LA SECONDA DISTENSIONE: GLI ANNI DI NIXON E KISSINGER

Quando Nixon si insediava alla Casa Bianca si trovava ad affrontare uno scenario internazionale alquanto complesso: l’Europa occidentale era una potenza economica, il nuovo cancelliere della Germania ovest, Brant, cercava di stringere buoni rapporti tanto con la Germania est quanto con i Paesi dell’Europa orientale, in particolare con la Polonia, con l’obiettivo di depauperare la NATO.

In Asia, il Giappone viaggiava a vele spiegate verso il titolo di superpotenza e la Cina si presentava come sufficientemente forte da rivaleggiare con l’URSS. A mettere la ciliegina sulla torta ci pensava la questione del Vietnam che aveva smosso non poco l’opinione pubblica dentro i confini nordamericani, a favore di una conclusione. 

A rendere più difficile la situazione c’era il problema dell’inflazione del dollaro al 5%, riconducibile sia al sistema di Bretton Woods sia alle politiche inflazionistiche portate avanti dall’amministrazione Johnson e, infine, il protezionismo di CEE e Giappone. 

Così, la prima mossa di Nixon e del suo consigliere Kissinger era quella di creare una nuova struttura distensiva che si reggesse su quattro pilastri: il primo, era la base nazionale. Il secondo, era la distensione che prevedeva nuovi accordi e relazioni con l’Urss e Cina. Il terzo, era la devoluzione: l’instaurazione di nuove relazioni con gli stati “amici”. Il quarto, e cioè l’obiettivo ultimo, sarebbe stata la posizione mondiale dell’America, chiaramente preminente rispetto alle altre nazioni. 

Affinché la distensione venisse perseguita in maniera empirica Nixon e Kissinger fissavano tre principi fondamentali: accordi concreti basati sul principio di reciprocità; controllo reciproco in particolare nel Terzo Mondo; collegamento dei principali problemi insoluti come il controllo degli armamenti, i legami economici ed i conflitti regionali. 

Determinanti sarebbero stati i due viaggi in Cina: 9-11 luglio 1971 di Kissinger e, 21-28 febbraio 1972 di Nixon. Durante il primo viaggio si cercava di creare un canale segreto in Cina con l’intento di avere un alleato in territorio asiatico: tuttavia, gli intenti americani venivano scongiurati dall’atteggiamento dei cinesi che sostanzialmente facevano buon viso a cattivo gioco. 

Durante la seconda visita, Nixon firmava il comunicato di Shangai e i due Paesi facevano fronte comune contro l’egemonia sovietica nell’Asia del Pacifico. Nel frattempo, gli americani accettavano di perdere il controllo sulla regione del Taiwan. In realtà, il più grande timore dei cinesi era quello di dipendere dagli Stati Uniti. Inoltre, in quel momento il problema comune di Cina e USA era la vittoria dell’India, vicina al Cremlino, sul Pakistan, appunto vicina ad USA e Cina. 

Così, la Cina si garantiva la collaborazione delle due superpotenze: infatti, nel 1969, durante l’incontro con il premier sovietico, era stata pattuita la risoluzione delle controversie fra le due potenze attraverso trattati. Nonostante queste vittorie diplomatiche, Pechino continuava a guardare con sospetto l’atteggiamento distensivo delle due superpotenze e auspicava che i rapporti fra Washington e Mosca restassero tesi. 

A rendere il quadro più difficile ed articolato ci pensava Honoi che il 30 settembre del 1972 decideva di attaccare fortemente la zona smilitarizzata che divideva il Vietnam in Nord e Sud. La reazione di Nixon era immediata: inviava Kissinger a Mosca e ordinava di bombardare il Nord del Vietnam.

Nel frattempo Kissinger, che aveva il compito di far cessare il fuco di Hanoi direttamente da Mosca, si rendeva conto che ciò non era possibile, quindi decideva di assumere un atteggiamento conciliante. Durante il summit, gli USA erano riusciti solo a garantire la sopravvivenza temporanea al Sud. 

Quindi, per concludere la guerra ed uscirne vittorioso Nixon elaborava 4 punti: vietnamizzazione (in quel momento l’esercito del Vietnam del Sud diveniva il quinto al mondo per grandezza), ritiro progressivo delle truppe americane, guerra aerea e, infine, Kissinger e Le Duc Tho (la sua controparte vietnamita) davano il via agli accordi di pace a Parigi, in un primo momento segreti, ma sarebbero stati rivelati dal gennaio del 1972. 

Tuttavia, Nixon incontrava diverse opposizioni: a livello interno, gli americani si mostravano stanchi ed insofferenti di questa guerra, quindi, questo lo portava all’obbligo di liberarsi della questione Vietnam al più presto. Le forze di Arvn risultavano troppo deboli e, nonostante gli aiuti americani, uscivano spesso sconfitte dalle battaglie.

Sebbene sia Urss che Cina non desideravano continuare la guerra non riuscivano a contenere Hanoi. Dunque, Washington reagiva bombardando direttamente Hanoi che iniziava a dimostrarsi flessibile a partire dall’ottobre del 1972. Bramoso di attribuirsi il merito della pace, Kissinger agiva con troppa fretta pretendendo di rimanere sul suolo vietnamita anche dopo il termine della guerra: Hanoi rifiutava categoricamente.

Così, la guerra continuava a suon di furenti bombardamenti. Decisivo quello avvenuto a Natale del 1972 che costringeva Hanoi a riprendere i negoziati. L’accordo che sarebbe stato firmato nel gennaio del 1973 prevedeva che: le truppe americane avrebbero lasciato il Paese entro due mesi, una commissione di controllo internazionale avrebbe monitorato il cessate il fuoco, mentre il “Consiglio nazionale di riconciliazione e concordia nazionale” si sarebbe occupato del dialogo politico e delle elezioni democratiche. 

Il modo di intendere la grande distensione di Mosca si ancorava ancora al concetto della coesistenza competitiva, che invece di essere messa da parte veniva in qualche modo rafforzata.   Nonostante ciò, come gli americani, i sovietici vedevano nella distensione uno strumento per mantenere il focus sugli obiettivi originali intrattenendo rapporti e relazioni più vantaggiosi. 

Tuttavia, i punti deboli della politica distensiva si palesavano già nel summit di Mosca, tenutosi fra il 22 ed il 29 maggio 1972. Da questo summit uscivano tutta una serie di accordi sulle limitazioni degli armamenti, fra i quali due rappresentavano la punta di diamante: il Mad “mutual assured destruction” ed il Salt I (accordo provvisorio sulla limitazione delle armi strategiche); durante quest’ultimo ci si era concentrati più sulla potenzialità distruttiva che sulla quantità dei missili detenuta da ciascuna superpotenza. 

Il primo garantiva la prevenzione della guerra e di danni irreparabili provocati dalle armi nucleari; il secondo manifestava la volontà da parte di entrambi di limitare la corsa agli armamenti. In un primo momento, quest’ultimo presentò gravi deficienze e, nel 1974 a Vladivostok, Usa e Urss concludevano che ciascuna delle due poteva detenere fino a 2400 vettori, 1320 dei quali poteva avere testate multiple. 

Inoltre, nel 1976 veniva firmato a Mosca la “Dichiarazione dei principi fondamentali tra Usa e Urss” che in sintesi sanciva il principio di non aggressione, di cooperazione e non ingerenza fra le due parti. Questo accordo, però, non veniva davvero preso sul serio dagli Stati Uniti. 

Nel frattempo, si accordavano circa le sorti dell’Europa durante la Conferenza sulla sicurezza e cooperazione in Europa (Csce), alla quale parteciparono anche il Canada e tutti gli Stati europei. 

Tuttavia, la nuova struttura distensiva veniva ancora messa a dura prova: nella periferia del mondo nessuna delle due aveva la possibilità di intervenire in maniera incisiva e tempestiva. Questo accresceva il malcontento nei confini americani.

Ad aggravare la situazione ci pensava il conflitto arabo-israeliano: nell’ottobre del 1973, il Cremlino appoggiava l’Egitto che voleva riprendersi il Sinai -che in quel momento era occupata da Israele dal 1967.  Sadat, sentendosi tradito quando le sue richieste non erano ascoltate durante il summit di Mosca, congedava i diplomatici russi ed attaccava Suez.

Dopo che il cessate il fuoco del Consiglio di Sicurezza veniva ignorato entrambe le nazioni appoggiavano i loro alleati. Kissinger, con Nixon letteralmente fuori controllo per il Watergate, tirava fuori il jolly dal mazzo: dava l’ordine di minacciare l’uso delle armi nucleari. L’Urss reagiva senza muovere un dito, Israele si ritirava e gli Usa consolidavano i rapporti con l’Egitto. 

L’azione Usa in Medioriente dava chiaro segnale di quanto valesse per Washington la Dichiarazione firmata a Mosca. Tuttavia, questo atteggiamento si rivelava controproducente indebolendo, infatti, la struttura distensiva e facendo aumentare il malcontento nei confronti dell’amministrazione Nixon. 

In conclusione, questa struttura distensiva si dimostrava essere un mito del realismo estremo dei suoi promotori tanto da risultare quasi come un’utopia. Inoltre, l’arroganza con cui entrambi la conducevano non faceva altro che procurarsi l’antipatia di entrambi gli schieramenti politici interni che, tuttavia, sin dall’inizio si erano comunque mostrati sfiduciati rispetto a tale progetto. 

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