IL FALLIMENTO DELL’ACCORDO SINO-VATICANO?

L’arresto di diversi esponenti e fedeli della Chiesa cattolica ha scosso negativamente gli osservatori internazionali in relazione alla questione della libertà religiosa in Cina. Ci si domanda, analizzando il fenomeno, se l’Accordo Sino-Vaticano del 2018 possa ancora soddisfare le sue stesse aspettative.

Il primo maggio di quest’anno sono entrate in vigore nuove norme emesse dal Partito Comunista Cinese (PCC) riguardanti la sempre più spinosa questione della libertà religiosa all’interno dei confini della potenza asiatica. Tali nuovi regolamenti, che furono oggetto di preoccupanti speculazioni da parte di diversi osservatori internazionali già al momento della loro pubblicazione risalente al mese di febbraio, parrebbero inasprire ulteriormente il controllo che il Partito esercita sulle organizzazioni religiose riconosciute dal governo (buddhismo, taoismo, protestantesimo, cattolicesimo e islam), ma soprattutto questa volta sembrerebbero prendere specificatamente di mira le comunità cattoliche.

Nei suoi 7 capitoli e 52 articoli, come fatto accuratamente notare dalla CNN, sebbene venga confermata nuovamente la libertà di culto sia da parte dei cittadini cinesi per quanto riguarda le cinque fedi sopracitate sia da parte degli stranieri nel caso di differenti credi, ne limita di fatto le pratiche imponendo sempre più ferree restrizioni alle stesse.

Come preannunciato, le nuove limitazioni, derivanti sia dalle norme sopracitate sia dallo stesso sistema costituzionale cinese, hanno di fatto colpito in maniera mirata le comunità cattoliche con un incremento e indurimento dei controlli quasi esponenziale.

Tra queste è possibile citarne alcune: il divieto per i minori di 18 anni di partecipare alle funzioni cattoliche (messa e catechismo) insieme ai propri genitori, il divieto di esercitare un qualsiasi tipo di attività religiosa (come ad esempio il rosario) senza previa e esplicita autorizzazione dei governi locali, l’obbligo imposto ai fedeli e ai prelati di aderire alla leadership di Partito supportandone la diffusione di ideologie e politiche, l’obbligo di esporre la bandiera cinese o in alcuni casi le immagini del presidente Xi Jinping in ogni chiesa, e il divieto dello studio della teologia al di fuori di ambienti non autorizzati e direttamente controllati dal governo.

A questi si può aggiungere la conseguente chiusura di diversi orfanotrofi femminili gestiti dalle suore che da decenni godevano invece di ottima reputazione e il riscontro di atteggiamenti sempre più aggressivi e intimidatori nei confronti degli esponenti delle comunità religiose in analisi.

Un’ ulteriore provvedimento merita una menzione a parte: la diffusione di telecamere altamente sofisticate che vengono sempre più frequentemente installate nei luoghi di culto per monitorarne le funzioni.  Dapprima utilizzate specificatamente nello Xinjiang per il controllo della comunità musulmana uigura, nel corso della pandemia da Covid-19 esse hanno sviluppato una tecnologia di riconoscimento facciale sempre più efficace.

Oggi questi stessi dispositivi si trovano all’interno di molte chiese e moschee e permettono un controllo immediato e intenso sul singolo individuo, esulando quindi da quello che era il loro specifico scopo di monitoraggio della popolazione a fini prettamente sanitari.

Tutto ciò è sorprendente se si considera che nel solo ottobre 2020 il Vaticano aveva prorogato di ulteriori due anni gli accordi stipulati con la Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 2018. Il contenuto di tali accordi, come è ormai noto, rimane ad oggi segreto ma è possibile affermare che riguardi la questione della nomina dei vescovi operanti in territorio cinese, da anni oggetto di numerose controversie fra i due Stati; in particolare, è possibile, con qualche incertezza dovuta al caso, stabilire che a partire dal 2018 il PCC si occupi di presentare dei nominativi al Papa, il quale successivamente detiene l’ultima parola sulla nomina o meno degli individui proposti.

Lo scopo dell’accordo, come ben sintetizzato da Massimo Introvigne(fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni – CESNUR), era quello di riunire le “due Chiese” presenti in Cina: la Chiesa “clandestina”, ossia quella riconosciuta dal Vaticano ma illegale secondo il PCC, e quella “patriottica”, autorizzata dal PCC ma scomunicata in base alle norme vaticane.

L’accordo avrebbe quindi previsto il perdono da parte di Papa Francesco degli ecclesiastici scomunicati e l’integrazione dei vescovi e sacerdoti clandestini nel sistema stabilito dal governo dell’RPC, ma qualcosa parrebbe non essere andato secondo i piani.

Un caso recente, avvenuto lo scorso 20 maggio e riportato a più riprese da AsiaNews (magazine regolato dal “Pontificio Istituto Missioni Estere” – PIME), ha in particolare scosso gli osservatori internazionali, nonché lo stesso Vaticano. Una squadra composta da cento poliziotti ha fatto irruzione in una fabbrica nella città di Shaheqiao nella prefettura di Xinxiang (Hebei) in cui si stava tenendo un seminario, arrestando sette sacerdoti e dieci seminaristi. Successivamente quasi l’intero personale ecclesiastico della prefettura è stato arrestato, compreso il proprietario della fabbrica, reo di aver offerto i propri spazi ai seminaristi, e il monsignor Zhang Weizhu, vescovo della medesima prefettura. 

Introvigne ipotizza che questo sia accaduto in particolar modo a causa di un documento vaticano, datato 2019, che suggerirebbe ai prelati clandestini di unirsi alla Chiesa ufficiale cinese ma senza obbligarli. Ciò ha portato molti di loro a rifiutarsi di unirsi ai proprio connazionali “patriottici” e aderire quindi alle ideologie del PCC; del resto la stessa Chiesa patriottica si mostra ancora sospettosa e riluttante nell’accettare completamente gli ex clandestini.

Il caso della prefettura di Xinxiang parrebbe rispondere perfettamente a questo scenario in quanto mai autorizzata e ufficializzata dagli organi della Repubblica popolare e pertanto illegale e passibile di persecuzione. Non è chiaro se l’apostolato di Xinxiang si fosse effettivamente rifiutato di aderire alla Chiesa patriottica e, del resto, numerosi esperti hanno anche citato un altro problema che grava sul processo di ricongiungimento delle due Chiese, ovvero le tempistiche estremamente lunghe per le nuove nomine e la reintegrazione dei preti patriottici. Sebbene è comprensibile come l’imponente sistema cinese e il Vaticano tendano a ragionare sul lungo termine, questo può causare problematiche per i singoli fedeli nel breve termine.

Nello stesso anno dell’accordo, inoltre, il governo cinese pubblicò un cosiddetto libro “bianco” dal titolo “Politiche e pratiche della Cina sulla protezione della libertà di credo religioso” dai contenuti volutamente vaghi, come è possibile rintracciare in gran parte delle normative cinesi in tale materia.

In particolare, il testo in questione si presenta come “una guida” offerta a tutte le organizzazioni religiose “autorizzate” presenti all’interno della RPC sulle migliori modalità da adottare perché queste ultime possano efficacemente “adattarsi alla società socialista”.

Sempre nel 2018, inoltre, le questioni religiose fanno capo al “Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito”, un organo appartenente al sistema del PCC, e non più alla più indipendente “Amministrazione Statale degli Affari religiosi”. Uno spostamento di responsabilità e potere quasi invisibile agli occhi del mondo occidentale, ma di grande impatto effettivo.

È sempre più chiaro come la questione religiosa si scontri sempre più frequentemente col concetto di “interferenza straniera”, un’arma che il governo cinese si trova spesso ad impugnare per proteggere le proprie politiche interne dagli attacchi o dalle critiche provenienti dalla comunità internazionale.

Non bisogna infatti mai dimenticare come l’accordo sino-vaticano sia stato firmato direttamente dal Ministero degli Esteri cinese: la Chiesa cattolica agli occhi dell’RPC sarà sempre considerata un paese straniero a tutti gli effetti, con ciò che ne consegue.

Non è quindi casuale che sempre nel 2018 tutte le organizzazioni religiose “registrate” e ufficializzate dal Partito Comunista abbiano dovuto firmare il piano quinquennale del presidente Xi; un piano controverso sotto diversi aspetti e che mira a quella che viene da molti esperti definita “sinicizzazione”.

Lo stesso presidente ha inoltre fugato ogni dubbio sulla questione ribadendo a più riprese come anche le religioni debbano adeguarsi a suddetto processo e supportare completamente il sistema socialista.

Specialmente quest’ultima questione ha diviso il Vaticano al suo interno tra quella che si può definire “destra ecclesiastica” e lo schieramento “Papa-Parolin”, firmatari dell’accordo cinese.

La prima, ben simboleggiata dal cardinale emerito di Hong Kong, Joseph Zen, ha quasi da sempre osteggiato la firma stessa del trattato sostenendo che sarebbe stato impossibile garantirne l’efficacia in un paese comunista come quello cinese, e oggi ne mette infatti in questione l’applicazione.

Il secondo, legato maggiormente alla figura di Papa Bergoglio, tende invece a continuare a difendere gli accordi seppure riconoscendone i limiti e sostiene una linea maggiormente diplomatica e mediatrice. Tuttavia, anche questa fazione ha ricevuto un certo contraccolpo quando il Papa ha per la prima volta, nel novembre 2020, criticato apertamente la questione uigura ricevendo dure riposte dalla controparte.

Infine, non si possono non citare brevemente i risvolti del tutto politici della questione e, conseguentemente, l’influenza statunitense. Paradossalmente, la questione cinese si mostra ora di più difficile risoluzione per il Vaticano a seguito dell’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca.

Mentre infatti la precedente amministrazione Trump si dimostrava apertamente “belligerante” e anticinese, la nuova guida tende a mettere l’accento sulla questione dei diritti umani, il che rende più difficile per Bergoglio ignorarne le indicazioni. Come ben evidenziato dal Corriere della Sera, il Papa ora si vede costretto a mantenere un equilibrio precario con Washington, mentre in precedenza era sufficiente rigettarne le accuse.

Una situazione complessa che pare spaccare la Chiesa su più fronti, non solo all’interno della sua amministrazione ma anche all’interno della comunità dei fedeli, e che mette la Chiesa in bilico anche nei rapporti internazionali con i paesi coinvolti o interessati.

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