LA COSTRUZIONE DI UN ENORME GIACIMENTO PETROLIFERO TRA NAMIBIA E BOTSWANA MINACCIA GLI ELEFANTI DELL’OKAVANGO

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Il più grande giacimento petrolifero del mondo rischia di compromettere in modo irreparabile la fauna selvatica del delta dell’Okavango. A rischio la più grande mandria di elefanti africani di una delle ultime aree selvagge del continente.

In Botswana, il delta dell’Okavango, uno dei nove fiumi più lunghi dell’Africa il cui nome deriva da quello di una popolazione situata nella parte settentrionale della Namibia gli Okavango (o Kavango), rischia di cessare di esistere. L’equilibrio di una delle ultime intatte zone d’Africa è minacciato dalle esplorazioni petrolifere condotte di recente dall’azienda canadese ReconAfrica, e questa regione selvaggia  rischia di trasformarsi in un deserto privo dell’unicità e della biodiversità che la contraddistinguono.

ReconAfrica, infatti, è impegnata nell’esplorazione e nello sviluppo di petrolio e gas nel nord-ovest del Botswana e nella parte nord-orientale della Namibia, una zona conosciuta come “Kavango Basin”, un’area più grande del Belgio e che potrebbe contenere all’incirca 31 miliardi di barili di petrolio greggio, dato stimato in seguito a delle perforazioni esplorative condotte in loco ad inizio gennaio.

Qualora il progetto di ReconAfrica dovesse concretizzarsi, si darebbe inizio a quella che è stata già definita come “la più grande azione petrolifera al mondo del decennio corrente”, la quale comprometterebbe in modo irreparabile l’incontaminato patrimonio Unesco.

Il Botswana è bagnato dalle acque dell’Okavango, il cui Delta sorge sul limitare del deserto del Kalahari. È il secondo più grande delta fluviale interno del mondo, dopo quello del Niger, e rappresenta uno degli ecosistemi più insoliti del pianeta. Il fiume Okavango nasce in Angola (presso Huambo) e percorre oltre 1000 km prima di arrivare alla sua foce, dove forma una verdeggiante pianura alluvionale di 15.000 km² di estensione, un patchwork di isole, canali e lagune, alimentata dalle piogge degli altopiani dell’Angola. 

Quest’area praticamente incontaminata brulica di flora e fauna selvatica, come leoni, ippopotami, aironi, upupe, zebre, rinoceronti, un vero e proprio ‘concentrato di biodiversità’”, per riprendere le parole di Marion Hammerl, presidente del Global Nature Fund.

La regione, tra l’altro, ospita la più grande mandria di elefanti africani del mondo. Secondo il Great Elephant Census, negli ultimi dieci anni la popolazioni di elefanti stimata nella parte settentrionale del Botswana conta 130.000 unità all’interno dei suoi confini. Tale stabilità nel numero è stata soprattutto dovuta alle rigorose misure di conservazione adottate negli ultimi tempi, tra cui il divieto di caccia. Dunque, il Paese resta una delle ultime roccaforti per questa specie, mentre il bracconaggio è ancora oggi assai diffuso in tutto il continente. 

Pertanto, il fitto insieme di ramificazioni verdi dell’Okavango è oggetto della licenza per oltre 35.000 km2 che ReconAfrica ha ottenuto dal Ministero delle miniere e dell’energia della Namibia, la cui prevista produzione petrolifera, se avviata, danneggerebbe in modo irreparabile il suo fragile ecosistema.

Inoltre, il progetto metterebbe a repentaglio anche le riserve idriche locali, indispensabili non solo per la fauna, ma anche per i cinque gruppi etnici bantu stanziati nel luogo. A tal proposito, il WWF si è rivolto al governo namibiano chiedendo di non approvare nuove valutazioni di impatto ambientale (VIA) per nuove esplorazioni, ma di avviare quanto prima una valutazione strategica olistica, dunque senza tralasciare i fattori ambientali, al fine di valutare nel complesso i danni che determinate azioni potrebbero comportare. 

Il “vero” petrolio dell’Okavango consta di acqua potabile. Eliminata quella, questo paradiso africano diventerà qualcosa di molto lontano da ciò che per lungo tempo, a partire dal primo europeo ad aver perlustrato il posto, il missionario ed esploratore scozzese David Livingstone, hanno potuto ammirare turisti e studiosi.

Attualmente ricopro il ruolo di Junior Political Researcher presso la Parliamentary Assembly of the Mediterranean. Sono laureata in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario con menzione alla carriera presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Politica ed Economia dell’Ambiente e correlazione in Geopolitica Economica sul futuro delle risorse idriche legate al caso studio della Grand Ethiopian Renaissance Dam. Con IARI, collaboro con l’associazione inglese “Cop26 and beyond” analizzando nelle mie analisi gli impatti del cambiamento climatico su ambiente e società. La curiosità e la ricerca scientifica sono state determinanti nello sviluppo del mio forte interesse per la geopolitica dell’ambiente e delle risorse energetiche. Tra le mie passioni rientrano la geografia, lo studio delle civiltà antiche, prime su tutte l’antico Egitto e l’antica Grecia, e la degustazione di birre artigianali in giro per il mondo.

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