LE RELAZIONI SINO-EUROPEE SULL’ORLO DEL DECLINO

Il CAI, il Comprehensive Agreement on Investments, è da tempo al centro del dibattito tra Unione Europea e Cina. La sospensione lo scorso mese per volontà di Bruxelles ha però grosse ripercussioni su entrambe le parti.

Lo scorso 20 maggio il Parlamento europeo ha votato la sospensione dei lavori per l’iter legislativo di ratifica del Comprehensive Agreement on Investments (CAI) tra Cina e UE.  

L’accordo, concluso nel dicembre dello scorso anno dopo sette anni di negoziati, mira a stabilire un quadro giuridico coerente per le relazioni di investimento UE-Cina, sostituendo i precedenti 25  trattati bilaterali di investimento (BIT) che la Cina e gli Stati membri dell’UE conclusero prima dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona nel 2009, e conferendo all’UE pieni poteri per la maggior parte delle questioni relative agli investimenti.

 L’importanza del CAI è esemplificata dal fatto che è il primo accordo di investimento autonomo dell’UE che copre sia l’accesso al mercato che la protezione sugli investimenti.  

L’accordo si estende allo sviluppo sostenibile connesso agli investimenti e alle questioni relative alla parità di condizioni, come la trasparenza delle sovvenzioni.  I termini dell’accordo riguarderebbero il divieto del trasferimento forzato di tecnologie da parte delle società dell’UE che si stabiliscono in Cina e misure per disciplinare le imprese statali cinesi per evitare pratiche di concorrenza sleale impedire loro di violare la concorrenza.

 Tuttavia, le recenti accuse di violazioni dei diritti umani nella provincia cinese dello Xinjiang e Hong Kong hanno ostacolato le relazioni sino-europee al punto da congelare la ratifica dell’accordo stesso. 

 L’escalation nelle relazioni tra l’UE e la Cina, che ha visto Pechino e Bruxelles applicare sanzioni economiche ad entrambe le parti e anche verso membri del Parlamento europeo, ha reso chiaro che i tempi per un tale accordo non siano dei migliori.

 Il CAI però avrebbe un enorme peso sulle imprese europee e cinesi. La mancata ratifica manterrebbe ancora in vigore alcune vecchie pratiche svantaggiose per le imprese di entrambi i paesi.

 In primo luogo, gli investimenti europei in Cina continuerebbero ad affrontare diversi vincoli.  La Cina attualmente è in grado di limitare l’accesso al mercato per gli investimenti stranieri come meglio crede. 

Pertanto, al momento, non vi è alcuna garanzia per gli investimenti europei sul territorio cinese, poiché nessun quadro giuridico impedisce a Pechino di bloccarli ne tantomeno è concessa alcun genere di protezione internazionale.  

Al contrario, gli investitori cinesi continuerebbero a portare avanti investimenti diretti esteri  senza restrizioni, poiché l’UE lavora su una politica di principio di apertura degli investimenti nei suoi mercati. In quanto gli investimenti stranieri sono considerati dall’UE come una delle principali fonti di crescita e innovazione.

 In secondo luogo, gli investimenti continuerebbero a svolgere un ruolo diverso in entrambi i paesi dal momento che non sussistono condizioni di parità.  Mentre gli investimenti cinesi in Europa si sono concentrati sulla tecnologia e sull’acquisizione in cerca di mercato, gli IDE europei hanno dato priorità agli investimenti greenfield che creano posti di lavoro.  Il CAI avrebbe promosso circostanze più equilibrate, aprendo così nuove opportunità di lavoro nel continente europeo.

 In terzo luogo, i ritardi nell’accordo manterrebbero alcune delle vecchie pratiche.  Il divieto del trasferimento forzato di tecnologia, una maggiore trasparenza sui sussidi (ma solo nei servizi e non nel settore manifatturiero, cruciale dal punto di vista dell’UE) e la definizione più ampia di impresa statale per abbracciare gli enti provinciali sarebbero ancora un miraggio per il  momento.

 In quarto luogo, le imprese dell’UE continuerebbero ad affrontare restrizioni sul mercato cinese.  Con il CAI, la Cina dovrebbe aprire il suo settore manifatturiero alle aziende dell’UE, e settori come le auto elettriche, la consulenza digitale, i servizi cloud, le energie rinnovabili, le telecomunicazioni, la pubblicità, le costruzioni e i servizi sanitari, sarebbero coperti dall’affare.

 Del resto, nel caso in cui non venissero apportate modifiche alla situazione attuale, la mancata ratifica avrebbe quindi effetti più radicati sulle imprese di entrambi i Paesi oltre che sulle opportunità di lavoro.

 L’arresto del processo di ratifica rappresenta dunque un’ulteriore minaccia per le relazioni sino-europee, riducendo  il potenziale di guadagni finanziari per ambo i lati.

 Secondo i dati Eurostat, durante i primi due mesi del 2021, le esportazioni e le importazioni dell’UE con la Cina hanno registrato una crescita annua rispettivamente del 13,6% e del 9,3%.  

Dal 2008 al 2017 invece, lo stock di Investimenti cinesi nell’UE è aumentato di dieci volte, raggiungendo i 59 miliardi di euro nel 2017. Pertanto, il congelamento della ratifica potrebbe sottolineare alla Cina che l’UE non è più disposta a perseguire compromessi in nome di guadagni.

 Il CAI, pone dunque grandi responsabilità, soprattutto all’Unione Europea.  Supponendo che l’accordo venga scongelato in futuro, in tal caso l’UE potrebbe decidere di ampliare alcune misure autonome, che verrebbero estese anche ad altri Paesi oltre che alla Cina.  

Queste misure potrebbero consistere in un meccanismo rafforzato di controllo degli investimenti, maggiori controlli in materia di diritti umani e negli strumenti anti-coercizione relativi ai sussidi esteri, attualmente in consultazione.  

E’ chiaro che la ratifica del CAI dipende dalla volontà di Pechino nel mostrare alla comunità internazionale la sua apertura alle critiche e a possibili riforme per integrarsi più efficacemente all’interno della comunità globale, sia geopoliticamente che economicamente.

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