GLI STATI UNITI IN EUROPA CONTRO LA CINA: MARTE PROVA A SEDURRE VENERE

Il primo viaggio internazionale del presidente degli Stati Uniti Joe Biden testimonia la consapevolezza della nuova amministrazione sull’insostenibilità dell’approccio da nuova guerra fredda propugnato dall’esecutivo Trump. Ma non cambierà l’approccio conflittuale verso l’Impero del Centro, nè la traiettoria strategica americana sarà stravolta.

1. Nella cinque giorni (11-15 giugno) della campagna europea di Joe Biden, tra foto di rito, colpi di gomito e sorrisi tra i leader delle 7 economie più avanzate del pianeta e tra i capi di Stato e di governo dei 30 membri dell’Alleanza Atlantica per la ritrovata voce ecumenica degli Stati Uniti, con Biden che ha definito un “sacro obbligo” l’art. 5 del Trattato di Washington, dietro le quinte non sono mancate le divisioni geopolitiche in seno all’Occidente. 

Usa, Regno Unito (Uk) e Francia hanno litigato sulla questione irlandese, su dove porre – sul Mar d’Irlanda, nell’isola celtica o sulla Manica – il confine doganale tra Ue e Uk. Ma l’elefante nella stanza è stata la Cina. La Repubblica Popolare (Rpc) è entrata come elemento dirimente in tutti i dossier affrontati in sede di G7. Di più. Per la prima volta, è stata al centro delle discussioni al vertice della Nato a Bruxelles.

Definita espressamente come “sfida sistemica all’ordine liberale internazionale basato sulle regole e per le aree rilevanti per la sicurezza dell’alleanza” nel comunicato finale del Consiglio Atlantico. Minaccia alla superiorità cibernetica, tecnologica e spaziale occidentale e alla sicurezza militare atlantica, a causa delle sue manovre ibride, della modernizzazione navale e del suo arsenale nucleare e missilistico. 

Le nazioni del G7 si sono impegnate a preservare la “pace e la stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan” e Pechino è stata attaccata sul piano dei diritti umani, provocandone la rabbiosa reazione culminata nell’invio di 28 aerei da guerra sopra i cieli di Formosa. Tema sul quale si è registrata una spaccatura tra il fronte angloamericano (Usa, Uk, Canada) e quello europeo, più titubante a citare espressamente la Cina nel comunicato finale del G7 come associata alle violazioni dei diritti umani ad Hong Kong e in Xinjiang. 

Quanto alla Nato, gli Usa desiderano arruolare l’“alleanza più potente e vincente della storia”, come l’ha definita il premier italiano Mario Draghi, nel contenimento marittimo, geoeconomico e tecnologico del Dragone. In particolare, coinvolgendo le principali potenze industriali e militari del Vecchio Continente: Francia, Germania e Italia, oltre al Regno Unito.

Questi paesi dovranno sviluppare legami più intensi con le democrazie dell’Indo-Pacifico (Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, India), impegnandosi nella protezione delle infrastrutture critiche e cibernetiche (cavi sottomarini, telecomunicazioni, ecc.) e nella costruzione di catene di approvvigionamento a prova di Cina in settori strategici (terre rare, semiconduttori, forniture mediche, tecnologie verdi). Vasto programma.

Più difficile sarà invece ottenerne una strutturata partecipazione nella manutenzione militare dell’ordine regionale indo-pacifico, minacciato dall’assertività revisionista incrementale cinese tesa a mutare gradualmente lo status quo e la stabilità nei mari cinesi e intorno a Taiwan.

Tema sul quale, soprattutto Germania e Francia, non intendono aderire a blocchi militarizzati contro Pechino. Anche se l’Esagono, al pari di Londra, già partecipa alle esercitazioni navali e alle operazioni di libertà di navigazione (Fonop) nell’Indo-Pacifico, dove conserva coriandoli del suo impero oceanico. 

2. Lo scopo tattico del primo viaggio all’estero di Biden è stato duplice: segnare una netta discontinuità con la pungente comunicazione nazionalista e protezionista trumpiana e compattare il fronte delle democrazie nella sfida lanciata dalle autocrazie raffigurate in Cina e Russia, anche in vista del vertice a due del 16 giungo con Vladimir Putin a Ginevra, dove sono state ribadite le reciproche linee rosse (ingerenze politiche e attacchi cibernetici per gli americani; non ingresso dell’Ucraina nella Nato per i russi) e articolate le aree di possibile anche se difficile convergenza (controllo degli armamenti, sicurezza afghana, ristabilimento delle relazioni diplomatiche). 

In questi primi mesi di gestione Biden, la retorica idealista ha avuto i suoi primi effetti. Secondo il Pew Research Center, le opinioni positive verso gli Usa sono quasi raddoppiate, da una mediana del 34% ad una del 62%, in una dozzina di paesi con significavi margini di aumento percentuale a due cifre in Francia, Giappone, Germania e Italia. Gli Usa hanno poi ottenuto successi tattici come il congelamento della ratifica dell’Accordo sugli investimenti Ue-Cina, fortemente promosso da Berlino, in seguito alle sanzioni euro-atlantiche applicate a Pechino per l’assimilazione forzata degli uiguri musulmani del Xinjiang. 

3. La missione bideniana riflette la posta in gioco nella competizione sino-statunitense: il confronto tra democrazia e autocrazia per dimostrare quale sistema di governo, di interessi e di valori scriverà le regole del commercio e delle tecnologie disruptive dual use della nuova rivoluzione industriale (intelligenza artificiale, big data, ipersonica, computazione quantistica, 5G).

Quale sarà il più adatto ed efficace ad affrontare le sfide globali del 21° secolo: cambiamento climatico e reindustrializzazione nei paesi occidentali; competizione geoeconomica per materie prime e risorse scarse e conseguente tendenza alla nazionalizzazione/diversificazione delle catene di approvvigionamento critiche; regolamentazione e tassazione delle aziende multinazionali; cooperazione anti-pandemie; sicurezza cibernetica e competizione tecnologica. Temi che informeranno anche l’agenda globale 2030 della Nato e il prossimo concetto strategico che verrà adottato nel 2022. 

Così, i paesi del G7 hanno annunciato la donazione di 1 miliardo di dosi di vaccini da consegnare ai paesi in via di sviluppo entro la metà del 2022, un numero ancora lontano rispetto agli 11 miliardi necessari per immunizare almeno il 70% della popolazione mondiale, quota minima per raggiungere l’immunità di gregge.

Usa ed Ue hanno concordato una tregua nella 17ennale guerra commerciale sul dossier Airbus-Boeing. Mentre Washington continua a mantenere i dazi sulla produzione di acciaio e di alluminio, che colpiscono in particolare la Germania, di gran lunga prima potenza siderurgica del Vecchio Continente. Misure punitive funzionali a colpire il surplus commerciale tedesco con il quale la Bundesrepublik finanzia la sua stabilità sociale.

In sede di G7 è stato trovato un accordo su una tassazione globale minima del 15% sui profitti delle multinazionali da pagare ai paesi di residenza e un secondo pilastro normativo che consentirà agli Stati di applicare un’imposta minima del 10% sui loro profitti prelevandoli là dove questi vengano prodotti a prescindere dal luogo ove le multinazionali detengono le loro sedi legali e fiscali (sovente in paradisi fiscali).

Questi fondi serviranno a finanziare una parte della ripresa economica post-pandemica, per risollevare il malessere della classe media, principale causa della crisi democratica sia negli Usa che in Europa, nonchè tra i fattori causali dell’immagine di inaffidabilità ed egoismo della politica estera americana. 

Infine, Washington e Londra hanno avanzato l’iniziativa geoeconomica Building Back Better for the World da centinaia di miliardi di dollari, per il finanziamento pubblico e privato di infrastrutture nei paesi in via di sviluppo, in competizione con le nuove vie della seta siniche, in settori come il clima, la sanità e le tecnologie digitali nei quali offrire incentivi ai paesi più esposti alle meno costose offerte cinesi (ad esempio sul 5G), come quelli dell’Europa centro-orientale, e modelli d’investimento ispirati a standard elevati su ambiente, lavoro e finanza. Perché dobbiamo “dimostrare i benefici della democrazia, della libertà e dei diritti umani per il resto del mondo”, ha scolpito il premier inglese Boris Johnson. 

4. La politica estera dell’amministrazione Trump era basata su una cruda lotta di potere, centrata esclusivamente sugli interessi americani, senza alcuna considerazione per i valori. Privilegiando il bastone piuttosto che la carota. Le minacce piuttosto che gli incentivi. Sanzionando gli alleati per i loro incestuosi rapporti con i progetti geostrategici e geoeconomici dei rivali, senza offrire alternative. Denunciando la Rpc, rectius il Partito Comunista Cinese, come minaccia esistenziale. Flirtando con l’idea del regime change. Opzione fuori dalla disponibilità Usa.

Gli Usa avranno bisogno di tempo per recuperare rango morale sugli europei, per i quali l’ideologia (cioè i valori democratici), insieme agli interessi economici, costituiscono elementi cardine dell’alleanza, diversamente da quanto pensavano Trump e compagnia. Marte non può rivolgersi a Venere mostrando solo i muscoli sanzionandola ex post e aggredendola verbalmente. L’Europa va anche sedotta, coinvolta, guidata. Pena il suo allontanamento. Gli Usa devono tornare a farlo

L’amministrazione Biden sarà quindi un’amministrazione Trump più civile. Divergerà per capovolgimento della retorica imperiale e per alcune migliorie tattiche. Ma con la Cina sarà antagonismo sistemico. Perché se è certamente corretto che la Cina sarebbe un rivale geopolitico degli Usa anche se fosse una democrazia, perché le sue caratteristiche geografiche, demografiche, economiche, antropologiche e militari sfiderebbero comunque il massimo interesse strategico degli Usa di evitare la nascita di una potenza egemone in Eurasia, è vero anche che l’America ha sempre saputo mascherare la realpolitik con l’ideologia.

Porre la competizione Usa-Cina come uno scontro tra valori inconciliabili (liberaldemocrazia vs. autocrazia) è funzionale a compattare e ad ottenere il sostegno della sofferente classe media americana e dei soci europei, molto più idealisti rispetto a quelli asiatici che osservano da vicino l’assertività militare e para-militare del Drago.

In cambio di alcune concessioni e di un posticcio multilateralismo, gli americani vogliono che gli europei paghino il biglietto della Pax Americana. Gli Usa pretendono la partecipazione delle potenze europee nel contenimento geoeconomico e geostrategico della Cina e un maggiore impegno nella manutenzione della sfera d’influenza cui pertengono.

Washington attribuirà una maggiore libertà d’azione ai soci europei nel vicinato orientale e nella sponda sud, ma non accetterà le evoluzioni strategica e indipendentiste promosse da Parigi e Berlino sotto il cappello dell’Ue. Continuerà a trattare l’Europa come “oggetto” e non come “soggetto” geopolitico. Come mezzo per affrontare le altre questioni, per contenere i propri rivali ed evitare il risorgere di potenze militari autonome nel Vecchio Continente. Come ha fatto dal 1945 ad oggi.

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