MURO IN CISGIORDANIA: IL PARERE DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

La Grande Muraglia è stata progettata per proteggere i confini cinesi dagli invasori, il Muro di Berlino per impedire all’Europa Orientale di avere contatti con quella Occidentale e, con l’amministrazione Trump, si è ritornati sulla questione del muro tra Messico e Stati Uniti.

Per capire le ragioni che hanno portato alla costruzione di un muro in Cisgiordania dobbiamo partire dalla Seconda Intifada. Il termine intifada (traducibile come “sollevazione”), è stato utilizzato per indicare le due insurrezioni palestinesi quella del 1987 e quella del 2000, che per intensità e portata si sono distinte dalle altre proteste contro l’occupazione israeliana.

La Seconda Intifada ha sancito la fine all’instabile processo di pace, iniziato nel 1993, tra israeliani e palestinesi e si è distinta dalla precedente per una maggiore carica di violenza sia da parte di Israele, accusato di aver fatto un uso sproporzionato della forza contro i civili, sia, poi, anche da parte palestinese.

Organizzazioni come Hamas, un movimento politico e paramilitare palestinese islamista, sunnita e fondamentalista, misero in atto diversi attacchi suicidi contro i civili nelle città israeliane, a cui gli israeliani risposero con incursioni militari, arresti e uccisioni di presunti terroristi palestinesi. 

Nel marzo 2002 Israele, con l’operazione Scudo Difensivo, rioccupò le principali città palestinesi. Nel giugno dello stesso anno, Israele iniziò la costruzione di un muro in Cisgiordania (oggi lungo quasi 600 km) con lo scopo, dichiarato, di impedire ulteriori attacchi contro la propria popolazione e i territori, compresi quelli occupati nel 1967, nel corso della guerra dei Sei Giorni (l’attuale Cisgiordania, compresa l’intera Gerusalemme, oltre a Gaza, il Golan e il Sinai).

Secondo gli israeliani, il muro avrebbe portato a una diminuzione del 90% degli attacchi terroristici da parte di bombe umane, mentre, per i palestinesi e per diversi organismi sovranazionali e membri della comunità internazionale, la barriera avrebbe violato numerosi diritti della popolazione palestinese.

Il parere della Corte Internazionale di Giustizia

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nel parere del 9 luglio 2004, noto come “Muro in Palestina”, ha ritenuto che la costruzione del muro costituisse una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli e del divieto di annessione con la forza di territori altrui, oltre ad aver violato vari diritti umani e il diritto internazionale umanitario. 

La questione non è meramente giuridica ma ha, anzi, delle importanti ripercussioni geo-politiche. 

La CIG, l’organo giudicante delle Nazioni Unite, istituito a L’Aja nel 1945, si occupa di dirimere le controversie tra gli Stati membri ONU che hanno accettato la sua giurisdizione e rende altresì pareri su questioni giuridiche. Infatti, ai sensi dell’articolo 96 del suo Statuto, l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza possono richiedere una cd. advisory opinion su qualsiasi questione giuridica. 

Questi pareri, seppure non siano dotati di efficacia vincolante per le parti, godono di grande autorevolezza e giocano un ruolo significativo sulla formazione delle regole del diritto internazionale. 

Preoccupata che la costruzione del muro impedisse al popolo palestinese l’esercizio del suo diritto all’autodeterminazione e potesse finire col creare una annessione di fatto, l’Assemblea Generale ha chiesto alla CIG di fornire un parere consultivo sulla seguente domanda: “Quali sono le conseguenze legali derivanti dalla costruzione del muro da parte di Israele, potenza occupante, nel territorio palestinese occupato (…) considerando le regole e i principi del diritto internazionale (…)?”

Dinanzi alla CIG, Israele, nella sua difesa, ha presentato un’argomentazione preliminare basata sulle “mani pulite”, sostenendo che, data la responsabilità palestinese per gli atti di violenza posti in essere contro Israele e la sua popolazione, la Palestina non poteva lamentarsi innanzi alla CIG ed ottenere una forma di riparazione.

La Corte, rigettava tale argomentazione respingendone l’applicabilità alla funzione consultiva in quanto era stata l’Assemblea Generale a richiedere il parere.

La CIG ha poi definito lo status della Palestina e dei territori occupati delineandone la giurisdizione. Secondo la IV Convenzione dell’Aia del 1899 su leggi ed usi della guerra terrestre, un territorio si definisce ‘‘occupato’’ quando si trova sotto l’autorità di un esercito nemico benché in nessun caso l’occupazione militare possa conferire la sovranità dell’area alla potenza occupante. Israele quindi non è nella posizione di poter annettere i territori palestinesi occupati nel 1967, né di espropriare terre o beni immobili, trasferire la popolazione o modificare lo status del territorio.

Ad ogni modo Israele è la potenza occupante dell’area a Est della Linea Verde, ragion per cui in quella zona vi si applicano le norme internazionali che regolano i conflitti armati.

Affrontate tali questioni preliminari, la CIG si è occupata della denunciata violazione dei diritti umani, tra cui il divieto di acquisizione dei territori con la forza e la violazione del principio di autodeterminazione dei popoli.

Per quanto riguarda quest’ultimo, la Corte ritiene la costruzione del muro in violazione del diritto internazionale nella misura in cui essa equivale a un’annessione di fatto. Nonostante le rassicurazioni di Israele riguardo alla temporaneità della costruzione, la CIG ha ravvisato il fondato pericolo di un’alterazione permanente della composizione demografica del territorio occupato.

Per quanto riguarda invece i diritti umani e il diritto umanitario, la CIG ritiene che Israele abbia violato le regole che impongo alla potenza occupante di assicurare una qualità di vita adeguata nel territorio controllato, e l’art. 53 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, che proibisce la distruzione e requisizione della proprietà privata. 

Il muro in Cisgiordania impedisce ai palestinesi la libertà di movimento, garantita dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici del 1966. Quale conseguenza vengono impediti il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione e a un adeguato standard di vita ai sensi della Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, sempre del 1966 e dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989. Infine, la costruzione del muro che separa le comunità dalle loro terre e dalle fonti d’acqua, impedisce altri mezzi di sostentamento e costringe molti palestinesi a lasciare i propri villaggi.

Dopo aver elencato le norme infrante, la Corte si chiede se la necessità militare non possa essere invocata a esclusione dell’illecito internazionale. Tuttavia, nel diritto consuetudinario esistono condizioni rigidamente definite per l’invocazione dello stato di necessità, regole che non sono riscontrabili nel caso di specie. Le violazioni dei diritti civili ed economico-sociali non sarebbero giustificate né nelle finalità né alla luce del principio di proporzionalità. 

Se il muro non può essere giustificato sulla base del principio di necessità, Israele invoca il diritto alla legittima difesa (art. 51 Carta ONU). La Corte tuttavia ritiene irrilevante sia questo articolo sia le risoluzioni 1369 e 1373 del 2001 del Consiglio di Sicurezza poiché, l’aggressione da cui Israele cerca di difendersi non origina da un altro Stato, ma da un territorio che è sotto il suo controllo.

Viceversa, affinché si possa invocare il diritto alla legittima difesa è necessario che gli attacchi terroristici siano il risultato di un’aggressione da parte di un altro Stato e, in ragione di ciò, bisogna tenere in considerazione che l’esistenza di uno Stato palestinese non è ancora stata riconosciuta.

In conclusione la CIG sostiene che Israele non possa basarsi sul diritto alla legittima difesa né sullo stato di necessità per poter giustificare la costruzione del muro che arrecherebbe invece una lunga serie di danni alla popolazione palestinese, e per questo ritiene il muro e il regime associato contrari al diritto internazionale.

La CIG conclude ritenendo che Israele debba porre fine alla costruzione del muro, smantellare le parti costruite nei pressi dei territori palestinesi occupati e rendere inefficaci gli atti legislativi adottati, che riguardano la costruzione del muro e l’istituzione del regime associato.

Ciononostante la costruzione del muro è continuata essendo, come detto, il parere della CIG non vincolante. 

In un rapporto della Commissione dell’ONU sui Diritti Umani, John Dugard, professore di legge sudafricano, ha avvertito che circa 210.000 palestinesi che vivono nell’area tra il muro e Israele non hanno accesso ai servizi sociali né possono recarsi a scuola o a lavoro. Il professore conclude sostenendo che la costruzione del muro produrrà una nuova generazione di rifugiati o di sfollati all’interno del territorio.

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