I TUNISINI NON SI ARRENDONO: NUOVE PROTESTE CONTRO LA POLIZIA

I tunisini tornano in strada per protestare contro le violenze delle forze dell’ordine nelle aree periferiche di Tunisi. 

Gli scontri sarebbero scoppiati in seguito alla diffusione di un video che mostra la polizia spogliare e picchiare brutalmente un giovane nel distretto di Sidi Hassine.L’uomo, dopo essere stato fermato dalla polizia con l’accusa di spaccio di droga, è morto martedì in circostanze poco chiare.

Alle violenze sono seguiti tre giorni di scontri guidati da attivisti, intellettuali e residenti dei quartieri popolari che si sono radunati davanti al ministero degli interni. Le proteste hanno raggiunto diversi momenti di tensione che la polizia avrebbe cercato di reprimere attraverso l’uso di gas lacrimogeni.

La Lega tunisina per i diritti umani (LTDH) ha, in seguito, denunciato le violenze subite dai cittadini durante la manifestazione accusando il primo ministro Hichem Mechichi.

Tuttavia Mechichi ha negato le accuse 

Gli agenti di polizia coinvolti nell’incidente sono stati arrestati e il primo ministro ha ribadito il suo dissenso sull’incidente definendolo “scioccante e inaccettabile”.  La vicenda ha riportato l’attenzione sulla morte di Omar Laabidi, un tifoso del Club Africain di soli diciannove anni, che è morto nel 2018 dopo essere stato arrestato.

Tra i manifestanti erano presenti, oltre alla madre di Laabidi, i genitori di altri tre ragazzi che sarebbero morti nelle mani della polizia in circostanze misteriose negli ultimi tre anni. 

Le aspettative disilluse della “Rivoluzione dei gelsomini”.

L’Alta Commissione indipendente per i diritti umani della Tunisia ha definito l’incidente rischioso in quanto mina “la fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni”. 

Il rapporto tra i tunisini e le istituzioni, del resto, vive una crisi lunghissima che continua a lacerare la ferita aperta dalla “Rivoluzione dei gelsomini” nel 2011.

Dalla rivoluzione, che ha posto fine al ventennio di Ben Alì, sulla Tunisia erano state riposte molte aspettative sulla possibilità di una reale svolta democratica. Tuttavia il suo percorso di transizione si scontra con le contraddizioni politico-sociali, la corruzione, le tensioni culturali e i forti limiti strutturali. 

L’iniziale entusiasmo sul progetto democratico tunisino era in parte giustificato dal successo della sua nuova Costituzione che è stata adottata, nel 2014, con un largo consenso e aveva visto la collaborazione sinergica di tutte le forze in campo. 

Il vuoto incolmabile della Corte costituzionale.

Tuttavia questi primi successi hanno incontrato una brusca battuta d’arresto e le istituzioni non sono riuscite a portare avanti gli ambiziosi progetti costituzionali.

Tra questi il ritardo nell’adozione delle leggi istitutive per la nomina del Consiglio superiore della Magistratura e della Corte costituzionale che, secondo l’art 148 della Costituzione, doveva avvenire rispettivamente entro 6 e 12 mesi dall’elezione del nuovo Governo. 

È chiaro che questo vuoto nell’apparato istituzionale ha pesanti conseguenze sul piano politico, giuridico e sociale.  Sono presenti in Tunisia, infatti, diverse leggi contrastanti con la Costituzione e il rispetto dei diritti umani. Un esempio è la libertà di espressione: l’articolo 67 del codice penale punisce chiunque sia considerato colpevole di aver “insultato il capo dello stato” con un massimo di tre anni di carcere. Tra le norme più discusse troviamo inoltre l’art. 230 cc che criminalizza la sodomia e i rapporti omossessuali consenzienti. 

L’assenza della Corte costituzionale consente la sopravvivenza di tutte quelle leggi repressive legate al passato tunisino di Ben Alì che impediscono la reale modernizzazione delle istituzioni. 

La svolta democratica ancora possibile.

Questo aspetto è aggravato dalla corruzione endemica e dal fatto che i funzionari del governo spesso restano impuniti per i loro reati.

Nonostante infatti nel 2011 siano stati approvati diversi organismi indipendenti con il fine di combattere la corruzione, molti non sono stati ancora istituiti a causa delle risorse umane e finanziarie insufficienti. 

Tuttavia, nell’ottobre 2019, la Tunisia è stata rimossa dalla lista nera della Financial Action Task Force, che indica i Paesi non cooperativi nella lotta globale contro la corruzione e il terrorismo. 

Un segnale positivo di fronte all’impegno del Paese nel proseguire questo percorso difficile e, forse, irreversibile anche grazie all’instancabile partecipazione dei tunisini che da dieci anni continuano a lottare per il cambiamento.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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