IL SECURITY DILEMMA SCANDIRÀ LE RELAZIONI INTERNAZIONALI IN ARTICO?

Dmitry Medvedev, Vice Presidente del Consiglio di Sicurezza, spinge per un incremento della potenza militare russa in difesa della sicurezza nazionale.

Con le sue ricche risorse che grazie allo scioglimento dei ghiacci diventano sempre più accessibili, l’artico fa gola a molte potenze mondiali. La Russia, che da qualche settimana ha preso il timone del Consiglio Artico, forum internazionale che si è sempre speso per mantenere la regione libera da conflitti e per la risoluzione di problematiche transnazionali con un approccio multilaterale, lamenta che la crescente presenza militare in artico minaccia la sicurezza nazionale russa.

 Così il Vice Presidente del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev, si rivolgeva alla Commissione Artica, corpo sottoposto al Consiglio di Sicurezza russo: “There is no secret that a number of countries are actively trying to curb Russian engagements in the Arctic and that they encroach on the mineral resources of the Arctic Ocean and seek control over strategic maritime and air communications in the region”, sottolineando come la Russia “must continue its work on the strengthening of Arctic troops equipped with modern types of armament”. 

Dalla Dichiarazione di Ottawa, documento fondante del Consiglio Artico si evince come “the Arctic Council should not deal with matters related to military security.” 

La retorica del security dilemma, concetto basato sul rafforzamento militare in risposta alle minacce provenienti dall’esterno, è uno strumento nelle mani di Mosca volto ad incrementare la propria potenza militare nella regione. Tuttavia i principi della carta di Ottawa restano chiari: le questioni di sicurezza militare devono restare fuori dall’operato del Consiglio. 

Dal canto suo Mosca è ben consapevole che un’escalation militare in artico danneggerebbe la Russia più di tutti, interrompendo o complicando il piano di sviluppo che Putin prevede per la regione. Tuttavia l’espediente del security dilemma torna assolutamente utile alla causa russa per non nascondere i muscoli e dichiararsi pronta a rispondere a qualsiasi minaccia provenga dall’esterno. 

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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