IL TRIPLICE MESSAGGIO DIETRO GLI ULTIMI STRIKES STATUNITENSI NEL SIRAQ

La scorsa domenica il Pentagono ha compiuto gli ennesimi strike aerei in Siria e in Iraq contro depositi di armi e installazioni di lancio di droni al confine siro-iracheno (valico di Abukamal) in mano alle milizie filo-iraniane Kata’ib Hezbollah (KH) e Kata’ib Sayyid al-Shuhada (KSS), appartenenti alla galassia delle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi).

Si tratta della grammaticale rappresaglia cinetica volta a ripristinare la deterrenza dopo i continui attacchi con droni armati perpetrati a partire dallo scorso aprile dalle KH e dalle KSS contro il personale e le basi americane in Iraq. Pressione finalizzata ad espellere gli Usa fuori dal paese a colpi di attentati terroristici ed indirettamente sfruttata dagli iraniani come leva negoziale sul tavolo nucleare.

Evoluzione dei lanci di razzi e missili che tra febbraio e marzo avevano colpito le strutture Usa nel Kurdistan iracheno (Erbil), nella Green Zone di Baghdad e ad Ain al-Asad, nella regione occidentale irachena dell’al-Anbar, causato la morte di alcuni contractors americani e la prima rappresaglia aerea in Siria ordinata dall’amministrazione Biden contro alcuni depositi di armi in uso alle medesime KH e KSS.

Con queste azioni Washington invia un triplice messaggio. 

1. All’Iran viene ribadito che la trattativa sull’atomica in corso a Vienna non equivale ad una resa americana. Non vuole dire che verranno tollerati attacchi contro i propri soldati. Non equivale a legittimare la sfera d’influenza persiana. Al contrario, essa è funzionale a ridurre nel medio termine la sua estensione, a mutare la postura della Repubblica Islamica in chiave cooperativa. A partire dalle paludi afghane. Dove l’avanzata dei Taliban potrebbe portare alla caduta del governo di Kabul anche prima dei 6 mesi successivi al ritiro delle truppe americane e Nato stimati dall’Intelligence Usa.

A Vienna si tratta insomma una tregua offerta ad una stremata Teheran, ridimensionata dalla politica di massima pressione trumpiana, in piena fatica imperiale, affinchè possa riprendere fiato tramite l’allentamento dello strangolamento economico (rimozione/attenuazione delle sanzioni finanziarie e petrolifere), in cambio di un reingresso nel Jcpoa del 2015. Per poi discutere gradualmente di missilistica e proxies.

Temi sui quali l’Iran non farà concessioni, essendo questi i pilastri della sua strategia di difesa avanzata. Con la questione nucleare ancora una volta strumentale alla rilegittimazione degli ayatollah. Per farne i compartecipi del ricercato equilibrio di potenza regionale, contenere l’espansionismo turco in Medio Oriente e consentire alla superpotenza di ridurre, senza ritirarla completamente, l’impronta militare nel teatro mediorientale per ricalibrarla verso Indo-Pacifico ed Europa.

Da qui, le recenti notizie sul ritiro americano da alcuni paesi arabi – Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Giordania – di batterie missilistiche Patriot, caccia a reazione rapida e del sistema antimissile Terminal High Altitude Area Defense(Thaad). La mossa riflette lo stato della tregua con l’Iran, contro cui tali sistemi sono stati dispiegati nelle petromonarchie del Golfo.

Il ritiro di queste armi difensive dovrebbe fungere da incentivo per Teheran a ridurre il suo deterrente nucleare e missilistico. Per Riyadh a dialogare con l’arcinemico sciita una pausa della loro proxy war in Yemen. Per Israele a rafforzare l’asse con gli arabi anche per provare ad allentare le tensioni domestiche, come esplicitamente evidenziato, nel loro primo incontro a Roma, dal segretario di Stato Usa Antony Blinken e dal nuovo ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid. Sviluppi che dovrebbero allentare nel medio termine le tensioni e favorire “un nuovo modus vivendi tra i principali attori regionali” (Iran, Turchia, Israele e sauditi). 

2. Questo disegno trova il suo ostacolo maggiore nel terrore di israeliani e sauditi di finire sacrificati sull’altare dell’apertura diplomatica all’Iran. E nelle convulsioni domestiche della Repubblica Islamica, che non ha ancora deciso se essere “una nazione (convenzionale, ndro una causa (imperiale, ndr)”, come ammoniva Henry Kissinger. Perciò gli strikes anti-iraniani parlano anche a Gerusalemme e a Riyadh.

La scelta tattica di ripristinare l’accordo sul nucleare non farà venir meno la punizione delle condotte dei delegati di Teheran. Essa non significa tacita accettazione americana all’eventualità che il regime sciita utilizzi nuovamente l’ossigeno post-sanzioni per finanziare la causa islamista globale, vettore del suo impero regionale che giunge alle porte di casa dello Stato Ebraico (Hezbollah libanese, milizie siriane, Hamas e Jihad Islamico a Gaza) e della fragile monarchia saudita (Houthi in Yemen del Nord).

3. Infine, resta la centralità geo-strategica dell’Iraq nel cuore del Medio Oriente. Il paese continua a rappresentare il baricentro dell’instabilità regionale. La debolezza strutturale delle istituzioni governative centrali e l’endemica corruzione sottesa al sistema di potere clientelare delle varie fazioni settarie e tribali ne fanno una pedina fondamentale nel gioco per procura tra le potenze regionali (guerra ombra tra Israele ed Iran, competizione turco-iraniana nel nord dell’Iraq e saudita-iraniana nella parte meridionale) ed extraregionali (Usa vs. Iran).

In Iraq Washington dispone di 2.500 militari, che si aggiungono ai 900 soldati e contractors stanziati nel nord-est siriano. Dove la coalizione a guida Usa contro lo Stato Islamico (Is), impegnata nell’operazione Inherent Resolve, sta stabilendo una nuova base militare nella zona di Ain Dewar, al confine con Turchia ed Iraq. Il loro compito ufficiale è il contrasto ai resti di Is.

Quest’ultimo, secondo il Pentagono, rimane un’“organizzazione coesa” che opera attraverso una tattica di “insurrezione di basso livello” e può contare ancora tra 8.000 e 16.000 affiliati nel Siraq. Ma Is non rappresenta la minaccia più significativa agli interessi (sicurezza dei choke points di Hormuz e Bab-el-Mandab; sicurezza e stabilità di Israele e delle petromonarchie arabe) Stati Uniti nel teatro mediorientale.

Queste provengono piuttosto dai proxies e dai pasdaran iraniani La presenza americana in Iraq costituisce infatti una barriera all’espansionismo dei persiani lungo l’asse che collega Teheran a Beirut attraverso Baghdad e Damasco.

Salvo improvvise deflagrazioni di crisi d’area, gli americani alleggeriranno lo schieramento militare in Medio Oriente. Agendo da equilibratore esterno manterranno ridotti gruppi aeronavali di intervento rapido e forze d’intelligence per sorvegliare i movimenti di turchi e iraniani tra Mashreq e Golfo. Per tastare sul campo gli equilibri di forza tra le due storiche potenze imperiali della regione affinchè queste contribuiscano alla tattica del balance of power, storicamente indigesto alla superpotenza stars and stripes.

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