LA CINA E LA MANIPOLAZIONE DEL CLIMA

Credits: https://gas.social/2020/12/la-cina-e-la-semina-delle-nuvole/

La Cina ha recentemente annunciato di voler espandere il proprio programma di controllo meteo tramite operazioni di cloud seeding (divenendo lo Stato leader in tale settore) generando preoccupazioni rilevanti non solo in ambito ambientale.

Il due dicembre 2020, la Cina ha annunciato tramite comunicazione ufficiale del Consiglio di Stato, di voler espandere il proprio programma sul controllo del meteo. Il mese antecedente un’operazione condotta nella contea di Juye (Shandong) aveva infatti soddisfatto completamente la leadership comunista: il lancio di sedici razzi contenenti agenti chimici capaci di incrementare la percentuale delle precipitazioni ha, in sole ventiquattro ore, permesso alla contea in questione di ottenere circa cinque centimetri d’acqua, i quali sono risultati estremamente utili nel contrasto alla siccità e agli incendi che caratterizzano la regione.

L’espansione di tale programma non include, tuttavia, semplici regioni isolate. Il governo di Pechino ha infatti clamorosamente annunciato di voler moltiplicare di cinque volte la portata di tali innovative operazioni sul meteo (le quali godono già di uno staff stimato di trentacinquemila persone) al fine di estendere artificialmente i fenomeni piovosi e nevosi in un’area di 5,5 milioni di chilometri quadrati, ossia il 60% dell’intero territorio cinese. Per rendersi conto delle dimensioni di tale zona basti pensare che potrebbe racchiudere in sé una volta e mezzo la penisola indiana.

A inizio 2021, il Dragone ha inoltre fornito una strabiliante prova delle sue capacità in tal senso. Il 20 gennaio è decollato il Ganlin-1, un drone fornito di catalizzatori capaci di alterare le precipitazioni, dotato di un efficiente sistema di raccolta dati e capace di resistere a rigidissime temperature grazie a un innovativo sistema antighiaccio.

Il volo, durato circa quaranta minuti, è stato effettuato dal dispositivo aereo in totale autonomia permettendo alla “pioggia dolce” (traduzione italiana del termine ganlin) di sorvolare una vasta aerea dell’altipiano tibetano. Per tali ragioni l’esperimento compiuto ha non solo confermato alle élitegovernative di poter raggiungere gli obbiettivi prefissati per i prossimi quattro anni ma anche di poter andare “oltre”, raggiungendo entro il 2035 un sistema tecnologico di controllo meteo unico al mondo, anche in virtù dei costi relativamente bassi del velivolo in questione e il basso contenuto di rischi insiti nell’operazione stessa.

Il cloud seeding, la tecnica utilizzata dal drone Ganlin-1, rappresenta al momento il sistema più diffuso di controllo meteorologico esistente al mondo, il quale, benché pochi ne conoscono l’esistenza, vanta una storia di diversi decenni.

Il primo esperimento di cloud seeding ebbe luogo quasi casualmente nel 1946 nello stato di New York quando il chimico e meteorologo Vincent Schaefer intuì che, sovra raffreddando le nubi tramite l’inserimento di ghiaccio secco all’interno delle stesse, esse producevano una grande quantità di microcristalli che scontrandosi potevano generare precipitazioni di diverso tipo.

Oggi il cloud seeding viene principalmente effettuato tramite lo spargimento all’interno delle nuvole di ioduro di argento o ghiaccio secco (anidride carbonica condensata) tramite combustione. La combustione può avvenire in due modi: tramite l’utilizzo di velivoli dotati di specifici generatori presenti sulle ali, o tramite proiettili sparati da razzi o altro tipo di artiglieria direttamente posati sul suolo. 

L’utilizzo di tale sistema permetterebbe, in particolare al governo della Repubblica Popolare Cinese (RPC), di limitare i danni all’agricoltura dovuti al maltempo o alla siccità, prevenire la possibilità di incendi nelle aree più aride del territorio nazionale, normalizzare i piani di lavoro delle singole regioni, proteggere gli ecosistemi a rischio, evitare il verificarsi di temperature elevate, limitare lo scioglimento dei ghiacciai presenti nella regione del Tibet e diminuire i livelli di smog garantendo una maggiore salubrità dell’area.

Un sistema quindi che, se accuratamente perfezionato, si mostrerebbe una potente arma capace di tenere a bada il cambiamento climatico, non solo in Cina ma nel mondo intero; nonostante ciò, come altri interventi sul clima, anche l’inseminazione artificiale delle nuvole non è esente da criticità e pericoli sia di natura ambientale sia di natura politica.

Prima di analizzare le probabili ripercussioni sul clima e sul piano delle relazioni internazionali, è tuttavia necessario sottolineare come, nonostante gli interventi di controllo meteorologico come il cloud seedingsiano stati sia in passato sia al giorno d’oggi utilizzati da altri Paesi (soprattutto gli Stati Uniti d’America), il governo cinese abbia negli ultimi anni investito una grande quantità di denaro nello sviluppo e nell’applicazione di tali interventi mai vista in altre regioni del pianeta.

La prima pioggia artificiale realizzata in Cina risale al lontano 1958 quando circa 200 chili di ghiaccio secco furono diffusi nei cieli della provincia di Jilin al fine di contrastare la peggiore siccità del territorio registrata nell’arco di 60 anni. Da allora il governo comunista cinese ha iniziato a espandere in maniera vertiginosa l’utilizzo di tali programmi: nel 2012, il presidente dell’Amministrazione Meteorologica Cinese (dall’inglese, MCA), ha dichiarato che a partire dal 2002 l’RPC aveva condotto con successo circa 560 mila interventi sul clima.

Tra il 2012 e il 2017 si stima, inoltre, che l’RPC abbia investito circa 1,1 miliardi di euro in tali pratiche mentre proprio nel 2017 si dava avvio a un nuovo programma di intervento meteorologico dal valore complessivo di 168 milioni di dollari che avrebbe dovuto interessare il “solo” 10% dell’intero territorio nazionale.

La Repubblica popolare è inoltre diventata nota in tale ambito per ottenere le migliori condizioni climatiche in particolari territori in corrispondenza di grandi eventi internazionali e nazionali, come le Olimpiadi di Pechino del 2008 o il settantesimo anniversario della Repubblica tenutosi a ottobre 2019.

Tali risorse economiche, secondo i report e le dichiarazioni ufficiali dei governatori cinesi, non sarebbero comunque andate sprecate. Nonostante l’efficacia delle tecniche di cloud seeding (applicate su larga scala in Cina già a partire dagli anni Ottanta) abbia ottenuto un riconoscimento scientifico ufficiale solo nel 2018 e nello stato dell’Idaho, recentemente un’ufficiale della provincia del Qinghai ha dichiarato al South China Morning Post che gli interventi di inseminazione artificiale delle nubi hanno garantito un aumento di 55 miliardi di metri cubi di acqua dal 2006 al 2016. L’agenzia statale di stampa, Xinhua, ha inoltre confermato come le opere di controllo meteorologico abbiano ridotto del 70% i danni registrati nella provincia dello Xinjiang dalle precipitazioni di grandine.

La prima contestazione di natura ambientale che si fa agli interventi sul clima di questo tipo è quella di poter influenzare negativamente il clima dei territori vicini “rubandone le piogge”, come nel caso dell’India, la quale, insieme a gruppi ambientalisti di diverse parti del mondo, si preoccupa anche dei possibili progetti futuri cinesi (come l’utilizzo di onde sonore capaci di alterare la struttura delle nubi).

Si teme in questo caso che l’ambizione cinese si dimostri eccessivamente sfrenata utilizzando tecniche innovative ma dagli effetti a lungo termine ancora sconosciuti e pertanto preoccupanti per la stabilità climatica mondiale.

La principale preoccupazione dell’India non riguarda tuttavia solo i possibili impatti sui monsoni e sulla propria agricoltura (come nel caso recente della nuova diga nel fiume Brahmaputra) ma anche la possibilità che i sistemi di controllo meteorologico possano essere utilizzati come arma in caso di conflitto.

Questo sospetto, benché possa apparire “astruso”, potrebbe concretizzarsi con estrema facilità. Il primo intervento di modifica delle condizioni meteorologiche a fini bellici è infatti stato messo in atto nel 1972 tramite la cosiddetta “Operazione Popeye (il nostro “Braccio di Ferro”), nel corso della famigerata guerra del Vietnam.

L’esercito statunitense cercò in questo caso di bloccare i rifornimenti delle truppe nemiche tentando, invano, di provocare inondazioni lungo il “sentiero di Ho Chi Minh” che collegava il Vietnam del Nord a quello del Sud.

Non è, inoltre, un mistero che le grandi potenze mondiali si trovino oggi in una competizione tecnologica serrata che dallo sviluppo quasi dispotico di sistemi di alterazione del DNA capaci di creare eserciti di “supersoldati”, passando per i viaggi spaziali, sta colpendo anche gli interventi in ambito ecologico, i quali di natura dovrebbero essere pacifici e mirare al solo miglioramento delle condizioni ambientali dello Stato in cui questi vengono eseguiti.

La posizione dell’Onu è chiara in materia: la manipolazione del clima è teoricamente vietata in quanto i prodotti chimici generalmente utilizzati possono creare danni ancora sconosciuti sulla salute delle persone oltre che sui sistemi ambientali, e generare potenziali conflitti tra le nazioni.

Come accennato, infatti, l’India si mostra oggi pesantemente preoccupata nei confronti dei programmi cinesi, soprattutto per quanto riguarda il rilascio non sempre chiaro (e spesso tardivo) dei dati necessari al benessere delle regioni confinanti e la mancanza di accordi bilaterali precisi al riguardo, nonché dell’assenza di un generale clima di cooperazione internazionale.

A oggi l’unico trattato internazionale a occuparsi del “warfare” meteorologico e ambientale risale al 1977: la “Convenzione sul divieto dell’uso di tecniche di modifica dell’ambiente a fini militari o ad ogni altro scopo ostile” (o Convenzione ENMOD). L’RPC è dal 2005 parte senza riserve di tale accordo e gli ufficiali incaricati di eseguire e controllare le operazioni sull’ambiente hanno dichiarato in diverse occasioni che lo sviluppo di tali piani e tecnologie sono rivolte esclusivamente a fini pacifici e di benessere della propria nazione. I sospetti sugli usi futuri di droni come il Ganlin-1, tuttavia, rimangono.

La manipolazione del clima rimane quindi un fenomeno di cui risulta difficilissimo prevederne gli impatti: siamo di fronte alla nascita di un nuovo leader mondiale capace di salvarci dal cambiamento climatico o di un pericoloso avanzamento tecnologico da parte di un regime autoritario impegnato in una nuova Guerra Fredda senza esclusione di colpi?

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