UN SECOLO DOPO LA GERMANIA RICONOSCE IL GENOCIDIO IN NAMIBIA

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Le riparazioni coloniali della Germania nei confronti della Namibia dimostrano che alcuni fenomeni storici non possono cadere nell’oblio.

Il 28 maggio la Germania ha ufficialmente riconosciuto come genocidio i crimini commessi nell’odierna Namibia durante il periodo coloniale. Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha annunciato delle riparazioni economiche per un totale di 1.1 miliardi di euro come «gesto di riconoscimento di una sofferenza senza misura».

La somma verrà versata in aiuti allo sviluppo nei prossimi 30 anni e sarà diretta in primis ai discendenti dei gruppi etnici Nama e Herero, vittime del feroce colonialismo tedesco. Ciò che risulta peculiare è che dalle atrocità commesse dalle truppe coloniali tedesche in Namibia siano passati più di cento anni: i crimini per cui la Germania sta offrendo delle riparazioni risalgono al periodo 1904-1908.

Nonostante sia trascorso così tanto tempo, questo non significa che certe ferite si siano automaticamente rimarginate. Per questa ragione, il governo tedesco già da cinque anni aveva avviato dei negoziati con il governo della Namibia. E solo poche settimane fa il ministro Maas si è riferito per la prima volta ai crimini di guerra tedeschi usando il termine “genocidio”.

Anche se in realtà, già nel 2004 ci fu la prima apertura in questa direzione con l’allora ministra per lo sviluppo economico Heidemarie Wieczorek-Zeul la quale, in una visita in Namibia, si scusò per le nefandezze commesse «che oggi sarebbero viste come atti di genocidio». 

I negoziati tra Germania e Namibia per i crimini verso i gruppi etnici Herero e Nama sono cominciati nel 2015. L’allora negoziatore tedesco Ruprecht Polenz era convinto di poter trovare un accordo entro il 2017. In realtà il processo si dimostrò più intricato. N

on aiutò una fuga di notizie che stabiliva a soli 10 milioni di euro l’ammontare di risarcimenti economici che sarebbero stati versati da Berlino. The Namibian, il principale quotidiano del paese, riportò l’opinione di un portavoce del presidente Geingob che definì la somma offerta «un insulto per la Namibia».

Non solo, la riluttanza del governo tedesco a riferirsi a questa cifra usando il termine «riparazioni economiche» ma parlando invece di «cura delle ferite di un comune passato», ha reso ancora più agitati i negoziati che si sono protratti per più di cinque anni. La cifra ora sembra accontentare entrambe le parti, ma il governo della Namibia si aspetta anche una cerimonia di scuse ufficiali da parte della Germania.

Inoltre, le comunità etniche richiedono la restituzione delle decine di migliaia di corpi dei loro antenati che oggi risiedono nei musei e nelle librerie tedesche. Molti di questi corpi vennero usati anche per esperimenti eugenetici con lo scopo di dimostrare la presunta superiorità razziale tedesca nei confronti delle popolazioni africane.

La storia

A Windhoek, capitale della Namibia, ancora oggi ci sono strade, negozi e chiese di origine germanica. Per i namibiani quindi la traccia del colonialismo è sotto i loro occhi, mentre è stato più facile per i tedeschi cancellare dalla memoria collettiva un passato aggressivo difficile da accettare.

Un passato che ha visto la Germania essere la terza potenza coloniale tra il 1885 e il 1919, dopo il Regno Unito e la Francia. L’impero coloniale si estendeva dall’odierna Namibia fino alla parte orientale dell’Africa in Burundi, Ruanda e Tanzania, ma c’erano anche altri possedimenti nell’area occidentale in Togo, Ghana e Camerun.

Le colonie vennero poi perse a seguito della sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale, quindi la Germania non fece mai veramente i conti con la decolonizzazione di tali territori. Eppure nell’allora Africa Tedesca del Sud-Ovest tra il 1904 e il 1907 si consumò il primo genocidio del XX secolo. 

La prima rivolta ci fu nel 1893 e fu guidata da Nama, ma servì soprattutto come modello per quella degli Herero arrivata undici anni dopo. I ribelli lottavano contro l’autorità imposta dall’impero coloniale, il quale aveva ridotto in schiavitù i nativi dopo avergli estorto le loro terre per affidarle ai coloni.

Alla ribellione degli Herero la Germania rispose con spietatezza attraverso i metodi sanguinari del generale Lothar Von Trotha: vennero avvelenati pozzi, interi clan vennero spinti verso il deserto dove morirono di fame e sete, oppure altri perirono nei campi di concentramento o sotto i colpi dell’esercito coloniale.

Gli Herero assieme ai Nama riuscirono ad assediare Windhoek, ma il Kaiser Guglielmo II rispose con l’invio di altre truppe, le quali furono fondamentali nella vittoria di Waterberg del 1904 in cui morirono circa 5mila Herero. Tra il 1904 e il 1908 si stima che a causa del genocidio gli Herero passarono da 80mila a 15mila e i Nama da 20mila a 10mila. 

Oggi

Alfredo Hengari, portavoce del presidente della Namibia Hage Geingob, ha dichiarato che il riconoscimento del genocidio da parte della Germania costituisce «il primo passo nella giusta direzione». Nonostante alcuni rappresentanti dei gruppi Herero e Nama abbiano criticato la Germania definendo questa offerta una «trovata pubblicitaria», sembra che i negoziati siano finalmente giunti al termine.

Soprattutto, ora anche altri stati stanno spingendo per avere riparazioni da parte della Germania. Da una parte c’è la Tanzania, la quale ha richiesto alla Germania di rispondere dei crimini compiuti durante la soppressione della rivolta Maji Maji del periodo 1905-1907. Le stime parlano di circa 300mila uccisioni.

Dall’altra parte c’è il Burundi, il quale chiede riparazioni per un totale di 36 miliardi di euro al governo tedesco e belga come risarcimento per il periodo coloniale che ha esacerbato le divisioni fra Hutu e Tutsi causando anni di guerre civili. Berlino inizialmente è apparsa piuttosto sorpresa delle richieste eppure non si poteva pensare di nascondere sotto al tappeto un passato così determinante.

Un capitolo oscuro spesso facilmente dimenticato dai tedeschi, poiché a differenza di Francia e Regno Unito hanno avuto un periodo coloniale più breve ma non per questo facile da archiviare. Invece, in Namibia è ben difficile solo fare una passeggiata per le strade di Windhoek senza incappare in qualcosa di matrice tedesca.

Come può succedere anche ad Asmara in Eritrea, dove dall’architettura ai negozi tutto ricorda il colonialismo fascista italiano. Tuttavia, anche nel nostro paese si avverte un’ostinata rimozione e ignoranza nei confronti del passato coloniale fascista. Già a partire dal secondo dopoguerra quando, dopo lo smantellamento del Ministero dell’Africa Italiana, il governo affidò il lavoro di documentazione e valutazione dell’attività coloniale italiana ad un team di 24 persone, tra cui solo una non era un ex funzionario o governatore coloniale di fede imperialista.

Il prodotto di questa commissione si chiama “L’Italia in Africa” e condizionò notevolmente l’impatto politico e sociale del colonialismo in Italia, in modo parziale e omissivo. Questo atteggiamento per nulla oggettivo spianò la strada ad altre gravi mancanze: come quando nel 1996 nessun rappresentante del governo italiano partecipò al centenario della battaglia di Adua in Etiopia.

Solo l’anno successivo il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro fu il primo capo di Stato italiano a visitare l’Etiopia dal dopoguerra. Oppure, nel 2012, ha fatto notizia in tutto il mondo il sacrario nel comune di Affile dedicato al generale Rodolfo Graziani, definito “il macellaio” e responsabile di crimini di guerra terribili in Africa.

Se è vero che con la Libia la questione è stata risolta nel 2009 con la firma del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione da parte di Berlusconi e Gheddafi, non dovrebbe sorprendere se in futuro seguendo l’esempio della Namibia alcuni paesi come Eritrea, Somalia o Etiopia chiedessero conto delle nefandezze commesse dal nostro ex impero coloniale

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