CONFERENZA DI BERLINO: UN PASSO VERSO LA PACE IN LIBIA?

Credits: https://www.egypttoday.com/Article/1/79812/Berlin-Conference-Participating-States-pledge-not-to-interfere-in-Libyan

La Germania e le Nazioni Unite hanno ospitato questa settimana a Berlino una conferenza internazionale sulla Libia; i punti cardine oggetto del vertice sono stati i progressi politici, le elezioni nazionali previste per dicembre e il ritiro dei combattenti stranieri dal suolo libico e tra i partecipanti hanno figurato i membri del governo di transizione libico di unità nazionale guidato dal primo ministro Abdulhamid Dbeibah, così come le potenze mondiali e gli attori regionali.


L’ultima volta che si è tenuta una tale conferenza, le fazioni in guerra della Libia stavano combattendo nella capitale e, ora, da ottobre si è stabilita una tregua e tutte le parti hanno pubblicamente accettato il governo di unità e pianificato le elezioni. 

Tuttavia, restano aperte grandi sfide in merito: sotto questo profilo, è importante delineare brevemente gli eventi del conflitto degli ultimi anni alfine di comprendere i nodi cruciali che devono essere sciolti per poter garantire la stabilità della Libia.

A tal riguardo, le faglie della Libia sono emerse dieci anni fa, quando gruppi locali hanno assunto diverse posizioni nella rivolta sostenuta dalla NATO che ha rovesciato Muammar Gheddafi. Un tentativo di transizione democratica è andato fuori controllo quando i gruppi armati hanno costruito le basi di potere locali e si sono coalizzate attorno a fazioni politiche rivali, prendendo il controllo dei beni economici.

Dopo una battaglia per espugnare Tripoli nel 2014, una fazione si è spostata ad est e ha istituito un governo parallelo con proprie istituzioni politiche e ha riconosciuto Khalifa Haftar come capo militare quando ha iniziato una lunga campagna contro i gruppi islamici e altri oppositori a Bengasi.

Mentre lo Stato Islamico ha guadagnato terreno in Libia e il contrabbando di migranti verso l’Europa è aumentato esponenzialmente, l’accordo sostenuto dalle Nazioni Unite che aveva l’obiettivo di costituire un nuovo governo a Tripoli è stato respinto dalle fazioni orientali.

Nel frattempo, Haftar, da parte sua, ha consolidato il controllo dell’est e il suo Esercito Nazionale Libico (LNA) e ha continuato l’occupazione a sud all’inizio del 2019, prima di attaccare Tripoli con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, Russia ed Egitto e bloccare le esportazioni di petrolio. Dall’altro lato, la Turchia ha aiutato il governo di Tripoli a respingere l’attacco lo scorso anno, lasciando il fronte tra Misrata e Sirte, a metà strada lungo la costa mediterranea vicino ai porti petroliferi.

Detto ciò, è necessario comprendere che il progresso politico in Libia è avvenuto dopo che l’offensiva di Haftar è crollata, incentivando così, da un lato, la negoziazione tra le figure nei campi ad est e ad ovest alfine di garantire una ripresa delle esportazioni di petrolio e, dall’altro, la negoziazione con le Nazioni Unite per ottenere un cessate il fuoco.

Nel frattempo, l’ONU ha selezionato 75 libici per tenere colloqui politici su come procedere in tal senso e quest’ultimi hanno accettato di sostituire le due amministrazioni rivali con un governo ad interim per supervisionare la corsa alle elezioni del 24 dicembre 2021; inoltre, i partecipanti ai colloqui hanno selezionato un consiglio di tre uomini guidato da Mohammed al-Menfi, con Abdulhamid Dbeibeh come Primo Ministro, avviando un processo di democratizzazione pubblicamente sostenuto da tutti i Paesi coinvolti.

Il Parlamento, a lungo diviso sulla questione, ha approvato successivamente il governo di Dbeibeh a marzo ed entrambe le vecchie amministrazioni rivali hanno trasferito ufficialmente il potere ad esso.

In questa cornice, è di fondamentale importanza chiedersi se effettivamente verranno effettuate le elezioni a dicembre; a tal proposito, Menfi, Dbeibeh e altri membri del governo di unità hanno ripetutamente promesso di andare avanti con le elezioni, ma ci sono ostacoli e dubbi sull’impegno di tutti sia in riferimento al Parlamento libico sia per quanto riguarda le Nazioni Unite.

A tal riguardo, i partecipanti hanno concordato una base giuridica per le elezioni e una parte dell’opinione pubblica vorrebbe che si svolgesse prima un referendum su una nuova costituzione e poi indire le elezioni. D’altro canto, però, miriadi di gruppi armati (alcuni guidati da potenziali candidati alle elezioni) detengono ancora il potere sul campo, sollevando perplessità sul fatto che il voto potrebbe essere effettivamente libero ed equo.

In separata sede, diplomatici e analisti si sono anche chiesti se Dbeibeh o il vecchio Parlamento vogliono davvero delle elezioni che potrebbero tagliarli fuori dal potere.

In ogni caso, è chiaro che si possono rilevare motivi di preoccupazione in relazione al processo politico in Libia: il progetto sostenuto dall’ONU richiede l’unificazione dei militari sotto il Consiglio della Presidenza di Menfi. Tuttavia, il Parlamento non ha ratificato né il Consiglio né gli altri aspetti del progetto internazionale.

D’altra parte, finora il Consiglio della Presidenza ha preso le distanze dal tentativo di ottenere il controllo sulle forze armate, una mossa che potrebbe innescare un confronto con Haftar e forse anche con il Parlamento. Intanto, ad ovest del Paese, i gruppi armati continuano a spingere per mantenere l’occupazione e il loro controllo sulle aree locali e su alcune istituzioni statali; inoltre, c’è da dire che gli abusi da parte delle milizie sia ad est che ad ovest hanno confermato il potere perdurante dei gruppi armati.

D’altronde, alcuni termini del cessate il fuoco di ottobre non sono stati rispettati, mentre i mercenari stranieri, inviati da potenze esterne per sostenere i loro alleati locali, rimangono trincerati soprattutto intorno alle aree di prima linea di Sirte e Jufra. Tra l’altro, la loro presenza ha ritardato l’apertura della strada costiera principale attraverso il fronte che collegava le metà divise del Paese. 

Di fatto, mentre molti aspetti sul campo sono cambiati dal gennaio 2020, due obiettivi significativi dell’ultimo vertice di Berlino sulla Libia, sollecitati sia dall’Unione Europea che dall’ONU, devono ancora essere attuati in relazione al mantenimento di un embargo sulle armi e del ritiro di truppe e mercenari stranieri.

Secondo i recenti dati dell’ONU, più di 20.000 mercenari stranieri e personale militare sono ancora in Libia; si tratta di combattenti provenienti dalla Turchia, dalla Russia, dal Sudan e dal Ciad. Finora, non sembra esserci molto interesse nel trasferire i combattenti nei loro Paesi d’origine o nel mantenere l’embargo sulle armi.

Infatti, il tentativo dell’embargo sulle armi, che era limitato ai trasporti attraverso il Mediterraneo, è risultato fallimentare dato che è durato solo pochi giorni; gli esperti ritengono che ciò sia strettamente collegato alla migrazione verso l’Europa in quanto le navi che osservano l’embargo sarebbero responsabili dei rifugiati in pericolo e, inoltre, sono stati esclusi i trasporti provenienti da Paesi vicini, come la Tunisia, l’Algeria, il Niger, il Sudan o l’Egitto.

Sebbene Dbeibeh alla fine l’abbia dichiarato aperto, le forze orientali hanno sostenuto che Dbeibeh ha agito unilateralmente e, pertanto, hanno mantenuto chiuso il loro lato. Nel frattempo, il Parlamento ha bloccato il bilancio proposto dal Primo Ministro libico, compromettendo la sua capacità di ottenere sostegno per il governo di unità attraverso il miglioramento dei servizi statali.

In tutto ciò, i libici sperano che il nuovo governo di unità possa porre fine ad anni di guerra civile che hanno travolto il Paese dopo la cacciata e l’uccisione di Muammar Gheddafi nel 2011. Ma è chiaro che per avviare il processo di pace si devono affrontare molte sfide che non escludono la possibilità di nuovi attriti che potrebbero condurre ad una nuova guerra, soprattutto dato il fatto che miriadi di gruppi armati detengono ancora il potere in gran parte dei territori libici. Ad ogni modo, sta di fatto che i risultati delle elezioni rappresenteranno la volontà dei libici.

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