessione all’Unione Europea. È il cane che si morde la coda.

Ma cosa rende così difficile questo percorso di integrazione?

Le ragioni sono, semplicisticamente, due. In primo luogo ci sono le questioni interne, che hanno alimentato una sorta di politica “controeuropea”: purtroppo la maggior parte dei leader in questa area regionale gestiscono la cosa pubblica molto male: altissimo e molto diffuso è il livello di corruzione, con conseguente sfruttamento per i politici della loro posizione di privilegio.

Entrare a far parte dell’Unione significherebbe verosimilmente rinunciare a tutto questo a causa di maggiori controlli e dunque di una conseguente perdita del loro potere in questo senso; e non sembrano disposti a correre questo rischio. C’è poi, da parte europea, una certa incomprensione, mischiata a ignoranza e a errori di giudizio, rispetto alla realtà locale dei Balcani.

Ha senso in particolare riportare la posizione sull’argomento della Francia, in virtù della sua detenzione del potere di veto in tema di allargamento. Per molti francesi la questione dell’allargamento dell’UE ai balcani semplicemente non è una priorità ma resta una questione secondaria; il problema risiede appunto nel fatto che la Francia gode del potere di veto in questo tema e dunque la sua decisione, in un senso o nell’altro, non può essere superata.

Il no (oltre alla Francia anche la maggioranza dei cittadini olandesi, danesi e italiani sarebbero contrari ad un allargamento) sarebbe inoltre alimentato da un più generale stato di sfiducia nei confronti dell’Unione per come oggi si presenta: nella pressante necessità di essere riformata. È questo dunque, secondo il punto di vista francese, il passo necessario da compiere prima di potere pensare ad un ulteriore allargamento.

Una lente di ingrandimento per ciascuno.

In Bosnia-Erzegovina il problema principale che la tiene lontana dall’UE sta nella sua quasi totale ingovernabilità, dovuta al fatto che il Paese è guidato da un governo tripartito che rende quindi molto più complesso il processo di adozione di un qualsiasi tipo di decisione (si pensi, per esempio, che proprio a causa di ciò la Bosnia continua a non aver ancora richiesto la fornitura dei vaccini Anti Covid-19 ).

In Montenegro siamo, invece, al settimo anno di negoziati, ma solo tre dei 32 capitoli aperti sono stati chiusi (solo alla fine della risoluzione di ciascun capitolo i negoziati possono intendersi risolti positivamente); e ormai si parla di una sospensione delle trattative da parte dell’Ue. La causa è la mancanza di progressi per quanto riguarda in particolare i capitoli 23 e 24 (sistema giudiziario, stato di diritto, libertà e sicurezza).

La Serbia è, al contrario, il Paese che in apparenza ha percorso più strada verso l’ Europa , essendo stati avviati i negoziati nel 2014. L’nfluenza russa però qui è certamente un altro ostacolo alla corsa all’annessione. Sembra, tuttavia, che a ciò si aggiunga anche la questione Kosovo che rende e renderà difficilissimo questo processo.

Il Kosovo, infatti, non è mai stato riconosciuto come Stato indipendente dalla Serbia (22 dei 27 paesi in UE lo riconoscono come tale.)

Lo stesso Kosovo non ha ancora neppure lo stato di candidato, principalmente appunto  per il complicato rapporto che persiste, a più di venti anni dalla fine della guerra, tra albanesi musulmani, la maggioranza della popolazione, e serbi cattolici; legato, come appena accennato, al fatto che la Serbia ancora non riconosca l’indipendenza della sua ex-provincia (si potrebbe, per esempio, accellerare l’ingresso della Serbia in UE “in cambio” di un suo riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.)

Il più grosso ostacolo dell’Albania in tal senso restano invece criminalità organizzata e corruzione.

Quale prospettiva per i Balcani occidentali?

Le economie dei Paesi dei Balcani occidentali restano il vero motivo di questo infinito stallo. Si tratta di economie deboli, di Paesi con un tasso di disoccupazione molto alto e, con l’allargamento, le relazioni commerciali non avrebbero un miglioramento tale da giustificarne la membership. (Nonostante ciò, i costi di un non allargamento sarebbero sicuramente più alti).

Al di là dell’economia, ci sono poi motivi di sicurezza e anche di natura politica che non vanno sottovalutati, infatti da un lato, paesi come l’Italia si troverebbero a confinare con una regione in cui le promesse della prospettiva europea e il potenziale benessere che ne doveva conseguire sono state disattese, alimentando tensioni interne già in essere e potenzialmente esplosive a due passi da casa nostra. 

D’altro canto, l’Unione europea avrebbe una regione che geograficamente è già parte del suo territorio ma che non lo è sotto tutti gli altri punti di vista e che quindi, non essendo parte dell’UE, potrebbe essere “preda” degli influssi di altre potenze mondiali come la Russia, la Cina o la stessa Turchia.

Infine, l’incapacità di integrare una regione che conta solo circa 18 milioni di abitanti, dunque un passo che non rappresenterebbe la sfida tra le più difficili, rappresenterebbe per questa Europa un ennesimo fallimento.

Nei prossimi anni probabilmente non ci sarà alcun risvolto decisivo in tema, ma è fondamentale che l’Europa decida quale futuro avere, se uno di stabilità o se un futuro ricco di  verosimili nuovi scontri al suo interno.

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