DALLA CONDANNA DI RATKO MLADIĆ AL DIFFICILE RAPPORTO DELLA BOSNIA ED ERZEGOVINA CON LA MEMORIA DI SREBRENICA

La condanna definitiva ai danni di Ratko Mladić per i crimini commessi durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, e in particolare per il genocidio di Srebrenica ha generato reazioni contrastanti. Il malcontento delle fazioni serbe più legate al nazionalismo riapre la questione della difficile memoria del genocidio nel paese: un passato con cui ancora non si riescono a fare i conti. 

La conferma della condanna all’ergastolo di Ratko Mladić per i crimini commessi durante il conflitto in Bosnia ed Erzegovina, con particolare riferimento al genocidio di Srebrenica, non può che indurre ad una nuova riflessione sull’importanza della giustizia di transizione ma anche e soprattutto sul difficile rapporto del paese con la memoria del genocidio.

La sentenza ai danni dell’ex generale è stata accolta in maniera estremamente positiva da parte dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime; la conferma della pena è infatti un passaggio particolarmente importante per chi è stato coinvolto in quella tragica storia. Chiude un cerchio, pone la parola FINE, per quanto possibile, sulla vicenda. 

Ma l’importanza della sentenza Mladić non si limita alle famiglie delle vittime, si estende a tutta la Bosnia ed Erzegovina ed aggiunge un tassello alla ricostruzione storica del genocidio fornendo una prova in più contro coloro che ancora negano l’accaduto

Benché siano passati più di venticinque anni dal conflitto, infatti, la memoria di quanto accadde a Srebrenica è ancora divisa; tanto che alla soddisfazione di alcuni si è accompagnato il rammarico di altri, tra cui diversi giornali estremisti che hanno inneggiato a Mladić come “eroe serbo” accusando il tribunale internazionale di giustizia selettiva o addirittura, di ingiustizia come affermato dal Presidente Serbo Aleksandar Vucić

LA NEGAZIONE DEL GENOCIDIO 

La difficoltà di costruire una memoria comune su quanto avvenne non è un fenomeno nuovo.

Benché la Corte internazionale di giustizia nel 2007 abbia categorizzato i fatti di Srebrenica come genocidio alla luce del fatto che la finalità del massacro fosse quella di sterminare i bosgnacchi, e nonostante da quel momento in poi molte sentenze siano state emesse, e molti uomini incriminati per le loro responsabilità; ancora oggi c’è chi non riconosce quei crimini. 

In questi anni sono stati molti i personaggi che hanno negato o ridimensionato il genocidio. Da leader politici locali come Mladen Grujičić, sindaco di Srebrenica a Milorad Dodik, il membro serbo della presidenza della Bosnia ed Erzegovina fino ad arrivare a persone di fama internazionale come Noam Chomsky che ha più volte sottolineato il suo distacco dall’idea che quanto avvenuto a Srebrenica fosse un genocidio.

Chi nega il genocidio, spesso lo fa ridimensionando il numero delle vittime o affermando che le vittime non erano civili, minimizzando quanto avvenuto attraverso l’utilizzo di parole improprie che non contemplino il concetto di genocidio, sostenendo che gli avvenimenti di Srebrenica siano stati gonfiati per screditare il popolo serbo.

Dodik, ad esempio, ha più volte utilizzato parole come “mito” riferendosi al genocidio, sostenendo che il tutto fosse stato messo in piedi con il preciso scopo di demonizzare i serbi

Insomma, ricordare Srebrenica è un’impresa complicata, una complicazione testimoniata anche dalle difficoltà nel creare degli spazi architettonici in memoria del crimine. L’esempio più lampante è il memoriale di Srebrenica-Potočari, il monumento situato in Repubblica Srpska, la parte del paese che con gli accordi di Dayton è stata attribuita alla popolazione di etnia serba. Il memoriale è composto da un cimitero di 8000 lapidi bianche e dal capannone dove alloggiavano le truppe Olandesi incaricate di proteggere i civili; lì, come sostiene Francesco Mazzucchelli nel suo articolo “Semiotiche dei confini e narrative spaziali della memoria in Bosnia Erzegovina: monumenti, musei, città”: “molte aree del capannone sono ancora in attesa di una memorializzazione”.

DA COSA DERIVA IL DIFFICILE RAPPORTO CON LA MEMORIA? 

Gli avvenimenti di Srebrenica sono stati una pagina tragica per il mondo intero. 

L’11 Luglio 1995, circa 8000 civili bosgnacchi (bosniaci musulmani) furono trucidati in quella che due anni prima era stata definita “zona protetta” dalle Nazioni Unite. Molti Bosniaci musulmani si erano rifugiati lì, e invece, proprio il luogo che avrebbe dovuto salvarli divenne teatro di uno dei più efferati crimini contro l’Umanità del ‘900.

La comunità internazionale per prima si trovò a dover fare i conti, faticosamente, con un difficile fardello, la memoria di un evento che aveva messo davanti agli occhi di tutti  l’impreparazione e l’incapacità degli organi internazionali di portare a compimento la propria missione. 

In Bosnia poi, la divisione etnica che ancora padroneggia e la difficoltà di fare i conti con un passato forse troppo vicino, forse troppo doloroso, continuano a portare discordia sulla memoria di crimini come quello di Srebrenica. 

Ancora, purtroppo, molte frange della società sono fossilizzate su un pensiero escludente, che ragiona per etnie e non riesce a separare le responsabilità individuali da quelle di un intero popolo; perché Mladić, Karadzić, Miloŝević sono responsabili del genocidio, non i Serbi di Bosnia. 

Ricordare è importante, trovare una conciliazione sulla memoria e restituire un’oggettività alla storia è importante, perché senza una pacificazione sul passato, difficilmente la Bosnia ed Erzegovina riuscirà a trovare una strada per il futuro, e lasciare l’interpretazione della storia alla mercé di chiunque rischia di lasciare spazio a chi la manipola in nome dei propri scopi. 

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