LA CONVENIENTE POLITICA MIGRATORIA POLACCA

La Polonia, Stato del gruppo Visegard, da anni si oppone ad una redistribuzione obbligatoria dei migranti mediterranei e contemporaneamente incentiva l’ingresso di manodopera ucraina a basso costo.

La grande crisi migratoria che da ormai un decennio è, a fasi alterne, tema principale delle discussioni governative nella maggior parte dei Paesi europei, ha messo in evidenza i punti deboli di un sistema, quello basato sul voto all’unanimità all’interno del Consiglio europeo, che necessita di essere superato definitivamente.

Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca sono i tre grandi ostacoli che portano a rallentamenti continui nell’elaborazione di soluzioni efficaci da parte dell’Unione Europea, a causa delle loro visioni totalmente contrapposte all’accoglienza dei migranti che sbarcano sulle coste europee. Proprio per questo, nell’Aprile 2020, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha sanzionato i tre Stati per “violazione delle norme UE in materia di ricollocamento”. 

Il caso della Polonia è molto interessante

L’approccio polacco alle migrazioni in entrata appare alquanto selettivo, favorendo la manodopera a basso costo ucraina e rifiutando ogni tipo di ricollocamento obbligatorio dei migranti mediterranei. 

Negli ultimi anni la Polonia ha visto un enorme afflusso di cittadini con annesso rilascio di permessi di residenza: le stime eurostat del 2019 riportano più di 720.000 nuovi “first residence permits” di cui l’86.3% sono per motivi lavorativi. Nel 2017 un portavoce dell’Ufficio Stranieri polacco affermava, in una intervista ad un quotidiano, che “il crollo nelle richieste di protezione internazionale sarebbe una conseguenza della politica del governo orientata a “sigillare” le frontiere polacche”.

A distanza di due anni, lo studio dell’eurostat già riportato indica come le frontiere polacche risultano “chiuse” solo per una categoria di migranti: quelli delle coste greche, italiane e della rotta balcanica. Nel 2016, nel pieno della crisi migratoria, il Primo Ministro dichiaròche la questione mediterranea non era priorità del suo governo in quanto la Polonia era già impegnata nell’accoglienza dei rifugiati provenienti dall’Ucraina a seguito del conflitto iniziato nel 2014. La realtà era un’altra: nel 2016, in Polonia, ci sono state solo 8860 richieste d’asilo, 7435 dalla Russia, 830 dal Tajikistan e 595 dall’Ucraina; sono 65mila, invece, gli ucraini che hanno ottenuto il permesso di residenza per motivi lavorativi.

Da questi dati è chiaro come la Polonia favorisca le migrazioni che le garantiscano manodopera a basso prezzo (quella ucraina), utilizzando il pretesto emergenziale (non giustificato dai numeri) per rigettare qualsiasi ipotesi di intesa riguardo i migranti mediterranei che la coinvolga in prima persona.

Nel 2019, in una bozza del Governo polacco, veniva specificato quali fossero i criteri perché un migrante venisse considerato “favoured” (favorito/privilegiato). Si parlava di classificazione etica e religiosa, con in cima i polacchi migrati dopo la caduta del muro di Berlino, per poi passare alle famiglie polacche che si ritrovarono fuori dai confini dello Stato dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Ucraini, i Bielorussi e i cittadini di tutti gli ex Stati sovietici.

Inutile specificare come, al gradino più basso di questa catena gerarchica di “accettabilità” dei migranti, ci fossero i soggetti sottoposti a politiche di integrazione e assimilazione, quindi appartenenti alla tratta mediterranea o balcanica. Il ranking venne stabilito, come già detto, a partire da criteri religiosi, linguistici e culturali che fossero più simili a quelli polacchi. 

L’atteggiamento della Polonia è allineato alla tradizione est europea, ormai più che decennale, di alzare muri e barriere, fisiche e istituzionali, di fronte le migrazioni di massa. Le prime, quelle fisiche, a partire dal 2015 si diffusero a macchina d’olio nell’area Visegard: a giugno, l’Ungheria inaugurò un muro al confine con la Serbia lungo 175 chilometri e alto 4 metri a causa dell’enorme flusso migratorio di cittadini serbi avvenuto nel 2014; ad agosto, anche l’Estonia progettò una recinzione al confine con la Russia lunga 70 chilometri, insieme alla Bulgaria lungo i 160 chilometri di confine con la Turchia. Nell’ottobre del 2015 l’Ungheria decise di chiudere il confine con la Croazia per la lunghezza record di 348 chilometri. A novembre, anche la Macedonia chiuse il confine con la Grecia. 

Contemporaneamente, l’opposizione nelle sedi istituzionali europee ha costituito l’ennesimo ostacolo dei Paesi Visegard alla questione mediterranea: la riforma dei Regolamenti di Berlino è stata ripetutamente rigettata dagli stessi, fortemente contrari alla redistribuzione obbligatoria dei migranti sbarcati sulle coste europee, attualmente iniqua e svantaggiosa per gli Stati di frontiera. Il potere di veto all’interno del consiglio europeo costituì il grande problema, che frenò l’intervento europeo in materia. 

Se, da una parte, la Polonia sprona e incentiva i flussi migratori ucraini, che costituiscono manodopera a basso costo e, quindi, linfa vitale per il mercato del lavoro polacco, dall’altra, la stessa, si oppone a spada tratta a qualsiasi risoluzione complessiva della questione mediterranea che possa portare ad un afflusso di africani e asiatici nel proprio territorio, con diversa cultura e religione. 

Una politica che crea migranti di serie A, quindi voluti e accolti, e migranti di serie B, respinti e rifiutati

In conclusione, si può ritenere che il ruolo dell’Unione Europea sia, ora come non mai, fondamentale nella risoluzione di questa tematica: attualmente, senza la collaborazione del gruppo Visegard, la tanto sperata revisione dei Regolamenti di Berlino appare utopica, almeno in un’ottica di definitivo efficientamento delle politiche migratorie europee e non dell’ennesima riforma “tappa buco”.

Alla luce di ciò, sarebbe auspicabile un superamento del criterio dell’unanimità in favore di un principio basato su un maggior esercizio del potere decisionale in capo alle istituzioni europee: solo così il fenomeno migratorio potrà essere equamente gestito da tutti i Paesi membri. 

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