IL RITORNO DEI CONSERVATORI A TEHERAN

Secondo i pronostici sarà Ebrahim Raisi, famoso per la strage dei prigionieri politici negli anni Ottanta, a essere eletto come nuovo Presidente della Repubblica Islamica il 18 giugno.

Il Consiglio dei Guardiani, organo preposto ad esaminare i candidati alle elezioni presidenziali in Iran, ha annunciato il mese scorso i nomi dei sette candidati che gareggeranno alle elezioni presidenziali. Tra questi non figura l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani e l’attuale vicepresidente Eshaq Jahangiri, la cui nomina è stata rifiutata da parte della guida suprema Khomeini. Questa situazione favorisce la vittoria alle presidenziali del 2021 del suo candidato preferito, il conservatore Ebrahim Raisi.

Chi è Ebrahim Raisi?

Ebrahim Raisi inizia la sua carriera giuridica nel 1981 quando viene nominato procuratore della città di Karaj. L’anno dopo diventa il viceprocuratore della capitale Teheran. Dopo la fine della guerra Iran-Iraq nel 1988, l’allora leader supremo Ruhollah Khomeini nomina Ebrahim a capo della cosiddetta “commissione di morte” che, secondo quanto stimato da Amnesty International, ha giustiziato in quel periodo 5.000 prigionieri politici, la maggior parte dei quali affiliati al gruppo dissidente dei Mujahedeen.

Nella corsa presidenziale del 2017 Raisi ottiene quasi 16 milioni di voti, ma l’anno dopo non riesce a prevalere sul moderato, l’attuale Rouhani. Tuttavia, ciò non gli impedisce di diventare una figura sempre più importante sulla scena politica iraniana. 

Nel 2019 Ebrahim viene nominato vicecapo dell’Assemblea degli esperti, il gruppo clericale che seleziona il Leader Supremo e, per effetto dell’inasprimento delle tensioni Washington-Teheran, finisce poco dopo nel merino dell’amministrazione Trump che sanziona le personalità ai vertici del sistema politico e religioso iraniano, tra cui Ebrahim Raisi. 

Perché Ebrahim è il candidato favorito?

La storia presidenziale dell’Iran ha visto alternarsi periodicamente conservatori e riformatori e, il fatto che Raisi sia in questo momento il candidato favorito non sorprende. Le conseguenze economiche delle sanzioni statunitensi e la spinosa questione del nucleare stanno spingendo le classi religiose e politiche iraniane a favorire le personalità che sostengono una linea politica più dura per il paese, sottoposto da due anni a questa parte a crescenti pressioni regionali e internazionali, al fine di guadagnare margine d’azione nel Levante arabo a discapito delle potenze internazionali tradizionali, in primis Washington.  

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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