LA QUESTIONE DEL VELO ISLAMICO ALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI UMANI

Negli ultimi decenni la questione del velo islamico ha provocato un acceso dibattito a livello europeo e la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) si è spesso pronunciata sulla questione e sulle potenziali violazioni del diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione che ne deriverebbero. Limitare l’uso del velo tutela o viola i diritti delle donne musulmane?

Lo scorso aprile, il senato francese ha votato a favore di un disegno di legge “anti-separatismo” che proibirebbe l’utilizzo del velo islamico, e in particolare dell’hijab – ossia il velo che copre la testa e il collo lasciando scoperto il viso – alle ragazze di età inferiore ai 18 anni negli spazi pubblici e durante le competizioni sportive.

All’origine di questa proposta dei senatori francesi, l’idea secondo cui il velo islamico non sarebbe solamente un simbolo dell’integralismo islamismo che “rischia di minacciare l’unità della nazione” e i valori occidentali ma indicherebbe anche “una presunta inferiorità della donna rispetto all’uomo”, dipingendola come una figura oppressa dai propri familiari di sesso maschile.

La decisione è stata da subito criticata da numerose giovani donne musulmane che ritengono il loro diritto alla libertà di religione violato e il disegno di legge proposto dai senatori un vero e proprio atto di discriminazione che pregiudica il diritto al rispetto della vita privata. Migliaia di donne e attivisti per i diritti umani sono scesi in strada per protestare contro il DDL e hanno dato il via a campagne sui social media. 

L’acceso dibattito sull’uso del velo islamico in Europa 

L’uso di simboli religiosi in pubblico è da decenni oggetto di accesi dibattiti e polemiche in Francia, un Paese fermamente laico e sede della più grande minoranza musulmana d’Europa, che ha proibito nel 2004 l’utilizzo del velo islamico in tutte le scuole statali e nel 2010 quello del niqab – che copre interamente la figura femminile lasciandone visibili gli occhi. Nonostante ciò, la questione del velo negli spazi pubblici non può essere rilegata alla sola nazione francese. 

Attualmente infatti, nel contesto europeo, sono in atto limitazioni sull’uso del velo anche in Austria, Bulgaria, Belgio, Danimarca, Italia, Norvegia, Paesi Bassi e Svizzera. Questi Paesi hanno spesso giustificato le leggi che limitano l’uso del velo islamico sulla base del fatto che, oltre ad essere chiaramente riconoscibili nei luoghi pubblici, le donne musulmane sarebbero meno esposte ad atti di razzismo ed oppressione.

Non sono tuttavia mancate le critiche di giuristi, attivisti per i diritti umani e sociologi. La sociologa francese Christine Delphy ha più volte sottolineato come le leggi che limitano l’utilizzo del velo islamico in pubblico conducano in realtà a un risultato opposto a quello auspicato dai governi, ossia contribuirebbero ad escludere ulteriormente le donne musulmane dalla partecipazione alla vita pubblica e non minerebbero in alcun modo il sistema patriarcale all’interno delle mura domestiche, dove le donne sono troppo spesso vittime di violenza.

Ma quali sono i limiti che lo Stato può porre alla libertà religiosa degli individui e alle sue manifestazioni? Limitare l’uso del velo tutela o viola i diritti delle donne musulmane? Queste sono solo alcune delle domande a cui la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha cercato di dare delle risposte negli ultimi vent’anni in numerosi casi, di cui si riportano di seguito alcuni esempi. 

La giurisprudenza della CEDU in materia di velo islamico 

Il primo caso in cui la CEDU si è pronunciata sull’uso del velo islamico risale al 15 gennaio 2001. Nel caso Dalhab v Svizzera, la ricorrente – un’insegnante di una scuola primaria da poco tempo convertitasi all’Islam – fece appello all’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti Umani (libertà di pensiero, coscienza e religione) dopo aver ricevuto l’ordine di non indossare il velo in classe da parte del Direttore generale della pubblica istruzione.

In assenza di specifiche norme comunitarie che regolamentassero l’uso del velo e il conseguente riconoscimento di un ampio margine d’apprezzamento in capo alla Svizzera, la Corte ritenne che il divieto di indossare il velo islamico a scuola imposto alla ricorrente fosse giustificato e proporzionato non solo al fine di tutelare i diritti e le libertà dei giovani studenti facilmente influenzabili ed evitare lo sviluppo del proselitismo, ma anche in quanto simbolo imposto alle donne da un precetto coranico discriminatorio tra i due sessi non in linea con i principi che ogni insegnante dovrebbe trasmettere ai propri allievi. In conclusione, secondo la Corte, la Svizzera non ha violato l’articolo 9 della CEDU.

Le ragioni addotte nella sentenza Dahlab v. Svizzera sono state riprese dalla Corte nel 2006, nel caso Köse c. Turchia. Affidandosi ancora una volta alla dottrina del margine di apprezzamento, la Corte stabilì che l’utilizzo del velo islamico può ammontare ad un atto di pressione ed esclusione, minando in questo modo i principi cardine della cultura occidentale come pluralismo e libertà. 

Un’altra sentenza cardine della CEDU sulla questione del velo islamico che risale al 2014. In S.A.S. v Francia, la Corte ritenne che la legge francese dell’11 ottobre 2010 che proibisce l’occultamento del volto negli spazi pubblici non determina una violazione della Convenzione.

Nel caso di specie, la ricorrente – una cittadina francese di religione islamica che era solita indossare il velo integrale in pubblico – aveva impugnato la legge del 2010 ritenendola discriminatoria. Sebbene i giudici della Corte avessero riconosciuto tre ragioni alla base dell’adozione della legge restrittiva da parte della Francia – sicurezza pubblica, uguaglianza di genere e armonia sociale – solamente il terzo motivo venne accolto, sottolineando come la centralità e l’importanza del “vivre ensemble” possa legittimare l’imposizione di restrizioni sull’utilizzo del velo islamico.

Un ultimo caso studio riguarda il caso Belcacemi e Oussar v. Belgio, portato davanti alla Corte di Strasburgo da due donne entrambe residenti a Liegi – Samia Belcacemi e Yamina Oussa –  a seguito della legge belga del 1 Giugno 2011 che vietava l’utilizzo del velo islamico in luoghi pubblici.

Balacemi aveva inizialmente deciso di continuare ad indossare il velo come manifestazione della sua fede religiosa ma poi, temendo la possibilità di essere sanzionata o addirittura incarcerata, si era vista costretta a conformarsi alla nuova legge. Oussa, invece, era rimasta confinata in casa con conseguenze sia per la sua vita privata sia sociale.

Nel caso in esame, la Corte non individuò alcuna violazione degli articoli 8 (diritto al rispetto per la vita famigliare e privata), dell’articolo 9 (libertà di pensiero, coscienza e religione) e dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione. Infatti, riconoscendo il margine d’apprezzamento nell’adempiere agli obblighi derivanti dall’articolo 8, i giudici sottolinearono come la legge adottata dal Belgio avesse il chiaro obiettivo di favorire la “convivenza civile” all’interno della società, giustificando il divieto. 

Conclusioni 

L’analisi di questi casi e delle rispettive sentenze dimostra come la questione del velo islamico di fronte alla CEDU sia particolarmente complessa da analizzare, tanto che la posizione della Corte nei confronti del velo e del suo significato intrinseco e simbolico è mutata nel corso degli anni.

Tuttavia, sono sempre più frequenti i casi in cui i giudici della Corte di Strasburgo sono tenuti a fornire una risposta bilanciata, oggettiva e imparziale sia nel rispetto del multiculturalismo e dei diritti delle donne islamiche per cui indossare il velo è una manifestazione delle loro credenze religiose ma, al contempo, sia nella salvaguardia di valori alla base delle democrazie occidentali.

Le recenti e future leggi adottate in vari Paesi membri del Consiglio d’Europa in materia di velo islamico contribuiranno sicuramente ad un ulteriore sviluppo della giurisprudenza della Corte nel caso in cui venissero impugnate e portate davanti ai giudici di Strasburgo per la loro natura discriminatoria e in violazione del diritto delle donne islamiche a manifestare apertamente e volontariamente la propria fede religiosa.  

Bibliografia:

Susanna Mancini, “Patriarchy as the exclusive domain of the other: The veil controversy, false projection and cultural racism”, International Journal of Constitutional Law, 2012, Vol. 10 No.2, pp. 411–428, Oxford University Press and New York University School of Law.

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