HONG KONG E’ IN COMA, O QUASI

Anche quest’anno agli abitanti di Hong Kong è stata vietata la commemorazione della strage di piazza Tiananmen. La situazione lascia ben pochi dubbi: la morsa del governo di Pechino intorno al Porto Profumato è sempre più serrata. 

Sono trascorsi ben trentadue anni dal massacro di piazza Tienanmen. Non esiste un bilancio ufficiale del numero delle vittime, ma si stima che abbiano perso la vita centinaia o forse migliaia di persone, tra cui moltissimi studenti universitari. Nella Repubblica Popolare è proibito anche solo accennare all’accaduto, ma a Macao e a Hong Kong, essendo regioni amministrative speciali, era permesso organizzare una veglia, naturalmente sotto sorveglianza della polizia. Con l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, avvenuta il 1° luglio del 2020, Hong Kong ha perso questa libertà.

Difatti, per la seconda volta consecutiva, i viali alberati del Victoria Park (blindato proprio per quell’occasione) non sono stati illuminati dalle luci delle fiaccole delle migliaia di manifestanti che solevano riunirsi lì per commemorare la strage. Nonostante tutto, anche quest’anno gli hongkonger hanno provato a scendere in piazza, ma senza successo: sono stati registrati sei arresti ufficiali da parte della polizia, tra cui figura Chow Hang Tung, la vicepresidente dell’Alleanza di Hong Kong, un’organizzazione democratica che si occupa di supportare e riabilitare i movimenti democratici cinesi e di mediare con il governo per liberare i dissidenti politici incarcerati. 

Un paese, due sistemi

Tra il 30 giugno e il 1° luglio del 2020, il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del Popolo, l’organo legislativo principale presente in Cina, ha firmato ed emanato la legge sulla sicurezza nazionale sul territorio di Hong Kong. Si è trattato di una svolta storica notevole, poiché ha modificato gli equilibri preesistenti tra la Repubblica popolare e l’ex colonia britannica interamente costruiti sulla formula one country, two systems, “un paese, due sistemi”.

Questa formula è stata coniata nel 1979 dall’allora leader del Partito Comunista cinese Deng Xiaoping per indicare la soluzione politica da lui proposta durante le trattative con la premier inglese Margaret Thatcher; queste trattative si conclusero nel 1984 con la restituzione dell’area amministrativa del Porto Profumato (all’epoca ancora colonia britannica) alla Cina.[1] Essa è successivamente divenuta un principio della Costituzione della RPC per disciplinare la governance dei territori di Hong Kong e Macao, definendole regioni ad amministrazione speciale.

Nel concreto, “un paese, due sistemi” significava che, da un lato, la Cina si sarebbe affermata come un unico soggetto politico; dall’altro, all’interno di quest’unica sovranità, sarebbe stata concessa l’esistenza di aree amministrative con ordinamenti istituzionali e sistemi economici, legali e finanziari differenti e indipendenti da quelli della Repubblica Popolare.

In sintesi: un solo stato sovrano con diverse realtà amministrative al suo interno. Hong Kong, quindi, avrebbe potuto gestire autonomamente i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, il suo status di porto franco e il suo sistema socioeconomico in vigore.[2]

La Cina, d’altro canto, si sarebbe occupata della politica estera e della difesa. Oggi, però, questo sistema risulta essere problematico perché, trovandosi alla periferia marittima del paese, l’ex colonia britannica espone il fianco agli avversari del Regno di Mezzo (primo fra tutti gli Stati Uniti), mostrando tutte le criticità di un paese vasto e pieno di contraddizioni che Xi fa fatica a contenere e che l’impianto programmatico del “Sogno cinese” ha intenzione di risolvere applicando una strategia di lungo periodo.

Perché Hong Kong è utile alla Repubblica Popolare?

Come è stato scritto nel paragrafo precedente, Hong Kong è una periferia dello stato cinese, esattamente come la regione dello Xinjiang a nord-ovest, confinante con il Pakistan, l’Afghanistan, il Tagikistan, il Kirghizistan e il Kazakistan. L’area amministrativa è situata nel Mar Cinese meridionale, un territorio ampiamente conteso tra Cina, Filippine, Giappone, Vietnam e, soprattutto, Stati Uniti che permetterebbe al governo di Pechino di espandersi nell’Oceano Pacifico

Il Porto Profumato vanta anche un ruolo sistemico nel quadro geoeconomico cinese: si tratta di uno dei maggiori centri finanziari internazionali dopo Pechino e Shanghai, con Shenzhen come appendice minore. Questo quadro geoeconomico configura un triangolo a tre vertici, all’interno del quale Pechino, Shanghai e Hong Kong svolgono tre ruoli ben distinti: Pechino è il vertice politico, la sede del Partito Comunista e la capitale politica del paese; è anche la sede delle maggiori istituzioni economico-finanziarie. 

Vi sono situati, difatti, il Ministero delle Finanze con annessa Banca Centrale, la Commissione di regolazione bancaria, la Commissione per la regolazione del mercato assicurativo e l’amministrazione statale per la gestione della valuta estera.

Shanghai rappresenta il ganglio commerciale interno, in cui vengono testati i nuovi prodotti finanziari applicati a segmenti di mercato prioritari per il Partito Comunista, i cui modelli sono poi estesi al resto del paese. Hong Kong il mercato finanziario off-shore, la cui semi-extraterritorialità è essenziale all’assolvimento di questo ruolo.

Le aziende cinesi, infatti, si servono di Hong Kong come piattaforma per l’accumulo di capitale e per l’indirizzamento dei flussi d’investimento verso l’estero.

La conquista e la riunificazione di Taiwan alla Repubblica Popolare, inoltre, rientrano nell’impianto programmatico del “Sogno cinese” e Hong Kong costituisce l’ultimo baluardo culturale e territoriale verso l’annessione dell’isola irredenta. Ecco perché la Cina, tramite la legge sulla sicurezza nazionale, sta tentando in tutti i modi di sopprimere i tentativi di ribellione del popolo hongkonghese nei confronti del governo di Pechino: non mostrare lealtà verso il Partito Comunista significa automaticamente perdita di stabilità interna agli occhi del leader supremo, il quale, insieme al governo cinese, non può permettersi  di perdere consensi non può mostrare ulteriori criticità ai nemici, primi tra tutti gli Stati Uniti.


[1] Cfr Sabatini M., Santangelo P., Storia della Cina, Roma, Editori Laterza, 2019, pagg.640-641

[2] Cfr Samarani G., La Cina contemporanea. Dalla fine dell’impero a oggi, Torino, Einaudi, 2017, pagg.491-492

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