L’INDULTO AI LEADER SEPARATISTI CATALANI: IL PRIMO PASSO VERSO UNA RICONCILIAZIONE?

“Per raggiungere un accordo, qualcuno deve fare il primo passo. Il governo spagnolo farà il primo passo adesso. Con questo atto noi vogliamo aprire una fase di dialogo, di riconciliazione e finire, una volta per tutte, tutte le divisioni e i confronti.” Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, durante un evento politico tenutosi al teatro Liceu di Barcellona, motiva così la decisione di concedere l’indulto ai nove leader catalani incarcerati per la tentata secessione nel 2017.

Il governo di Madrid ha annunciato l’indulto per i leader separatisti arrestati nel 2017, quando la Generalitat de Catalunya e il suo Presidente, Carles Puigdemont, autorizzarono il “referèndum d’autodeterminació de Catalunya”.

Alla consultazione, definita incostituzionale perché contraria al principio espresso dalla Costituzione che non consente di votare sull’indipendenza di alcune regioni, partecipò il 40% del corpo elettorale, una percentuale tale che, in assenza di quorum, legittimava la separazione della Catalogna dalla Spagna, annunciata con una Dichiarazione unilaterale d’indipendenza il 27 ottobre 2017.

fatti dell’autunno caldo innescarono un crescendo di tensione e, mentre in Catalogna si susseguirono giorni di manifestazioni e proteste, il Senato, su iniziativa del governo Rajoy, votava l’applicazione dell’art. 115 della Costituzione per l’immediata sospensione dell’autonomia e la destituzione degli organi di autogoverno della Catalogna, con imposizione del governo diretto di Madrid sulla regione.

 In seguito al sequestro di tutto il materiale elettorale, è stato ordinato l’arresto di politici e attivisti, tra cui quelli dei leader dei due maggiori partiti separatisti, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, mentre Carles Puigdemont fuggiva in Belgio.

Alle elezioni anticipate del dicembre 2017 i partiti separatisti riuscirono ad ottenere nuovamente la maggioranza nel Parlamento della Catalogna e, l’insediamento nel giugno 2018 del governo di Pedro Sanchez e il giuramento del nuovo Parlamento regionale con Quim Torra alla Presidenza, ha consentito un cambio di rotta nella linea impressa da Madrid, mentre i nove leader separatisti verranno condannati per sedizione dalla Corte Suprema spagnola una pena compresa tra i nove e i tredici anni. 

Tuttavia, nel giugno 2020, Sanchez forma un nuovo governo nazionale di coalizione con il partito Unidas Podemos, ottenendo il sostegno nella formazione di tale governo anche dal partito separatista catalano ECR dato che una questione definita cruciale era proprio quella dei conflitti politici regionali.

Un mese dopo, l’incontro bilaterale con il leader indipendentista Quim Torra sancisce l’inizio della fase di negoziazione che, tuttavia, terminerà quando la Corte Suprema estrometterà Torra da ogni pubblico incarico nel 2020. Alle elezioni dello scorso febbraio, i partiti separatisti catalani rafforzano la loro maggioranza nell’Assemblea di Barcellona e Presidente della Generalitat de Catalunya diviene, nel marzo 2021, Pere Aragonès (ECR). 

Pur trattandosi di una maggioranza pro-indipendenza e non differisca particolarmente da quelli dell’ultimo decennio, questa si è detta disponibile ad intraprendere una “strada di negoziazione e accordi” con il governo centrale rifiutando la possibilità di un atto unilaterale che poterebbe alla secessione ma affermando ancora una volta che Madrid dovrebbe consentire di indire un referendum riconosciuto internazionalmente.

Posta dunque l’importanza del tavolo del dialogo, l’annuncio della concessione dell’indulto non sembrerebbe abbia avvicinato i due leader, dato che Aragonès, definendo una “farsa” la condanna dei leader indipendentisti, ha rivendicato la richiesta di amnistia, allo scopo di estinguere il reato e non solo la pena, nonché un referendum di autodeterminazione accordato con lo Stato, sul modello scozzese.

La stessa posizione è stata assunta dai leader a cui l’indulto è stato concesso: “oggi, anche se lasciamo la prigione, niente finisce ed ogni cosa continua” ha affermato Oriol Junqueras, vicepresidente della Generalitat de Catalunya nel 2017, affermando che “fino al giorno della vittoria, noi continueremo a lavorare per realizzare il sogno di una repubblica catalana”.

La scelta di Sanchez è certamente una scelta impopolare, per cui anche la Corte Suprema spagnola ha espresso parere contrario non vincolante, dato che finora “nessuno dei condannati ha mostrato pentimento, né il minimo accenno di contrizione”. Tuttavia, proprio per evitare il braccio di ferro con la Corte, i provvedimenti dovranno essere studiati nei minimi dettagli e saranno condizionati e reversibili: qualora il reato venga riprodotto, la grazia sarà annullata e, inoltre, i beneficiari non potranno ricevere incarichi pubblici fino alla fine della condanna.

Il parere espresso dalla Corte, si discosta, tuttavia, dalla risoluzione approvata dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa qualche giorno fa in cui si esortava Madrid a rilasciare i politici catalani detenuti in carcere, definendo “sproporzionate” le pene comminate perché gli atti contestati non erano violenti. In tale risoluzione, pur giudicando positivamente l’indulto, si chiede la riforma del Codice penale riguardo i reati di sedizione e ribellione e la sospensione delle richieste di estradizione per gli indipendentisti fuggiti all’estero, come Puigdemont. 

Pur avendo condannato nel 2017 il referendum indipendentista catalano poiché qualsiasi atto contrario alla Costituzione di uno Stato membro dell’Unione è un atto contrario all’Unione europea, oggi la spinta europea verso la “riconciliazione” scaturisce anche dalle preoccupazioni che deriverebbero da nuove tensioni in un momento delicato come quello che stiamo vivendo e, ancor di più, in un Paese che è secondo beneficiario netto degli aiuti del Next Generation UE. 

Per quanto concerne gli aspetti di politica interna, pur non essendo una scelta priva di conseguenze in termini di consenso, è probabilmente una decisione dettata dalla necessità: Sánchez e Aragonès hanno bisogno l’uno dell’altro. Il primo per resistere fino alla fine della legislatura e per avviare un dialogo più costruttivo con le frange più intransigenti; al secondo per mantenere un pugno duro anche con gli strenui difensori della via unilaterale. 

Sanchez ha ribadito che non ci si aspetta che coloro che aspirano all’indipendenza cambino i loro ideali ma “ci aspettiamo che si comprenda che non esiste cammino al di fuori della legge”, affermando che non ci sarà amnistia né self-rule, solo dialogo e politica. 

Ed è su questo ultimo punto che è necessario riflettere: gli eventi degli scorsi decenni dimostrano come la secessione di uno stato non è altro che il risultato di un impossibile compromesso che si ingloba in dinamiche estranee al diritto stesso. Ogni separazione è figlia di un tempo di incertezza e profondi cambiamenti tra Stati e popolazioni, risulta dunque evidentemente necessario capire la portata di questi cambiamenti. 

Il primo incontro tra Sanchez e Aragonès è previsto per lunedì 29 giugno.

Mariagrazia Sulfaro

Classe 1999, ha conseguito una laurea triennale con lode in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Messina, dove ha presentato una tesi in diritto internazionale relativa alla Successione degli Stati nei Trattati, con un’analisi specifica dello smembramento della Cecoslovacchia.
Dopo un periodo di mobilità internazionale per studio e ricerca tesi alla Česká Zemědělská Univerzita V Praze, in Repubblica Ceca, ha svolto un tirocinio in International Relations a Madrid, attraverso il quale si è approcciata al settore delle relazioni commerciali internazionali.
Sta attualmente svolgendo un Master in Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy, mentre prosegue gli studi del corso magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Ateneo messinese.
Membro della redazione diritto IARI, scrive di fatti e dinamiche governati dal diritto internazionale.

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