ELEZIONI IN MESSICO: LÓPEZ OBRADOR PERDE TERRENO AL CONGRESSO

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Messico, il presidente López Obrador perde la presa sul potere nelle elezioni di metà mandato.

In Messico il presidente Andrés Manuel López Obrador e il suo partito Morena sono al potere dal 2019. Il 6 giugno si sono svolte le più grandi elezioni nella storia del Paese per eleggere la camera dei deputati del congresso nazionale, 15 governatori statali, 30 legislature locali e oltre 1.900 posizioni comunali.

Gli elettori hanno dovuto scegliere tra il cambiamento incarnato dalla “quarta trasformazione“, ovvero come il presidente definisce la visione del suo governo, o il ritorno agli anni ‘90 quando il Messico era fortemente legato al Nord America. Di fatto, López Obrador considera che l’adesione all’accordo di libero scambio nordamericano del 1994 sia stato un errore.

Se il NAFTA, basato su politiche di mercato aperto e d’integrazione economica, ha significato crescita economica e aumento degli standard di vita per il Messico, il presidente tuttavia l’ha definito una “calamità neoliberale”. López Obrador predilige infatti un nazionalismo economico che mira ad allentare i vincoli con i mercati globali, per esempio ha cancellato il progetto di un nuovo aeroporto internazionale che avrebbe migliorato la connessione globale del Messico specialmente dal punto di vista commerciale. 

Un altro obiettivo di López Obrador è la sovranità energetica. Nel 2019 il presidente ha annunciato la costruzione di una raffineria nello stato di Tabasco nonostante le tendenze globali verso l’uso di fonti di energia alternativa. La raffineria, nonostante non sia economicamente redditizia, ha lo scopo di ridurre la dipendenza dal Texas, principale raffinatore di greggio pesante messicano, e dalle importazioni di benzina e diesel statunitensi.

Inoltre López Obrador ha aperto il suo discorso al vertice sul clima della Casa Bianca con la notizia delle recenti scoperte di petrolio in Messico, in opposizione all’amministrazione Biden che vuole fare del cambiamento climatico il fulcro della sua azione in America Latina e nei Caraibi. 

Questi sono solo alcuni degli obiettivi dell’agenda politica del presidente, la cui realizzazione dipende dalle recenti elezioni. López Obrador si è impegnato a lasciare il potere alla fine del suo mandato nel 2024, ma la sua ambizione è approvare una serie di riforme strutturali con le quali intende lasciare un segno nella storia del Messico.

Due riforme sono, per esempio, la legge sull’elettricità e quella sugli idrocarburi che privilegiano due imprese statali, la Commissione Federale dell’Elettricità (CFE) e la compagnia petrolifera Pemex, rispetto all’iniziativa privata. Le reazioni sono stati diversi ricorsi privati che sono stati ammessi dalla giustizia per cui queste iniziative sono bloccate nei tribunali. Un cambio della Costituzione potrebbe sbloccarli, ma i risultati elettorali hanno chiuso quella strada.

López Obrador è sempre stato critico riguardo all’ipotesi di coalizione tra partiti politici che hanno poco in comune tra loro. Una coalizione che è diventata realtà con queste elezioni. Il Partito Rivoluzionario Istituzionale di centrosinistra, il conservatore Partito d’Azione Nazionale e il Partito della Rivoluzione Democratica di sinistra si sono alleati, sebbene ideologicamente distanti, per formare un’opposizione per impedire che il presidente abbia campo libero durante gli ultimi anni del suo mandato.

Tuttavia il partito di López Obrador non è stato da meno dato che si è alleato con il Partito Ecologista Verde Messicano. Le debolezze di queste coalizioni potrebbe scoppiare provocando una frammentazione del potere politico che è ciò che l’opposizione spera per Morena- PVEM.

L’opposizione PAN-PRI-PRD ha ottenuto considerevoli vittorie alla camera dei deputati, ma non sono mancate le sconfitte contro Morena per quanto riguarda i governatori statali. Di fatto, il principale colpo subito dal partito del presidente è stata la perdita della supermaggioranza alla camera dei deputati, dai 334 dei 500 seggi sono passati a possederne 252.

Il partito Morena continuerà a godere della maggioranza assoluta, ma non riuscirà a portare avanti da solo le riforme costituzionali della sua agenda politica. Nelle elezioni del 2018, era riuscito a ottenere la maggioranza assoluta trasferendo legislatori dai partner della coalizione nelle proprie file, una tattica chiamata chapulineo. La successiva alleanza con il PVEM nel 2019 ha permesso di raggiungere la sua supermaggioranza.

Per quanto riguarda i governatori statali, Morena ha ottenuto 11 vittorie nelle 15 elezioni consolidandosi come principale forza politica a livello statale. Invece tra le elezioni amministrative locali, le più importanti sono state quelle di Città del Messico con 16 alcaldías. Sebbene storicamente la capitale goda della reputazione di bastione della sinistra, Morena ha vinto solamente in sette dei 11 distretti che deteneva al momento delle elezioni. Le perdite nella capitale sono rilevanti, ma le vittorie negli stati sono molto più importanti numericamente: 23 milioni di messicani in più saranno governati da Morena.

In conclusione, il partito del presidente arriverà alle elezioni del 2024 con una forza politica consolidata su tutto il territorio, ma questi risultati offrono speranza anche all’opposizione. Tuttavia se l’egemonia politica di Morena è terminata, non lo è il suo dominio. Il ritorno alla normalità post pandemia, un’economia in ripresa e la popolarità dello stesso presidente potrebbero favorire le prospettive di Morena negli ultimi anni della legislatura.

Altro vantaggio è la mancanza di un’agenda coerente dell’opposizione che si basa sul ritorno alla politica neoliberale pre-2018 che aveva portato il presidente stesso al potere. Il rischio è che un’opposizione politica debole e divisa non sarà in grado di organizzare una sfida efficace contro Morena.

Dall’altro lato, López Obrador e il suo partito dovranno comunque affrontare un numero maggiore di centri di potere che potrebbe costringerlo a dovere scendere a compromessi con i partiti dell’opposizione. Ciò significherebbe la fine della centralizzazione del potere del presidente.

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