LE PROTESTE IN ESWATINI ACCENDONO I RIFLETTORI SULL’ULTIMA MONARCHIA ASSOLUTA DELL’AFRICA

Mswati III, Re dell’Eswatini, ha imposto nel Paese misure restrittive, per sedare le proteste a favore della democrazia.

Per rafforzare le misure il governo ha ordinato, oltre al coprifuoco dal tramonto all’alba, la chiusura delle scuole e di tutte le attività commerciali entro le 15:30 (13:30 GMT)

Il primo ministro ad interim ha definito le proteste inaccettabili in quanto, secondo il governo, sarebbero state “accese dai gruppi criminali”.

Gli attivisti hanno reagito alla notizia con fermezza dichiarando la loro intenzione a non fermarsi di fronte ai divieti introdotti.

Quali sono i motivi delle proteste?

I manifestanti chiedono la fine delle continue violazioni dei diritti umani e un governo democratico con elezioni libere e la sostituzione della monarchia con una Repubblica presidenziale. 

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, Sakhile Nxumalo, membro dello Swaziland Youth Congress, ha dichiarato che le persone “…sono ormai stanche di mantenere la famiglia reale che non fa che vivere sulla loro fatica e sul loro sangue”.

Inoltre ha aggiunto che confida nell’aiuto della comunità internazionale con la speranza che, quest’ultima, possa svolgere un ruolo attivo per ridurre al minimo le ripercussioni sui manifestanti.

Ma qual è la situazione del Paese?

L’Eswatini (conosciuto come Swaziland fino al 2018) è una monarchia nell’entroterra dell’Africa meridionale e confina con il Sudafrica a nord, sud e ovest e con il Mozambico ad est. Dal 1982 è governata dal Re Mswati III, capo della famiglia reale Swazi.

La monarchia si fonda sul radicamento dei princìpi tradizionali etnici e dell’assolutismo monarchico e il re esercita l’autorità suprema su tutti i rami del governo. Il primo ministro infatti svolge un ruolo più simbolico che effettivo e non ha un reale potere. 

Il Parlamento è bicamerale ed è composto dalla Camera dell’Assemblea, con 69 membri, e la camera bassa con 59 membri eletti con voto popolare all’interno del modello tinkhundla, un sistema che nei fatti attribuisce ai governatori locali il potere di influenzare la scelta dei candidati. 

Il quadro del Paese si presenta particolarmente critico anche sul piano della partecipazione politica. 

Non esiste nessuna norma che regola le procedure per consentire ai partiti di registrarsi e partecipare alle elezioni. Nel corso degli anni diversi partiti e movimenti si sono mossi per ottenere un riconoscimento finendo per subire pesanti sconfitte giudiziarie; tra queste merita particolare attenzione la sentenza della Corte Suprema che, nel settembre 2018, ha respinto la richiesta del Partito Democratico Swazi (SWADEPA) di poter prendere parte alle elezioni.

Il Re nei fatti detiene un forte controllo sul sistema istituzionale, sia di fatto che costituzionalmente, riuscendo così indisturbato a soffocare qualunque forma di partecipazione politica dei partiti di opposizione. Non è un caso che nelle elezioni del 2018  tutti i partiti che partecipavano erano in realtà sostenitori della monarchia.

Al malcontento legato alla stringente situazione istituzionale si aggiunge quello derivante dai costi della monarchia. 

La maggior parte delle risorse dello Stato sono infatti assorbite dal mantenimento del Re, delle sue mogli (14), dei suoi figli e delle cortigiane, oltre alle spese per le numerose proprietà e la loro difesa. 

Una situazione particolarmente insostenibile soprattutto se si pensa che le entrate del Paese sono abbastanza povere e quasi tutte legate all’industria zuccheriera che negli ultimi anni vive un’importante crisi. 

L’Eswatini è, tra l’altro, un Paese molto povero. 

Secondo i dati dell’ONU oltre il 58% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà e più del 30% della popolazione è positiva al virus ’HIV, una delle percentuali più elevate del mondo. 

Il contesto generale è quasi asfissiante. La mancanza di infrastrutture, la corruzione endemica e la debolezza dello Stato di diritto rendono infatti qualunque speranza astratta.

Una debolezza insopportabile che ha consentito per decenni a quella che è l’ultima monarchia assoluta dell’Africa di imporsi come l’unica via possibile.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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